7 aprile 2017 - Ravenna, Cronaca

Cyberbullismo, la psicologa: “Prevenire vuol dire educare alla relazione”

La nostra intervista alla psicoterapeuta Alessandra Bolognesi

 

Alessandra Bolognesi sarà fra gli esperti della Tavola Rotonda “Diventa il regista del cambiamento”

 

Per otto ragazzi su dieci insultare, ridicolizzare e diffondere immagini private di chicchessia sui social è normale e si può fare. È quanto è emerso da una ricerca dell’Università La Sapienza, condotta qualche mese fa su 1.500 ragazzi delle Scuole Secondarie di primo e secondo grado.  Un risultato che non può non far riflettere, soprattutto se associato alle cronache sempre più frequenti di ragazzi che arrivano a meditare il suicidio dopo aver subito gli attacchi continui del cyberbullo di turno, o del gruppo di bulli, portandone i segni – a volte – per tutta la vita.
Ma si possono prevenire questi comportamenti? E come difendersi quando sono ormai in atto?
Ne abbiamo parlato con la psicologa clinica  e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale Alessandra Bolognesi, che sarà fra gli ospiti della Tavola Rotonda, organizzata da Cuore e Territorio su bullismo e cyberbullismo, “Diventa il regista del cambiamento”. L’appuntamento, che vedrà la partecipazione degli studenti delle classi seconde e terze delle scuole medie di Ravenna, è aperto a tutti e si terrà il prossimo 28 aprile al Palazzo dei Congressi di Largo Firenze, dalle 8 alle 13.

Dottoressa, cosa c’è dietro la disinvoltura con cui molti ragazzi attuano questi comportamenti aggressivi?

“Bisogna innanzitutto dire che è emerso come essi sottovalutino gli effetti delle loro azioni sui social network. L’essere nella propria stanza, protetti dallo schermo del pc o del cellulare, attenua la percezione di essere esposti allo sguardo di migliaia di persone. Erroneamente, credono che il materiale condiviso sia circoscritto o che poi cancellando quanto pubblicato in rete non ve ne sia più traccia. Per i ragazzi il web è un mondo dove le regole della vita quotidiana sono abolite. Spesso non hanno neanche la percezione della gravità di certe azioni: mi sono a volte sentita dire che “tutto sommato non si fa un gran danno a colpire le persone in questo modo, tanto mica gli si fa una violenza fisica…”.  A questo si ricollega un aspetto più profondo del problema: il non considerare la violenza psichica è indice di una grave mancanza di empatia, di analfabetismo affettivo e di irresponsabilità”.

Cosa spinge un ragazzo a diventare un cyberbullo?

“Il cyberbullo – ma anche il bullo che non utilizza la rete – è di solito un soggetto in cerca di popolarità all’interno del suo gruppo. Con i comportamenti aggressivi vuole ottenere potere, predominio e riconoscimento. Ma tra le cause c’è anche la noia…”

Non sempre la vittima di bullismo dichiara il suo malessere agli adulti di riferimento, quali sono i segnali che devono far scattare un campanello d’allarme?

“La vittima di bullismo o cyberbullismo spesso prova vergogna per ciò che è costretta a subire e spesso tiene tutto dentro. I segnali che devono allertare un genitore sono diversi. Ad esempio un abbassamento improvviso del rendimento scolastico, il ritiro sociale, la tristezza, l’apatia, la bassa autostima. La prevenzione di più gravi conseguenze avviene grazie all’ascolto dei ragazzi, al controllo dell’uso di internet, alla ricerca del dialogo, senza essere invasivi.  I ragazzi vittime di questi comportamenti devono rivolgersi con fiducia agli adulti di riferimento: mai tenere la sofferenza dentro. Così si può imboccare la strada giusta per ritrovare la serenità”.

Che tipo di prevenzione si può mettere in atto contro bullismo e cyberbullismo?

“La prevenzione – da attuare in famiglia e a scuola – ha come base l’insegnamento delle regole per un uso sicuro di internet e dei social network. Ma non basta. I ragazzi devono essere educati al rispetto, ad una comunicazione assertiva (che consiste nell’esprimere le proprie emozioni e opinioni senza ledere i diritti altrui), all’empatia e al senso critico. Oggi purtroppo i media – in particolare la Tv - abituano i ragazzi ad una comunicazione aggressiva, in cui sembra avere più potere chi alza di più la voce, dove più che il confronto esiste lo scontro. Si tratta di modelli estremamente diseducativi.
Se pensiamo, poi, che i bambini apprendono per modeling, cioè per osservazione, vediamo bene come dei genitori aggressivi, ipercritici, non empatici indirizzeranno i figli alla stessa tipologia di comportamento. Ma attenzione anche al permissivismo: è importante definire dei limiti, perché i bambini ne hanno un estremo bisogno. Non di meno è importante che i genitori vigilino sull’utilizzo che i propri figli fanno di internet e dei dispositivi elettronici in generale. Ad esempio, è dimostrato come l’eccessivo e acritico consumo di videogiochi violenti rinforzi l’idea che minacce e insulti siano quasi un ‘gioco’…”

E la scuola come può intervenire nella prevenzione?

“Un metodo che ritengo molto valido è quello di insegnare le ‘social skills’ (e quindi empatia, rispetto, assertività, senso critico) facendo lavorare i ragazzi per piccoli gruppi. Una modalità che, in maniera agevole e divertente per i ragazzi, educa alla relazione”.

 

                                                                                                                                                 Carmen Nardi

 

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