20 gennaio 2015 - Ravenna, Cronaca

Gli Americani si divertono se il gioco è “Made in Ravenna”

Il ravennate Christian Zoli, esperto di gamification, appassiona gli Stati Uniti con le sue creazioni

Lo scorso venerdì 16 gennaio “La notte più buia” dell’anno è caduta sull’Almagià attirando un branco di spietati lupi mannari assetati di sangue da tutte le regioni d’Italia. È stato compito degli abitanti del “villaggio” capire chi fossero i lupi che si nascondevano fra la gente prima che questi avessero divorato l’intera popolazione. Si trattava, naturalmente, di un gioco: una gigantesca partita live di Wherewolf, il famoso party game che da anni impegna appassionati di tutto il mondo (con il nome di "Mafia"). Non tutti sanno però che una delle due versioni italiane del gioco è frutto dell’ingegno di un ravennate, Christian Zoli, classe 1974, formatore aziendale ed esperto appunto in ambito “game”. “Fin da piccolo – ci ha spiegato Christian Zoli -  ero assolutamente incapace di giocare ad un qualsiasi tipo di gioco, senza cercare di modificarlo e di sperimentarne delle varianti. Lo studio della “teoria dei giochi” mi ha portato a cercare in ogni cosa le regole che essa segue, e, in quelle regole, i limiti da aggirare e i difetti da correggere. Conosciuto 'Mafia' nel 2001 ne ho intuito le potenzialità inespresse e ci ho lavorato su giungendo a ciò che attualmente si chiama Wherewolf”.

Oggi Christian ha all’attivo diversi titoli di rilievo in ambito game e sta iniziando, negli ultimi tempi a pubblicare le sue creazioni anche negli Stati Uniti, per importanti editori. “Il mercato tedesco e quello statunitense sono molto più sviluppati del nostro dal punto di vista del gioco, ed è soprattutto lì che ora propongo i miei prodotti. C’è da dire però che in Italia le cose stanno cambiando e da 7-8 anni la domanda inizia a farsi più importante anche qui”.

Ma come si fa a lavorare in un ambito che  alla maggior parte di noi sembra avvicinabile esclusivamente come passione a cui dedicare un po’ di tempo libero? “Innanzitutto io non vivo esclusivamente di gioco - spiega Zoli -. Sono un formatore aziendale libero professionista e questo aiuta molto. Inutile dire che nel mio lavoro di formatore utilizzo tutto il mio know how sui giochi. Importantissima condizione per svolgere questa attività è crederci fino in fondo e di conseguenza non aver paura di andare dove essa ti porta: sarebbe più difficile dedicarmi a questa passione se non fossi disposto a viaggiare in tutto il mondo per presentare le mie idee. Infine non è secondario investire: in termini di energia ed in termini economici”.

Ma sul curriculum vitae di Christian si legge anche il curioso titolo di “esperto di gamification”. Abbiamo approfondito con lui questo aspetto: “La gamification è sostanzialmente il tentativo, partito dagli Stati Uniti, di capire in che modo il nostro cervello è stimolato e divertito dal gioco, per vedere se queste dinamiche virtuose si possano applicare anche alle attività che dobbiamo svolgere quotidianamente, come il lavoro. Io da alcuni anni mi occupo di ricerca in questo senso. Per capire l’importanza della “gamification” basti pensare ai benefici che potrebbero ricavarne il lavoratore e le aziende stesse, a tutti i livelli, se si riuscisse a portare sul lavoro la curiosità, la determinazione, il benessere che proviamo mentre siamo presi dal gioco. La società è cambiata, ma nei posti di lavoro spesso continuano a vigere dinamiche che andavano bene negli anni ’50. Nulla di strano se poi nei fatti non funzionano più”.

E proprio a proposito di gamification, per i suoi anni a venire Christian ha un sogno: “Naturalmente vorrei continuare ad ideare giochi, ma mi piacerebbe soprattutto riuscire a portare il gioco in contesti anche molto differenti, come appunto quello del lavoro. Tutt’ora quando pronunciamo la parola ‘gioco’ nel nostro interlocutore suona un campanello d’allarme, per segnalare che si è in presenza di qualcosa che non va preso sul serio. E invece i giochi funzionano e possono fare molto per aiutarci a vivere meglio. L’obiettivo interessante sarebbe quello di contribuire a cambiare le nostre, a volta un po’ limitanti, convinzioni”.

 

C. Nardi

 

 

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