9 aprile 2010 - Ravenna, Cronaca, Politica

Israele-Palestina, la speranza di pace è nella società civile

Intervista a Ilan Pappe, storico israeliano, ospite dell'università ravennate

Un ospite “scomodo”, Ilan Pappe, protagonista dell’incontro “Palestina-Israele. Rileggere il passato per capire il presente”, organizzato dal corso di laurea magistrale in Cooperazione internazionale all’ex conservatorio Verdi.
Lo storico israeliano è noto in tutto il mondo per aver inaugurato e portato avanti una profonda rivisitazione degli albori della storia dello Stato di Israele, che gli è costata l’espulsione dall’Università di Haifa, dove insegnava. Oggi è docente di storia all’Università di Exeter e i suoi libri sono editi in Italia da Einaudi, Fazi, Bollati Boringhieri. Una delle sue opere più famose è “La pulizia etnica della Palestina”, in cui Pappe illustra la sua teoria secondo cui i palestinesi sarebbero stati cacciati dalla loro terra fin da prima che lo Stato israeliano nascesse ufficialmente nel 1948. Contrariamente a quanto sostiene la storiografica “ufficiale”, secondo Pappe Israele ebbe un ruolo attivo nella tragedia dei profughi palestinesi e nel loro allontanamento dalla Palestina. Lo storico parla senza mezzi termini di "pulizia etnica".

Lei è considerato il fondatore dei “Nuovi storici” israeliani. Qual è stata la scintilla che ha fatto scattare le sue ricerche, che l’hanno condotta a una radicale rivisitazione della storia di Israele?
“Le ragioni sono due. La prima è che fin dal mio dottorato in Discipline storiche mi sono occupato del 1948; la seconda è che negli anni mi sono avvicinato alla società palestinese, ho conosciuto amici palestinesi, ho avuto molti contatti e ho cominciato a comprendere il punto di vista dell’‘altro’".

Immaginava che le sue ricerche le sarebbero costate l’espulsione dall’Università di Haifa?
“No, non l’ho pensato fino al 2000, in ottobre, quando dopo la seconda intifada gli accademici israeliani sono diventati più chiusi, accentuando il loro patriottismo”.

Su quali fonti si basano le sue teorie?
“Per studiare la storia del 1948 ho utilizzato due approcci metodologici. Da una parte ci sono i documenti militari, che possono essere interpretati in modi differenti. Dall’altra, ho utilizzato le fonti orali dando loro la stessa importanza di quelle scritte. Finora la storia del 1948 è stata scritta basandosi solo sulla documentazione israeliana, perché i palestinesi non hanno archivi, ma racconti e testimonianze orali”.

Nei suoi confronti c’è ostracismo anche da parte dei media?
“E’ abbastanza vero per i principali media occidentali. Ma l’Occidente non è tutto e qualcosa sta cambiando anche grazie ai nuovi mezzi di informazione, come internet”.

E’ a Ravenna per parlare del conflitto isralo-palestinese. Cosa prevede per il futuro?
“Non vedo grandi spiragli di miglioramento, nemmeno nei rapporti con Paesi arabi come Siria o Iran. Credo che ci siano due scenari possibili: uno catastrofico, con l’esplosione delle tensioni che potrebbe portare a una terza intifada o a una guerra regionale. E’ uno scenario che mi sembra plausibile, vista l’inerzia della politica. Il secondo è più ottimistico, il peggio potrebbe essere evitato grazie all’intervento di Europa e Stati Uniti, che speriamo non arrivi troppo tardi”.

Quale ruolo potrebbe avere la società civile?
“Le elite poltiche israeliane e palestinesi sono ‘congelate’ nelle posizioni che hanno creato, non vedono vie d’uscita. Per questo un cambiamento nella società civile potrebbe sciogliere questo nodo. Le faccio due esempi. In Palestina c’è un rifiuto dei negoziati di pace, ormai fini a se stessi, ma nel contempo viene rigettata anche la lotta violenta, il terrorismo. La proposta che sta emergendo è il boicottaggio di Israele, una forma di resistenza non violenta. Sul fronte opposto, nella società ebraica, sta nascendo un nuovo pacifismo, che si sta distaccando da quello ufficiale, ormai paludato”.

Quali conseguenze ha avuto l'attacco a Gaza da parte di Israele nel gennaio 2009?
“Purtroppo non è stato sufficiente a cambiare l’atteggiamento della comunità internazionale nei confronti di Israele. E ancora oggi gli israeliani sono convinti di essere stati dalla parte del giusto, affermano che lo riferebbero ancora. Non c’è stato alcun cambiamento di prospettiva”.

Dopo l’11 settembre le posizioni si sono inasprite. Essere filopalestinesi per qualcuno significa essere dalla parte dei terroristi. Cosa si deve fare per avviare un confronto?
“Usare una lingua diversa. Cominciare a distinguere la violenza usata per occupare un territorio o mantenerlo occupato da quella usata per la resistenza e l’autodeterminazione. La violenza non è mai positiva, ma non si può non guardare alle sfumature”.

Pensa che dopo l’elezione di Barack Obama alla presidenza Usa ci siano stati dei cambiamenti nell’atteggiamento della comunità internazionale?
“Finora ho visto solo dei cambiamenti nello stile. Le parole usate contro Israele sono state più forti. Ma di concreto non c’è stato nulla”.

Vania Rivalta

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