9 gennaio 2020 - Ravenna, Cultura, Arte

Marcello Veneziani sul Salone dei Mosaici: “Mi è parso di avvertire la solenne potenza dell’arte”

Le parole con cui lo scrittore e giornalista espone le emozioni regalategli dal luogo

Marcello Veneziani: “Un ponte tra la storia e il mito”

Splendide le parole con le quali Marcello Veneziani, dopo aver presentato il libro “Il Salone dei mosaici – storia, arte e architettura nella Casa del Mutilato di Ravenna”, descrive le emozioni che gli hanno regalato questo luogo e le meraviglie artistiche che protegge fra le sue mura, al di là del valore simbolico ricoperto un tempo.

In un articolo egli descrive con grande sapienza i caratteri che rendono il Salone dei Mosaici un posto unico ed eccezionale nel suo genere: “Mi è parso di avvertire la solenne potenza dell’arte intesa come un ponte tra la storia e il mito. Ho colto un senso di grandezza, una megalopsichia oggi impensabile” afferma Veneziani.

E continua: “ L’opera trae spunto dagli eventi storici e poi li rappresenta in un’aura mitica, dove tempo presente e tempo antico si richiamano reciprocamente e allusivamente, fino a sorreggersi a vicenda. Si avverte il genius loci già entrando nel passaggio sotto la citazione dantesca “Dall’alto scende virtù che m’aiuta” scelta dal grande eroe e mutilato di guerra Carlo Del Croix. Poi raggiungendo il Salone, i pannelli murali ti proiettano in un’atmosfera epica ed eroica che trasfigura i tempi, gli eventi e gli uomini.

Il mosaico a Ravenna, si sa, ha una gloriosa tradizione; rivederlo proiettato nel Novecento, seppure tra citazioni e richiami d’antichità romana, bizantina e di classicità dantesca, significa ritrovare quel filo sommerso che collega la tumultuante epoca delle guerre mondiali, dei regimi di massa e della tecnologia avanzata alle epoche antiche, ai grandi rivolgimenti epocali, alle scene e ai volti fieri del mondo classico. I mosaici del salone smentiscono la percezione assai diffusa che l’arte solenne e maestosa appartenga al mondo premoderno, alla classicità, comunque non alla nostra epoca. Noi non siamo più in grado di suscitare quel campo di grandezza, quel sacro stupore. Abbiamo perso il linguaggio, il lessico solenne. E invece quest’opera mostra che è possibile riconoscere la grandezza e rappresentare la gloria anche nel nostro tempo, perfino nel frangente della Seconda guerra mondiale.

Sulla scena è Ravenna, città sanguigna e fascistissima in quegli anni; ma prima ancora città imperiale romana e bizantina, poi dantesca. Fu qui che cadde l’Impero Romano, che apparve l’Impero bizantino, e che morì Dante quasi sette secoli fa. Ed è proprio dal seicentenario dantesco, nel 1921, che prese corpo l’idea della casa del Mutilato.

Qui si avverte un’altra linea invisibile: il crinale tra oriente e occidente e i mosaici per certi versi ne sono un segno e un collante. E nell’opera muraria prende corpo e figura quella gerarchia della manualità che aveva così efficacemente tracciato san Francesco nel passaggio graduale dal lavoro all’arte: “Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la mente è un artigiano, chi lavora con le mani, la mente e il cuore è un’artista”. Ecco la civiltà del lavoro che sale di rango e d’intensità spirituale, si fa opera d’arte e s’interseca con la celebrazione dell’eroismo in guerra.

Nella storia del Novecento che s’intreccia alla nascita della Casa del Mutilato c’è la questione dell’arte, degli antichi e dei moderni che precede l’opera; c’è l’idea di Corrado Ricci e il progetto dell’architetto Matteo Focaccia, c’è il dibattito storico-politico sulla rivista fascista ravennate, Santa Milizia, su cui si affacciano in versione ancora fascista, Benigno Zaccagnini e Giuseppe D’Alema, segretario dei Guf, e futuro padre di Massimo.

Ma c’è soprattutto la potenza figurativa di quei pannelli che racconta lo spirito del tempo, il ponte col mondo antico e l’essenza degli eventi che descrive, molto più che un trattato di storia. Non si può pensare di coprire, negare, cancellare le opere d’arte se evocano personaggi e regimi oggi inaccettabili o considerati infami. Diremmo la stessa cosa se quelle immagini celebrassero il comunismo o l’islam. Perché è la qualità, è il livello dell’arte, che conta, più del caduco messaggio ideologico e politico, legato irrimediabilmente a quel tempo, quel clima, quella situazione. E le testimonianze storiche e artistiche vanno salvaguardate. Quando la storia passa, l’arte resta e narra il mito, si fa trasfigurazione, simbolo e allegoria. E ancora ci parla con la potenza delle icone. Il tempo si prende i frutti del tempo, il mito coglie i doni che spettano a lui”.

 

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