19 agosto 2018 - Ravenna, Sport

Michael Fabbri, vita di un arbitro di serie A

Gli inizi, la preparazione di un match, l’importanza della famiglia: il direttore di gara ravennate si racconta

“Arbitro: il signor Fabbri di Ravenna”. Dalle prime partite nei campi di periferia alla serie A, con oltre 50 gare all’attivo: un percorso per niente facile, fatto di tecnica ma anche di determinazione, spirito di sacrificio e di un lavoro costante durante l’anno. E’ la storia di Michael Fabbri, 34 anni, di professione geometra, tra i “fischietti” di punta nel panorama italiano, che si appresta ad un nuovo campionato nella massima serie. Fabbri ci raggiunge in redazione reduce da due trasferte, come quarto uomo, in Romania, Europa League, e in Scozia, a Glasgow (con l’assistente Filippo Valeriani, altro esponente della sezione Aia ravennate) per i preliminari di Champions.

Da Ravenna al grande palcoscenico del calcio nazionale. Quali sono state le tappe della sua carriera?

"Come tanti ragazzi ho iniziato giocando a calcio, ma non era la mia strada (sorride)… Poi, seguendo le orme di mio fratello, a 17 anni ho deciso di provare ad arbitrare. I primi rimborsi, per me che abitavo a Santo Stefano, valevano 45 mila lire a partita: mi hanno permesso di rendermi più indipendente. Ma via via che arbitravo il dato economico assumeva per me sempre meno valore, l’importante era essere in campo, ovviamente senza nessuna certezza di 'carriera'.

Ritengo che un arbitro nasca proprio dalle prime partite dei Giovanissimi, con l’osservatore che ti 'costruisce' gara dopo gara e ti dice dove migliorare. Poi, se i giudizi sono positivi, il passaggio è graduale; la svolta quando vieni promosso alla Cai che ti porta ad arbitrare l’Eccellenza e la Promozione in tutta Italia: ecco, qui, poco più che ventenne, devi crescere a tutti gli effetti. Per esempio sei tu che autonomamente – e in una certa misura succede anche ora in quanto capo terna – gestisci le trasferte. Mi ricordo una partita a Tortona e un viaggio su un treno regionale, partii di casa alle 6 di mattina per tornare a Forlì alle 11 di sera: se non è passione questa... Successivamente la consueta trafila: Can D, Pro, Can B e Can A".

Poi la prima partita in serie A...

"Era il maggio 2013, avevo 28 anni, ero ancora in Can B. La partita era Cagliari-Parma. Se ho sentito il salto di categoria? Come accennavo, è tutto molto graduale. Avverti il salto ma dopo tutto è sempre una partita di calcio. Cosa diversa quando rimani stabilmente nella massima serie. E non è scontato, perché ci sono graduatorie e valutazioni basate su criteri precisi e oggettivi. Devi fare bene e mantenere gli standard, di soggettività ce n’è poca".

Com’è la vita di un arbitro? Ci racconta la sua settimana tipo, la preparazione, i momenti prima di una gara?

"Durante il campionato, ogni 15 giorni siamo a Coverciano, giovedì, venerdì e sabato, con lezioni in aula e allenamenti. In ogni caso ci si prepara e si studia costantemente durante la settimana: si tratta di un lavoro, anche se, diciamo, a tempo determinato. Io impiego 3 ore per rivedere una partita di 90 minuti, per analizzare me stesso, magari rendendomi conto che se fossi stato più mobile quell’episodio l’avrei visto meglio. Poi il giovedì alle 10 arrivano le designazioni. A questo punto mi metto di nuovo a studiare, la nuova partita, anche attraverso la piattaforma wyscout, con le statistiche su gare pregresse, gli spezzoni, le azioni. Anche in questo caso molto dipende da me: capire come giocano le squadre - e quindi essere preparato anche atleticamente - significa essere nel cuore dell’azione. Magari 'prevedendo' uno schema iniziando a correre in anticipo. Pochi metri di distanza fanno la differenza…".

