13 maggio 2015 - Ravenna, Cronaca

Arrigo Sacchi, “Un bravo giocatore? Il talento è l’ultima cosa: conta di più il carattere”

L’allenatore a Ravenna, “Berlusconi mi rivoleva al Milan, ma ora preferisco scrivere”

“La fortuna è il nome che si dà all’abilità altrui”: lo ripete spesso nelle sue interviste Arrigo Sacchi con la fede incrollabile di chi nella vita ha costruito la sua strada non risparmiandosi nulla di ciò che il successo comporta, in termini di impegno, fatica, coraggio nelle scelte e nelle azioni.

Anche lo scorso venerdì sera, alla Sala D’Attorre durante l’incontro sponsorizzato da Sporty e condotto dallo scrittore Stefano Bon e dal giornalista Riccardo Sabadini, Sacchi, da molti considerato uno dei migliori allenatori della storia del calcio, ha ripetuto il suo mantra, aggiungendo: “Al calcio ho dato davvero tutto, ma sono stato ricambiato da grandi emozioni. Il segreto per riuscire? Avere grande passione per quello che si fa, entusiasmo e voglia di apprendere”.

E in effetti la passione per il calcio lo accompagna fin da bambino, a Fusignano, quando si era avvicinato a questo sport come giocatore, “praticandolo male anche se con un occhio sempre pronto ad imparare”. Fu una serie di terribili mal di schiena a frenare una strada forse un po’ troppo in salita, che lo portò a prendere in considerazione il ruolo di allenatore.

Da quel momento, vittorie su vittorie lo conducono, nel 2007, ad essere nominato dal Times miglior allenatore italiano di tutti i tempi, e 11º in assoluto a livello mondiale.

Ancora oggi, quando sembra che sui metodi di allenamento calcistici si sia quasi detto tutto, Sacchi riesce ad andare controcorrente: “Il talento di un giocatore? – spiega ai due intervistatori - se c’è bene, altrimenti si può fare tranquillamente senza: le cose che contano sono altre”.

E “le cose che contano” ce le ha avute in testa sempre molto chiaramente: “Prima dell’abilità dell’atleta io ho sempre messo la persona: ho sempre scelto un giocatore in base all’affidabilità, alla serietà nel lavoro, alla generosità, all’intelligenza. Ho rifiutato un grande talento solo perché aveva scambiato il giorno per la notte. A me interessava ‘il calcio totale’: in cui i giocatori si muovono come in un unico organismo, in cui ognuno sente tutti gli altri e per far questo bisogna essere innanzitutto disponibili al lavoro”.

L’amore per questa disciplina sportiva, però, non risparmia Arrigo Sacchi dall’essere anche un suo severo critico: “Ciò che mi ha piano piano allontanato dal calcio è il fatto che spesso il rispetto e l’educazione latitino. Gli stadi sono luoghi incivili e sono ormai obsoleti, anche nella loro struttura. Oggi si vuole vincere a ogni costo anche con la ‘furbizia’, senza il vero impegno e senza dare lo spettacolo agli spettatori. Ma così non si cresce: una vittoria senza merito non è vittoria, va bene solo per gli ignoranti”.

Sui suoi impegni attuali invece rivela: “Berlusconi l’anno scorso mi chiese di tornare al Milan, ma ho rifiutato: il mio fisico oggi è provato dallo stress di tutti questi anni; a causa di questa condizione, anche se sul momento sembrava migliorare le mie capacità, nel tempo ho perso forza ed energia. Oggi mi esprimo soprattutto attraverso la scrittura, con gli articoli e i libri – tra cui l’ultimo, “Calcio totale”, edito da Mondadori – e poi fino al 2014 sono stato coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili”.

La gente però continua ad amarlo, ne sono prova le dimostrazioni di affetto che riceve ogni volta che si mostra in pubblico: “L’ultima volta che sono stato a San Siro mi sono commosso: mentre salivo le scale dello stadio le persone si alzavano per venirmi a salutare. Ecco, oggi questo posso dirlo: non è vero che nel calcio non c’è memoria. Se hai fatto qualcosa per gli altri resterà uno dei sentimenti più umani e più belli: la gratitudine”.

C. Nardi

 

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