25 aprile 2019 - Ravenna, Cronaca, Società

“Avevo 12 anni: nel 1943 è cominciata la nostra fuga per la salvezza”

Gli anni della guerra a Ravenna raccontati da chi li ha vissuti

“La guerra è finita”, ma prima?

74 anni fa le strade delle città d’Italia si riempivano di una folla esultante per la liberazione, le parole diffuse dagli altoparlanti raggiungevano ogni angolo ed ogni via annunciando “La guerra è finita”: grandi e piccini correvano, saltavano, sorridevano e gridavano di gioia.

Da quel giorno si riaccendeva per molti la speranza di avere ancora una vita “normale”, non dettata dalla paura dei soldati, delle bombe, dal terrore di udire in qualsiasi ora del giorno e della notte la sirena dell’allarme che segnava l’arrivo di aerei con bombe o mitragliatrici; la paura di essere una vittima, quella di veder sparire i propri figli, padri, madri, fratelli e sorelle, quella di non poter più aprire gli occhi da un secondo all’altro, quella di perdere tutto. 

L’orrore del conflitto era giunto finalmente al termine, le famiglie avrebbero da lì a poco cominciato a ricostruire la propria vita, il lavoro, le case e, soprattutto, la “normale quotidianità” dopo i lunghi e grigi anni della Seconda Guerra Mondiale.

Impossibile comprendere le emozioni provate da chi si trovava a vivere quelle inquiete giornate, ma proveremo a farlo grazie alla testimonianza di una donna, raggiunta da Ravenna24ore, che ci ha permesso di calarci con l’immaginazione nei pensieri di una ragazzina di 12 anni che con la sua famiglia sopravvisse alla guerra.

Con l’empatia proveremo a comprendere i sentimenti che nascono in chi la guerra, più che viverla, l’ha subita a proprio discapito.

Viveva a Rimini, ma poi è sfollata a Ravenna...può raccontarci quella giornata?

"Quel giorno rimarrà scolpito nei miei ricordi per sempre...era ottobre dell’anno 1943, io avevo 12 anni e mi trovavo in casa con mia madre e i miei fratelli: il più grande aveva 15 anni, mentre i più piccoli avevano l’una nove e l’altro tre anni, mio padre era a lavorare.

L’incubo ebbe inizio: a Rimini iniziarono a cadere alcune bombe e la gente cominciava a morire per mano delle mitragliatrici, così cominciò la nostra fuga per la salvezza.

Un camion venne sotto casa nostra e caricò noi e i mobili (solo quelli che per noi avevano più valore), mia madre e i miei fratelli minori erano seduti nel posto davanti di fianco al camionista, noi invece eravamo seduti dietro sopra ai mobili: quella fu la prima volta che sfollammo.

Ci dirigemmo verso Ravenna, dove alcuni nostri parenti avevano per fortuna trovato un appartamento; nostro padre ci raggiunse il giorno dopo.

Fu una fortuna che sfollammo appena in tempo, prima che la situazione peggiorasse, perché a guerra finita scoprimmo che la nostra casa era stata rasa al suolo, di lei non rimaneva altro che cumuli di macerie avvolte nel fumo".

Com’era la situazione a Ravenna?

"Il clima di paura si respirava ovunque, ma la gente faceva quel che poteva per affrontare quel periodo giorno per giorno.

Il coprifuoco partiva alle 10 di sera e durava fino alle 6 di mattina, in quelle ore non si poteva assolutamente uscire, le finestre dovevano essere chiuse e non doveva trapelare nemmeno un po’ di luce, infatti se una casa aveva le tapparelle o altri tipi di finestre che, anche se chiusi, avessero fatto uscire un pelo di luce, si doveva provvedere mettendo grosse tende che oscurassero e non lasciassero uscire lume. Anche i lampioni per strada erano sempre tassativamente spenti.

Questo perché il buio avrebbe reso difficile ai nemici individuare le città da distruggere".

La paura dei bombardamenti regnava nel cuore di tutti...

"Ciò che incuteva timore era l’allarme, sentendolo suonare, sapevamo di essere in pericolo perché stavano arrivando gli aerei nemici.

Se la sirena dell’allarme suonava per tre volte significava che stavano arrivando gli aerei con le mitragliatrici, in questo caso bisognava chiudersi in casa per essere al sicuro, in quanto le mitragliatrici non riuscivano a ‘passare oltre ai muri delle case’. Mia madre ci faceva sempre mettere sotto al tavolo nel caso in cui fossero riusciti a sfondare una finestra.

