5 dicembre 2009 - Ravenna, Economia & Lavoro

“La crisi ‘morde’ in un tessuto debole”

L’analisi della Cgil: migliaia di posti persi, forte erosione del Pil provinciale. La situazione nei territori

Cause esterne e debolezze strutturali del sistema economico locale: è questo l’identikit della recessione in provincia delineato dalla Cgil. Questa mattina il segretario generale Marcello Santarelli e il responsabile dell’ufficio studi Massimo Martoni hanno illustrato i risultati dell’analisi effettuata dall’organizzazione. Alquanto minuziosa, dato che sotto la lente sono finiti anche i bilanci "ante crisi", dal 2001 al 2008, di un numero significativo di imprese che hanno fatto ricorso ad ammortizzatori sociali. Emerge un quadro che in qualche modo sfata (senza negare le specificità positive e il fatto che la provincia in regione si trovi comunque “a metà classifica”) il mito di un tessuto tutto sommato “anticiclico”, in grado di impattare i fenomeni globali.

Le cifre della crisi

Intanto i dati. In un anno di crisi, secondo le cifre del servizio statistico della Provincia, il territorio, rileva la Cgil, “ha perso 3495 lavoratori con contratto a termine o atipico, a cui si aggiunge la perdita dell’equivalente (conteggiato attraverso un sistema di calcolo codificato, ndr) di 2.774 posti di lavoro a tempo indeterminato”. Inoltre, i lavoratori colpiti da cassa integrazione o di riduzione di orario sono 26.005, “con pesantissime ripercussioni sulle famiglie e sull’economia ravennate”. Ancora sul fronte del lavoro, le 571 imprese che hanno fatto ricorso ad ammortizzatori – 326 artigiane e 245 industriali – nel settembre dell’anno scorso avevano 13.005 dipendenti. Nel settembre 2009 ammontavano a 12.343: dunque la contrazione è stata di 662 unità. “Parliamo di posti che oggi non esistono più”.

Milioni in fumo: in 12 mesi il territorio ha perso in termini di Pil l’equivalente di 68 milioni di euro; sul fronte dei fatturati la perdita sale a 550 milioni. E ultimamente gli addetti in cassa integrazione sono tornati sopra quota 7.300. 

I settori e i territori più colpiti

Per quanto riguarda i settori più colpiti c’è senza dubbio la metalmeccanica (14.133 dipendenti in riduzione d’orario), seguono la chimica, gomma plastica e ceramica (5.310); il tessile, calzaturiero (2577); i manufatti in cemento laterizio e legno (1.272); i trasporti e la logistica (1.173). Tengono l’agroindustria e alimentaristica (284) e i servizi bancari e assicurativi (15). In merito alla meccanica, soffre quella di precisione: incide in particolare il segmento legato all'automobile. Regge al contrario il comparto legato all'estrazione di idrocarburi. Anche la gomma plastica risente dell'andamento del settore auto. Le difficoltà dell'industria ceramica si ripercuotono poi sull'intera filiera, porto di Ravenna compreso.

La “mappa” della recessione: Alfonsine ha avuto 2.449 lavoratori colpiti, Bagnacavallo 895, Bagnara 379, Brisighella 152, Casola Valsenio 542, Castel Bolognese 1.025, Cervia 148, Conselice 603, Cotignola 2.489, Faenza 8.068, Fusignano 843, Lugo 2.742, Massa Lombarda 743, Ravenna 3.478, Riolo Terme 60, Russi 952, Sant'Agata sul Santerno 153, Solarolo 244.

Le misure urgenti

“Siamo profondamente convinti – ha sottolineato il segretario Marcello Santarelli – che le ragioni della crisi nel Ravennate non siano da ricercare soltanto in fattori esterni; la recessione mondiale ha evidenziato e aggravato debolezze che il sistema locale aveva mostrato in passato”.

Molto tempo prima che la crisi si affacciasse sul mercato globale, “la nostra organizzazione aveva evidenziato l’esistenza di limiti strutturali nelle imprese del territorio: la cronica sottocapitalizzazione, una crescente incidenza dell’indebitamento, un aumento rilevante delle rimanenze del magazzino e una contemporanea flessione degli investimenti produttivi. A ciò si aggiungano l’insufficiente dimensione, la scarsa predisposizione a costruire reti di impresa e l’assenza di consorzi specializzati di filiera”. Quest’ultimo fattore, evidenzia il sindacato, pesa molto nel settore della meccanica.

A questo punto è vitale che vengano rifinanziati gli ammortizzatori sociali, visto che il 37 per cento delle aziende ha già utilizzato il 75 per cento delle settimane di cassa disponibili nel biennio. Serve dunque una riforma da parte del Governo, insieme a un “patto”, ritenuto assolutamente urgente, “con gli istituti finanziari per garantire l’accesso al credito delle nostre imprese”. La mancanza di liquidità è stringente, rileva anche Martoni: “molti imprenditori dicono: se le banche non ci danno i soldi non possiamo pagare né i bulloni né i dipendenti”.

Tra le misure urgenti, anche il superamento delle attuali regole sul patto di stabilità, che ostacolano gli investimenti degli enti locali, e la costituzione di fondi, da rinegoziare con gli enti locali, a favore delle famiglie. Da parte loro i Comuni, “nei limiti delle loro disponibilità di bilancio”, la cui effettiva entità “va verificata”, “non possono arretrare negli interventi a favore del welfare locale”.

Le strategie

Assieme alle misure tampone vanno messe in campo però iniziative di più ampio respiro: la  Cgil ritiene che porto – in particolare la realizzazione del terminale container – ed E55 siano i due pilastri.

Ma i rappresentanti dei lavoratori guardano ancora più avanti: quello che serve è la progettazione di un nuovo modello di economia locale. Il prossimo 11 dicembre sarà lanciata una campagna di sensibilizzazione verso gli altri attori. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto poi al Tavolo provinciale dell’economia di dare vita ad un osservatorio per mettere a sistema tutti i dati in possesso dei vari enti. (ma.mont.)

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