 

La tecnologia sta diventando sempre più al servizio dello sport. Tanto che in alcuni ambiti (i tennisti hanno addirittura il diritto di richiedere l’intervento delle telecamere, “l’occhio di falco”, sui campi veloci) sarebbe impensabile farne a meno. Come si sta evolvendo in questo senso il ruolo del direttore di gara nel calcio? Cosa è cambiato con il Var? Sono stati 2.023 i controlli effettuati, 117 decisioni cambiate, secondo le statistiche ufficiali dell’Aia.

 

"Penso che con il sistema Var sostanzialmente non sia cambiato nulla, nel senso che si arbitra come prima, la centralità del direttore di gara rimane. Ora le faccio io una domanda: vorrebbe un’auto che nel momento in cui sta per fare un incidente frena e la salva? Ecco, il ruolo del Var è questo. In un match tra Atalanta e Genoa avevo fischiato un rigore per fallo di mano di Caldara su tiro di Giuseppe Rossi: con il Var ho visto che il gomito in effetti era attaccato al corpo. Ho cambiato la decisione: insomma, l’auto ha frenato… Comunque mi creda, in caso di errore - e spesso parliamo di frazioni di secondo, non possiamo umanamente vedere tutto ciò che accade - i primi ad essere dispiaciuti siamo noi. Più in generale penso che in campo niente si generi dal nulla, un fischio sbagliato può rompere l’equilibrio. Se tu sei lineare invece la partita va in discesa. Del resto in campo ci sono 22 giocatori con 22 personalità diverse. Per questo ritengo che un arbitro debba essere anche un po’ psicologo, diciamo che è un giudice-psicologo...".

 

La classe arbitrale è di frequente al centro di polemiche. Le “papere” di certi campioni vengono spesso liquidate con una pacca sulle spalle mentre per un direttore di gara una decisione dubbia, o magari sbagliata, diventa un caso internazionale… Come si affronta in questo senso la “solitudine” dell’arbitro?

 

"Guardi, se parliamo di solitudine 'calcistica', quella vera, la si prova nelle partite fino alla Prima Categoria, dove veramente sei da solo in campo. Poi invece si entra a far parte di un team. Se si riferisce anche a pagelle, giornali e tv le dico che dopo la gara riesco sempre a staccare. Devi sapere quando è il momento di staccare, anche perché prima o poi l’intoppo arriva. Intendiamoci, è giusto che ci siano pagelle, dibattiti: ma questo non mi tocca, al massimo faccio un sorriso. In tutto questo è fondamentale, anche per un arbitro di serie A, la famiglia. La tranquillità è la prima pietra che ti porta a fare bene. Va detto che tutto questo costa sacrifici; sacrifici che la mia famiglia - la mia compagna Anna e mia figlia Isabell, di due anni e mezzo - condivide con me: basti pensare che io sono fuori casa 130, 140 giorni all’anno…

 

Quali sono i suoi obiettivi per il futuro? Qual è il percorso per arrivare in Europa e oltre?

Per il momento voglio continuare a fare bene. Cosa fondamentale per togliermi altre soddisfazioni. Il futuro? Per noi a 45 anni il gioco finisce, poi si vedrà. Di certo non mi vedo in tv a commentare le partite.

Che consigli darebbe ad un giovane che vuole intraprendere questa attività?

Ad un giovane consiglio di seguire comunque questa passione, al di là di eventuali traguardi. L’arbitraggio di per sé è una scuola, qualcosa che ti dà tanto anche per la tua vita, che ti permette di relazionarti con molte persone: in una parola di crescere.

Nel salutare Fabbri c’è ancora tempo per uno scambio di impressioni. L’arbitro protagonista di tanti match ad alto tasso di adrenalina mi parla del suo personale antistress: vivere in campagna e occuparsi del suo orto. Come a dire che dopo tutto è fondamentale rimanere con i piedi per terra. “Quando mi fermano per un autografo mi chiedo ancora il perché. Certo, faccio parte di qualcosa di grande. Ma sa una cosa? L’ho capito un giorno, in un altro modo. Non in campo, ma vedendo per la prima volta una partita dalla tribuna...”. (Marco Montruccoli)

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