20 aprile 2019 - Ravenna, Cultura

Usanze e credenze: le tradizioni di Pasqua nelle campagne ravennati

Storia di non tanti anni fa

Tradizioni delle campagne ravennati

Le tradizioni, si sa, vanno via via scomparendo col passare degli anni e con il cambio generazionale, ma mantenere il loro ricordo vivo è missione di molti studiosi che, con impegno e dedizione, hanno raccolto usi e credenze romagnoli: citiamo ad esempio Paolo Toschi, titolare della cattedra di Storia delle Tradizioni Popolari dell'Università di Roma che, negli anni '60, ha raccolto nel volume “Romagna tradizionale” (Cappelli, 1963) le conoscenze folkloristiche già annotate nel '700 dal riminese Giovanni Antonio Battarra e dal forlivese Michele Placucci il quale, nel 1818, aveva pubblicato “Usi e pregiudizj dei contadini della Romagna”. Oppure Francesco Balilla Pratella, nato a Lugo nel 1880, studioso di folklore che raccolse “Poesie, narrazioni e tradizioni popolari in Romagna”, e Italo Camprini, forlivese, autore di una ricerca di storia e cultura popolare intitolata “Canta la cicala taglia, taglia: il grano al padrone, al contadino la paglia” (Emme Edizioni, 1978).

Giunti alla vigilia di Pasqua, ne riportiamo alcune.                                                

­Giovedì santo

Parlando dei giorni di festa nel periodo pasquale sono tante le consuetudini legate al mondo contadino che segnano la storia e la tradizione della nostra terra: nelle pianure ravennati e forlivesi si soleva legare gli alberi da frutto il giovedì santo, lo stesso giorno in cui venivano legate le campane della chiesa e iniziava un periodo di digiuno.

Si pensava che, in questo modo, gli alberi avrebbero dato un raccolto più abbondante e che la nebbia non li avrebbe danneggiati.

Sabato santo

Il sabato santo, quando le campane venivano sciolte, i contadini festeggiavano e tornavano a liberare i rami degli alberi.

Ma non è tutto: anche le fanciulle, allo slegare delle campane, scioglievano i propri capelli per farli crescere più lunghi e voluminosi!

Le usanze nel sabato santo non finiscono qui: al suono delle campane, gli uomini e le donne si lavavano il viso senza asciugarlo, pensando che ciò avrebbe permesso di avere una buona vista. Per lo stesso motivo, durante la celebrazione della Santa Messa di quel giorno, i credenti si bagnavano gli occhi con l'acqua benedetta. Dopo la messa si udivano colpi di fucile o petardi: erano gli uomini che sparavano per uccidere Barabba, esplodendo sempre un numero dispari di colpi per non fare “le corna al Signore”. Chi aveva un bambino piccolo, poi, pensava che fargli muovere i primi passi al sabato santo sarebbe stato di buon auspicio e gli avrebbe permesso di imparare a camminare in fretta. I contadini lavoravano solo al mattino, seminavano gli ortaggi e i fiori, come le mammole; nel pomeriggio mettevano sotto la cenere salsicce, salami, coppa e lingua di maiale per farla stagionare e si preparavano alla seguente giornata di festa.

La domenica di Pasqua

Come per Natale, anche a Pasqua nelle campagne ravennati era usuale indossare un abito o una camicia nuova, con l'auspicio di prolungare la propria vita, mentre i contadini avevano l'abitudine di tenere chiusi nella stalla i maiali al mattino, per liberarli dopo pranzo «dicendo che anch'essi vanno a far merenda». Molte donne, poi, per Pasqua non mettevano in ordine il letto al mattino e non si pettinavano per devozione.

Nel ravennate – e in particolare nella zona di Castelbolognese – era diffuso anche il detto “E' dè 'd Pasqua e e' dè ed Nadèl /totti al galein a e' su puler”: nel giorno di Pasqua le donne non andavano a far visita in casa altrui, poiché ciò avrebbe portato disgrazia, quindi ogni “gallina” restava nel proprio “pollaio”.

­ Il lunedì di Pasquetta

Un'aria completamente diversa, invece, si respirava nel lunedì di Pasquetta: giornata dedicata a gite e feste campestri, con la primavera alle porte.

Molte le fiere popolari in questo giorno: la sagra del Santo di Cotignola, ad esempio, ha sempre richiamato migliaia di visitatori, che dopo aver pregato nella Chiesa del Santo festeggiavano con merende nei prati, brindisi nelle osterie, balli nelle vie e nelle piazze. Anche a Santa Sofia, nell'alta valle del Bidente, il Lunedì dell'Angelo ha sempre animato il paese con una grande fiera legata principalmente al mondo agricolo e contadino, dove si concludevano affari, si vendeva bestiame e si potevano ascoltare i cantastorie.

Tag: storia

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