Un giorno suonò l’allarme e cominciammo a correre per metterci al sicuro, ma mio fratello fu ferito da una mitragliatrice e  per fortuna riuscì a salvarsi.

Il panico però giungeva quando la sirena, al posto di suonare tre volte, faceva sei fischi: stavano arrivando i bombardieri.

Era giunto il momento di correre, si prendevano in braccio i bambini e si correva più veloci possibile verso i rifugi che erano stati scavati sottoterra (mio padre ne scavò uno sotto al capannone che si trovava in cortile), mentre ci si chiudeva al riparo si sentivano arrivare i bombardieri: da lontano si cominciava a sentire il boato del loro arrivo che si avvicinava sempre di più, un rumore potentissimo che diveniva sempre più forte e vicino ed accompagnava il mio cuore che batteva all’impazzata, anch’esso sempre più forte.

Mi ricordo la paura paralizzante che provavo ma che dovevo anche celare per rassicurare i miei fratelli minori...eravamo tutti lì, ammassati al buio e al freddo sottoterra, sentivamo il rumore senza sapere se quello sarebbe stato l’ultimo suono che avremmo udito in vita nostra o se, invece, saremmo sopravvissuti.

Giunti sulla città, i bombardieri buttavano i bengala: dal cielo scendevano dei lumi attaccati a dei paracaduti di stoffa. In questo modo i nemici, nonostante le città fossero al buio, potevano vedere se si trattava dei luoghi che volevano bombardare o meno.

Finito il pericolo le famiglie correvano a raccogliere il paracadute di stoffa cui era attaccato il lume per poterli riutilizzare: si trattava di una seta leggera che le donne reinventavano come fodere per cuscini o altro.

Un solo fischio continuo delle sirene significava che il pericolo era cessato e si poteva tornare in superficie".

La guerra andava di pari passo con la lotta per i viveri...

"Il cibo ovviamente era razionato: ognuno di noi aveva una carta annonaria la quale indicava quanti viveri ci spettavano e ogni quanto potevamo andare a prenderli, erano quantità minime, in quel periodo abbiamo fatto letteralmente la fame.

Un giorno mio padre, quando stavamo ancora a Rimini, andò fino a San Marino in bicicletta per comprare qualcosa da mangiare per tutta la famiglia al mercato nero del cibo.

Spese tutti i risparmi che avevamo per una fiaschetta d’olio e un po’ di granoturco.

Corse a casa per dare a noi bambini l’olio appena acquistato per mantenerci in salute...all’epoca le fiaschette d’olio erano rivestite da un intreccio di paglia sino quasi al collo, quindi si poteva vedere il contenuto solo in superficie.

Non posso spiegare a parole la delusione che ho visto negli occhi di mio padre quando ha scoperto che nella fiaschetta non vi era altro che acqua, con un goccio di olio che galleggiava.

La guerra è stata anche questo.

Tutto ciò che era rimasto era il granoturco: mia madre lo macinava con il macinino del caffè, lo ripassava diverse volte per farlo diventare fine fine.

Quando calava la notte, nel buio più profondo, era mio compito andare a portare il pane al forno per far sì che il fornaio ce lo cucinasse, come faceva anche per altre famiglie, di nascosto s’intende.

A portare il pane al forno di notte ero sempre io, perché mia madre pensava che se avessero preso una bambina non le avrebbero fatto del male, ma l’avrebbero lasciata andare".

Ha detto di essere sfollata anche da Ravenna...quando è successo?

"Un’orribile data quella del 25 agosto 1944.

I tedeschi e i fascisti presero una ventina di persone che si battevano contro il regime, fra cui anche la partigiana Lina Vacchi, li fucilarono e li impiccarono su quello che si chiamava il Ponte degli Allocchi, ma che adesso ha preso il nome di Ponte dei Martiri.
Dopo questa strage vi fu la reazione degli Alleati: nella notte caddero le bombe su Ravenna.

Quel bombardamento fu terrificante, la terra tremava e noi, nascosti nel rifugio tutti stretti gli uni accanto agli altri, eravamo pietrificati dalla paura e le lacrime, inutile dirlo, scorrevano a fiumi.

