23 marzo 2019 - Ravenna, Faenza, Lugo, Cronaca

Robin Hood romagnolo o feroce brigante?

La storia de “Il Passatore” a 168 anni dalla sua morte

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Il più noto tra i briganti romagnoli

Sono passati 168 anni da quando Stefano Pelloni, alias “Il Passatore” venne ammazzato nei pressi di Russi dalla Gendarmeria pontificia Apollinare Fantini.

Per molti un sollievo, anzi, un vero e proprio giorno di festa, per altri invece no, ma andiamo con ordine e scopriamo chi era.

Stiamo parlando senza dubbi del più noto tra i briganti romagnoli.

Dalla scuola alla criminalità: il breve salto

Stefano Pelloni è nato, ultimo di dieci figli, il 4 agosto del 1824 a Boncellino di Bagnacavallo.

I genitori lo mandarono alla scuola privata, ma Pelloni non superò la terza elementare per via del suo comportamento: probabilmente stava già nascendo in lui l’indole del brigante.

Dopo aver lasciato la scuola cominciò a fare il mestiere del padre (da cui deriva il suo soprannome): divenne quindi traghettatore sul fiume Lamone.

Quando diventò brigante la sua firma divenne infatti "Stuvan de Passador".

E’ praticando questo mestiere che al Passatore si aprì la strada per il suo discutibile futuro, in quanto, specialmente nelle buie notti, venne a contatto con contrabbandieri, banditi e ladri grazie ai quali conobbe la malavita alla quale larghissimi strati della popolazione erano ricorsi per via delle restrizioni economiche imposte loro dai padroni e della miseria.

Una rappresentazione di Stefano Pelloni Nasce qui il profondo sentimento di odio che Pelloni iniziò a provare nei confronti dei padroni appunto e si decide che non vi era altra maniera per cambiare la situazione a favore dei più poveri che la brutalità.

Iniziò allora a costruire gradualmente la sua rete di confidenti e collaboratori che fossero a lui leali e fu così che cominciò a muovere i suoi passi sul sentiero della criminalità.

Finì diverse volte in prigione, ma riuscì sempre a fuggire.

 

 

Il carcere e le fughe

Fra le sue varie incarcerazioni ricordiamo anche quella per l’accusa di omicidio colposo: si narra che fosse stato coinvolto in una lite nella piazzetta antistante la chiesa di Pieve di Cesato durante la quale, tirando un sasso a un altro uomo coinvolto nella rissa, ammazzò accidentalmente una donna incinta che si trovava sul luogo.

Finì per questo motivo nel carcere di Bagnacavallo ma ben presto fuggì anche da qui.

La banda

Pelloni era ormai membro ufficiale di una banda locale che agiva tra Brisighella e Casola Valsenio, di cui diventerà uno dei capi verso il 1847, aggregando a sé altre due bande: quelle di Giuseppe Afflitti (morto nel 1857) e di Francesco Babini (morto nel 1852).

Si trattava di un gruppo di uomini che, mossi dalla rabbia e dal risentimento, agivano con estrema violenza ed aggressività, uomini capaci anche di gesti brutali ed ignobili.

Dal 1849 al 1851 la banda operò attivamente nelle province di Bologna, Forlì, Ravenna e Ferrara riuscendo ad avere la meglio sulla gendarmeria pontificia e austriaca.

Robin Hood romagnolo? Ecco perché

Il motivo del successo di questi uomini fu soprattutto la vasta rete di spie, informatori, protettori, ricettatori e persino uomini delle forze dell'ordine, ma anche grazie alla complicità della poverissima popolazione afflitta dalla miseria.

I favori ottenuti dalla popolazione erano principalmente quelli di aiutare i banditi a nascondersi, occultare i loro beni per un certo periodo di tempo oppure dare loro aiuto anche solo offrendogli un pasto o qualcosa da bere.

I cittadini generalmente accettavano tutto ciò e il motivo è che venivano ricompensati con il denaro che i banditi avevano sottratto ai più ricchi e ai tanto odiati padroni: è grazie a queste elargizioni che si diffuse specialmente nelle povere campagne la sua fama con connotazione positiva di "Robin Hood" romagnolo.

Le brutalità compiute dalla banda e la vicenda Artusi

Una rappresentazione di Stefano Pelloni (Il Passatore)Invase e saccheggiò diverse cittadine con lo smisurato uso della violenza, picchiò ed uccise alcuni fra coloro che possedevano le ricchezze, stuprò alcune donne.

Una delle più note fra le sue brutali azioni è quella che vide coinvolta e che segnò profondamente e perennemente la famiglia di Pellegrino Artusi: famoso critico letterario, scrittore e noto gastronomo italiano conosciutissimo per i suoi ricettari.

Stiamo parlando della notte del 25 gennaio 1851.

A Forlimpopoli durante l'intervallo di una rappresentazione, i briganti si intrufolarono nel Teatro Comunale (oggi teatro Verdi), salirono con le armi puntate sul palcoscenico seminando il panico fra i presenti, dopodiché rapinarono tutti gli spettatori presenti in sala, fra cui la famiglia Artusi.

Il bottino però non era sufficiente per le menti di quegli uomini che decisero quindi di passare allo stupro.

Vennero stuprate diverse donne presenti e fra esse anche la sorella di Pellegrino: Gertrude.

La donna impazzì per il trauma di quella violenza subita, venne infatti ricoverata in manicomio dentro al quale morì all’età di 47 anni.

In seguito a ciò l’intera famiglia Artusi vendette la casa e l’avviato negozio di mercanzie e si trasferì a Firenze.

La morte del Passatore

Uno dei misteri che ancora avvolge Stefano Pelloni precede il momento della sua morte.

Il Passatore sapeva bene di essere inseguito quotidianamente da tutti coloro che gli davano la caccia e che lo volevano morto, ma invece di fuggire fra le foreste appenniniche restò nelle campagne intorno alla sua terra natale.

Il 23 marzo 1851, in un capanno di caccia del podere Molesa (vicino a Russi) la gendarmeria, grazie al tradimento di uno dei suoi uomini, Lodovico Rambelli, cui era stato promesso di poter fuggire senza essere inseguito, lo scovò e lo uccise.

Nei giorni seguenti il cadavere del Passatore venne trasportato su un carretto per tutte le strade della Romagna per dimostrare che era veramente finito l’incubo per molti, ma anche il sollievo dalla miseria per altri.

Valentina Orlandi

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