Megafaun e Ronin in concerto al Bronson
Giovedì 9 febbraio alle 21.30 tornano al Bronson di Madonna dell'Albero i Megafaun che con il loro perfetto e sapiente mix di country, folk e rock rappresentano come pochi altri artisti statunitensi lo stile che prende il nome di “Americana”. La band, proveniente da Chippewa Falls, Wisconsin, dei fratelli Brad e Phil Cook e del loro amico Joe Westerlund, è nata dalle ceneri dei DeYarmond Edison, gruppo in cui militava Justin Vernon, star del nuovo rock americano nota con il moniker Bon Iver. Ora i Megafaun hanno appena pubblicato il terzo album, “Megafaun”, per la Crammed Discs e l'attesa per il nuovo tour – dopo che il trio ha suonato su e giù per gli States e nel resto del mondo insieme a Akron/Family, the Mountain Goats e Bowerbirds – è alta, visto il successo delle ultime apparizioni in Europa del trio del Wisconsin.
Con loro sul palco i Ronin, a distanza di due anni da "L'Ultimo Re" presentaranno il nuovo album "Fenice". Il trittico iniziale del disco – “Spade”, “Benevento”, “Selce” – è una pura carrellata country – psichedelica, quasi un Ry Cooder intento a sonorizzare il capolavoro di Jodorowski “El Topo”. Si affaccia poi la sezione ritmica – in parte rinnovata – costituita da Chet Martino al basso (Quasiviri) e dal nuovo ingresso alla batteria di Paolo Mongardi, figura eclettica del nostro panorama musicale avendo spaziato dalla psichedelia dei Jennifer Gentle alla dirompente matematica di Zeus!, attraverso il pop d'autore de Il Genio. E le altalene di “Jambiya” sono già il primo ideale punto di rottura del disco. Sembrano stridere le corde di Sir Richard Bishop e dei suoi Sun City Girls (ma anche quelle mistiche di Trey Spruance coi Secret Chiefs 3) in questa danza western, che si impenna in uno spietato jazz noir morriconiano – via downtown newyorkese – grazie al piano di Enrico Gabrielli. Sfioriamo una quiete ideale con le corde di “Fenice”, dove il violino di Nicola Manzan (Bologna Violenta) assume toni descrittivi e malinconici. È il preludio al trasversale omaggio a un crooner per eccellenza come Frank Sinatra. Lo spleen di “It Was A Very Good Year” – del paroliere e arrangiatore Ervin Drake – è una sorta di giro di boa, unico brano cantato del disco, interpretato magistralmente dalla cantautrice da “esportazione” Emma Tricca, un contrappasso quasi lynchiano scandito da corde mistiche e dall'organetto dal sapore vintage di Umberto Dorella (padre di Bruno). Si swinga in “Gentlemen Only” e si sceglie la via del ricamo elettro-acustico su fondali drone nella sospirata apertura di “Nord”, tanto per dire della statura artistica di un gruppo capace di spiazzare anche il più maniacale musicofilo. Quando “Conjure Men” ci indica la via d'uscita, come speziato titolo di coda, in cuor nostro c'è la certezza di assistere ad una replica dello spettacolo. I fiati di Gabrielli (flauto e sax), Raffaele Kohler (tromba) e Luciano Macchia (trombone) sono l'orchestrazione più nobile per un finale ad effetto, epilogo di una carrellata trionfale.
Una “Fenice” che rinasce dalle proprie ceneri, perché a due anni di distanza da “L'Ultimo Re” è proprio quello l'effetto invocato dai Ronin, rinnovati strutturalmente e nelle intenzioni. Se il tenutario della sigla Bruno Dorella si staglia ancora una volta a fondamenta del nuovo disco, che il giusto tributo sia pagato agli altri cospiratori che chiudono ufficialmente il quartetto. Musicisti di comprovato talento ed esperienza internazionale, come Nicola Ratti – all'altra sei corde – l'anima più sperimentale della band, che può già vantare un’invidiabile discografia solista con album pubblicati per prestigiosi marchi europei quali Anticipate Recordings (del gruppo Kompakt) o l'italianissima Die Schachtel. Specialista in escursioni ambient – drone si dedica in “Fenice” a tinteggiare con pennellate decise i brani originali. Il trittico iniziale del disco – “Spade”, “Benevento”, “Selce” – è una pura carrellata country – psichedelica, quasi un Ry Cooder intento a sonorizzare il capolavoro di Jodorowski “El Topo”. Si affaccia poi la sezione ritmica – in parte rinnovata – costituita da Chet Martino al basso (Quasiviri) e dal nuovo ingresso alla batteria di Paolo Mongardi, figura eclettica del nostro panorama musicale avendo spaziato dalla psichedelia dei Jennifer Gentle alla dirompente matematica di Zeus!, attraverso il pop d'autore de Il Genio. E le altalene di “Jambiya” sono già il primo ideale punto di rottura del disco. Sembrano stridere le corde di Sir Richard Bishop e dei suoi Sun City Girls (ma anche quelle mistiche di Trey Spruance coi Secret Chiefs 3) in questa danza western, che si impenna in uno spietato jazz noir morriconiano – via downtown newyorkese – grazie al piano di Enrico Gabrielli. Sfioriamo una quiete ideale con le corde di “Fenice”, dove il violino di Nicola Manzan (Bologna Violenta) assume toni descrittivi e malinconici. È il preludio al trasversale omaggio a un crooner per eccellenza come Frank Sinatra. Lo spleen di “It Was A Very Good Year” – del paroliere e arrangiatore Ervin Drake – è una sorta di giro di boa, unico brano cantato del disco, interpretato magistralmente dalla cantautrice da “esportazione” Emma Tricca, un contrappasso quasi lynchiano scandito da corde mistiche e dall'organetto dal sapore vintage di Umberto Dorella (padre di Bruno). Si swinga in “Gentlemen Only” e si sceglie la via del ricamo elettro-acustico su fondali drone nella sospirata apertura di “Nord”, tanto per dire della statura artistica di un gruppo capace di spiazzare anche il più maniacale musicofilo. Quando “Conjure Men” ci indica la via d'uscita, come speziato titolo di coda, in cuor nostro c'è la certezza di assistere ad una replica dello spettacolo. I fiati di Gabrielli (flauto e sax), Raffaele Kohler (tromba) e Luciano Macchia (trombone) sono l'orchestrazione più nobile per un finale ad effetto, epilogo di una carrellata trionfale.
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