Gli americani sapevano dove tenevano gli arsenali i tedeschi e ovviamente quei luoghi erano nel mirino degli Alleati, quindi la situazione si faceva sempre più pericolosa e ciò fu dimostrato quando il cimitero di Ravenna venne bombardato, proprio perché si credeva che al suo interno fosse celato un armamentario.

Siccome si pensava che i tedeschi avessero un arsenale nell’ippodromo di Ravenna e noi abitavamo lì vicino, il rischio di continuare a stare lì era troppo alto: da un momento all’altro saremmo potuti saltare in aria. E’ per questo che siamo scappati ancora una volta.

Siamo allora fuggiti e abbiamo trovato rifugio in un’azienda agricola poco prima di Porto Fuori, ma non era sicuro nemmeno lì: i tedeschi rastrellavano la città e buttavano bombe.

Una bomba s’infilò nel campanile della chiesa di Porto Fuori, sotto al quale avevano costruito un rifugio, tutte le persone che si erano nascoste in quel rifugio morirono quel giorno.

Siamo scappati ancora e, per salvarci, ci siamo barricati in un essiccatoio di tabacco sulla Raspona: è qui che il 4 dicembre 1944 ci giunse finalmente l’annuncio che Ravenna era libera (la conquista definitiva della provincia di Ravenna avverrà il 10 gennaio 1945 con la liberazione di S. Alberto)".

Ravenna era finalmente libera…com’è stato il ritorno a casa?

"Tornati a casa, la trovammo saccheggiata: durante la ritirata i tedeschi avevano finito il carburante per i loro mezzi, quindi entravano nelle case e rubavano le biciclette e, ovviamente, tutto quello che gli poteva servire, come ad esempio il cibo.

L’entrata a Ravenna delle truppe americane fu trionfante: da Ponte Nuovo un fiume di carri armati e Jeep guidati da uomini con la divisa americana percorse Borgo Porta Nuova accolto dagli applausi e dagli occhi stupiti di tutti.

Portarono con sé la pace e i viveri che tutti sognavamo da tempo, come ad esempio la margarina".

Come fu invece il giorno in cui fu dichiarato che la guerra era finita?

"Il 25 aprile venne data notizia che la guerra era finita: suonavano le campane e la voce emanata dagli altoparlanti infondeva gioia dappertutto.

Tutti erano per le strade a festeggiare, eccetto la mia famiglia che, purtroppo, era appena stata colpita da un grande lutto: mio padre si trovava in ospedale da qualche giorno perché gravemente malato e, proprio nella notte fra il 24 e il 25 aprile, ci lasciò per sempre.

Per questo motivo noi non uscimmo a far festa per strada in quel bellissimo e bruttissimo giorno.

Il ritorno dei partigiani dopo il 25 aprile fu memorabile…ci fu una festa in piazza Kennedy (che allora era la piazza del Mercato), tutti i bambini e le bambine aspettavano il loro arrivo con le bandierine in mano mentre fremevano per l’emozione… ed eccoli lì: una sfilata di motori, davanti a tutti c’era Bulow (Arrigo Boldrini) che era il comandante della 28a Brigata Garibaldi..

Non vedemmo mai arrivare però mio cugino, partito da Borgo Sisa come partigiano, dopo sette giorni venne ammazzato dai tedeschi.  Aveva vent’anni".

Com’è stato l’immediato dopoguerra?

"Certo non facile, la guerra aveva messo tutti in ginocchio e quello era il momento di alzarsi, fra affanni e sacrifici però, abbiamo ripreso le nostre vite e, alcuni di noi, adesso sono qui.

La guerra però non terminò di mietere vittime nemmeno dopo che fu finita: mi ricordo alcuni tristi episodi.

Ad esempio ricordo che due bambini stavano giocando insieme quando trovarono un oggetto strano e cominciarono a divertirsi con esso. Non si trattava però di un gioco, bensì di una bomba a mano: il più piccolo dei due morì, mentre l’altro rimase ferito.

Un altro giorno, invece, una donna stava mettendo il carbone nella stufa tenendo il suo bambino piccolo in braccio, fra il carbone si trovava però un ordigno inesploso che segnò la fine della vita di madre e figlio.

Anche a Porto Fuori un uomo morì per via di un’altra bomba inesplosa.

Costoro non sono da dimenticare come vittime della crudele guerra". 

Valentina Orlandi

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