11 aprile 2014 - Bagnacavallo, Lugo, Cultura, Eventi, Arte

Lidia da Bagnacavallo, celebrità della Commedia dell’Arte

Al Museo delle Cappuccine una serata dedicata al teatro

 “Una delle attrici più importanti della Commedia dell’Arte era bagnacavallese, e si chiamava Lidia”: lo ha detto ieri Cristiano Roccamo - regista e attore teatrale romano, direttore artistico del Plautus Festival di Sarsina - durante l’incontro sulle storie e i personaggi della Commedia dell’Arte, tenuto al Museo delle Cappuccine di Bagnacavallo.

Il regista ha fatto un lungo excursus su quest’antica arte italiana, a partire dal 1545, anno in cui essa nacque ufficialmente con un atto notarile, in cui sei attori mettevano per iscritto i tre punti fondamentali della loro professione: “la volontà di girare di loco in loco a portare gli spettacoli”; “l’acquisto di un cavallo”; “l’utilizzo di una cassetta per custodire i proventi del mestiere”.
 

Elemento caratterizzante della Commedia dell'Arte è stato, sin dai suoi esordi, la maschera: “Il mascheramento ha avuto un ruolo cruciale nella storia dell’umanità – prosegue Roccamo – l’uomo primitivo nell’andare a caccia indossava le pelli dell’animale che ambiva ad uccidere, per prenderne su di sé lo spirito e quindi la forza. Le maschere della commedia dell’Arte ‘pescano’ da queste conoscenze ataviche e assumono forme animali, riconoscibilissime nei loro tratti salienti”.
Attraverso gli aneddoti tratti da La Piazza Universale di tutte le professioni del mondo del bagnacavallese Tomaso Garzoni (1549 – 1589), Roccamo racconta di come le maschere di questo genere teatrale abbiano una comune origine demoniaca. Del resto è lo stesso Garzoni a scrivere: “La prima maschera dell’umanità è il serpente del paradiso terrestre”.

 

È così che nel “bubbone” sulla fronte, tipico di Arlecchino, si può intravedere ciò che resta di un corno diabolico spezzato e nel suo abito multicolore un richiamo a quello del demone ctonio che accompagnava i contadini nei campi per compiere riti di benvenuto alla primavera.
 

Altra caratteristica della Commedia dell’Arte è stata quella di aver introdotto la presenza delle donne sul palcoscenico. Il teatro è stato, fin dai suoi esordi e per molti secoli, un affare da uomini: uomini che interpretavano uomini, dei, demoni e, soprattutto, donne. Non c’era spazio per il gentil sesso sulle “tavole” della ribalta. La Commedia dell’Arte ne sconvolse il sistema e portò le donne sulla scena, a riprendersi la propria identità.
 

La prima apparizione di una signora la possiamo rintracciare in un contratto stipulato con un notaio di Roma, il 10 ottobre 1564, in cui una certa “Lucrezia Di Siena" veniva ingaggiata da una compagnia che si proponeva di lavorare nel periodo di Carnevale.
“Nel 1590 – prosegue Roccamo – abbiamo addirittura una donna, Vittoria Piissimi, che abbandona un’importante compagnia (quella dei Comici Gelosi) per fondarne una propria”.

 

Per i Comici Gelosi lavorava la già citata Lidia di Bagnacavallo. Essi furono attivi dal 1568 al 1604, in molte città dell’Italia settentrionale e all’estero (Austria e Francia), esibendosi finanche alle nozze di Maria de’ Medici ed Enrico IV, nel 1600.
Per un lungo periodo a capo della compagnia vi furono i due celebri attori Francesco e Isabella Andreini (nata Isabella Canali), per la quale Torquato Tasso scrisse Quando v'ordiva il prezioso velo. I Comici Gelosi si sciolsero dopo la  morte di quest'ultima.

 

I fautori della Commedia dell’Arte, i cosiddetti comici, erano in genere persone estremamente erudite sul teatro: “L’arte dell’improvvisazione, tipica di questo genere, veniva loro proprio dalla grande conoscenza del teatro classico – sottolinea il regista – i ‘tipi’ umani individuati dalle maschere erano attinti dall’enorme bagaglio della classicità, dalla profonda conoscenza che gli antichi avevano dell’animo umano e di come esso trasforma il corpo e i suoi atteggiamenti – infine, Roccamo conclude – i “tipi” della Commedia dell’Arte hanno un valore simbolico potente, che in qualche modo è arrivato fino a noi. A ben guardare possiamo trovarli ovunque: nei personaggi di Walt Disney (zio Paperone/Pantalone ecc.), nella “maschera” di Charlot o in quelle di Totò e Peppino, nelle rappresentazioni di grandi artisti, come ad esempio Dalì, Cézanne, Picasso, Mirò, nei personaggi della nostra politica e del nostro sociale, fino alle persone del nostro quotidiano”.

La maschera è eterna perché eterni sono i sentimenti degli uomini che ogni maschera racconta.

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