31 gennaio 2020 - Ravenna, Cronaca

Cittadinanza onoraria a Cesare Moisè Finzi, testimone della Shoah: “La nostra speranza sono i giovani”

La cerimonia di conferimento si è svolta questa mattina, venerdì 31 gennaio, al Teatro Alighieri

Giorno della memoria, cittadinanza onoraria a Cesare Moisè Finzi

Questa mattina, venerdì 31 gennaio, alle ore 10, al teatro Alighieri si è svolta la cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria a Cesare Moisè Finzi, momento più significativo del corposo programma di eventi in occasione del Giorno della memoria, istituito per ricordare la Shoah. Ogni anno il 27 gennaio, giorno in cui 75 anni fa avvenne la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, si intende commemorare le vittime dell’Olocausto, per fare della memoria lo strumento più efficace affinché simili eventi non accadano mai più.

Alla cerimonia in teatro hanno partecipato numerosi studenti delle scuole di Ravenna ai quali Finzi ha raccontato la sua esperienza di giovane cacciato dalla scuola perché ebreo e fortunatamente scampato ai rastrellamenti con la sua famiglia. Presente anche il consiglio comunale, che aveva approvato lo scorso 21 gennaio dal consiglio comunale all’unanimità il conferimento della cittadinanza onoraria, riunito in seduta straordinaria. Tra gli altri presenti componenti della famiglia Muratori, del rabbino di Ferrara, del prefetto, del questore, di autorità civili e militari, del sindaco di Faenza.

Questa la motivazione del conferimento della cittadinanza onoraria: “Il Comune di Ravenna conferisce a Cesare Moisè Finzi la cittadinanza onoraria quale riconoscimento del prezioso lavoro di diffusione di memoria e per l’alto valore civile, sociale e culturale della sua testimonianza di sopravvissuto alla tragedia della Shoah; per il suo impegno nel trasmettere alle giovani generazioni valori di pace, solidarietà, uguaglianza, difesa dei diritti umani, che sono alla base della Costituzione italiana; per il profondo legame con Ravenna, nella quale, al tempo, trovò rifugio e accoglienza presso la famiglia Muratori e dove, da decenni, incontra ragazzi e ragazze delle scuole, trasferendo loro la conoscenza dei drammatici effetti delle leggi razziali, aiutandoli a combattere i pregiudizi, ispirandosi ai principi di libertà, democrazia e di rispetto delle persone”.

Il messaggio

Era solo un bambino quando il 3 settembre 1938 andò a comprare il giornale per il padre e il titolo riportato in copertina – “Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate” – cambiò radicalmente la sua vita.

“Io non ho più potuto avere amici – ricorda – e per me è stata una cosa terribile”.

Si stava per pubblicare il regio decreto che preannunciava le leggi razziali; di lì a circa due mesi tutti gli ebrei, insegnanti e studenti, sarebbero stati espulsi dalle scuole, di ogni ordine e grado. Soltanto una delle numerose e disumane restrizioni e divieti posti dalle leggi approvate da Benito Mussolini e dal re Vittorio Emanuele III.

È un ricordo fulgido quello di Cesare Moisè Finzi, nonostante siano passati quasi 82 anni da quel giorno, un ricordo che Finzi continua a far affiorare molto spesso, raccontando a platee di giovani studenti cosa successe in quegli anni. Di come bambino riuscì a fuggire con i suoi genitori da Ferrara verso sud, passando per Ravenna, dove ebbero l’aiuto fraterno della famiglia Muratori, riconosciuta poi tra i “Giusti fra le nazioni”. Non smise mai di studiare nonostante il divieto di frequentare la scuola; dopo la guerra si laureò in Medicina, specializzandosi in Cardiologia.

“Voi giovani siete la nostra speranza – ha detto Cesare Finzi durante il suo racconto accorato ed emozionante -  il motivo di vivere, di continuare a vivere è quello di incontrare i giovani e di far sapere loro quello che è stato perché non rifacciano gli stessi errori”.

Cesare Finzi ne è fermamente convinto e prosegue instancabilmente i periodici incontri nelle scuole, quasi a voler anche tenere vivo in sé quel bambino che si vide escluso e confuso dagli accadimenti: “Pensate a quel ragazzino che durante la guerra doveva sperare che l’Italia perdesse, ma lui era italiano: come poteva sperare che l’Italia perdesse la guerra!?”.

Accanto al ricordo dello sconcerto per la discriminazione anche quello per la leggerezza con cui sentì parlare di morti per risolvere il conflitto. Uno sconcerto e un dolore che non hanno però minato la sua visione della vita: ancora, alla soglia dei 90 anni, positiva e aperta al futuro, alla diversità e preoccupata da un solo nemico, l’ignoranza: “Il ricordo è importante perché da esso parte la conoscenza e non ci può essere ricordo senza il sapere cosa è successo. Molte persone non sanno nulla, ignorano, perché non è stato insegnato loro a conoscere e apprezzare la diversità di ognuno di noi, che è ricchezza. Nessuno di noi è uguale all’altro, nemmeno tra gemelli!”.

Il ringraziamento del Sindaco

In un messaggio diffuso dopo la cerimonia, il Sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, ha voluto irngraziare gli studenti presenti con una lettera: 

“Dobbiamo essere tutti orgogliosi degli oltre seicento ragazzi e ragazze delle scuole medie del nostro comune che questa mattina hanno riempito il teatro Alighieri in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Ravenna al professor Cesare Moisé Finzi, testimone della Shoah.

In religioso silenzio hanno ascoltato le sue parole, il racconto della storia della sua vita, fatta di momenti drammatici ma anche dell’incontro con persone che hanno saputo stare dalla parte giusta. Le studentesse e gli studenti presenti si sono commossi e alla fine hanno tributato a Finzi un calorosissimo e affettuosissimo applauso, una vera e propria ovazione, come succede alle rock star; perché Finzi, grazie alla scelta che ha fatto ormai tanti anni fa, di andare nelle scuole a raccontare ai giovani la sua esperienza, affinché tragedie come quella della Shoah non si ripetano, è molto più che una rock star.

L’esempio delle giovani generazioni mi fa sperare, anzi, ancor di più, mi fa essere fiducioso, rispetto al fatto che di generazione in generazione si siano in qualche modo tramandati quei valori che ispirarono i Muratori, la famiglia ravennate che aiutò i Finzi durante la loro fuga non solo non denunciandoli ma aprendo loro le porte della propria casa.

Naturalmente questo non è accaduto per trasmissione biologica, ma perché si è saputo trarre insegnamento, sia dalle azioni di chi ha operato per il bene che da quelle di chi invece ha scelto la strada del male.

Io spero e sono orgoglioso di dire che la porta della casa dei Muratori era la porta delle case dei ravennati. In quel gesto meraviglioso che loro hanno compiuto vogliamo provare a riconoscerci tutti. Vogliamo provare a dire che quel gesto così bello, quell’apertura di quella porta è l’apertura delle porte della nostra città.

E le giovani generazioni si stanno dimostrando meravigliosamente straordinarie nel comprendere questo messaggio”.

Chi è Cesare Moisè Finzi

Cesare Moisè Finzi è nato a Ferrara nel 1930 e vive a Faenza. Ha svolto la professione di cardiologo. Fu espulso dalla scuola italiana nel 1938, perché ebreo, a seguito dell’emanazione delle leggi razziali e studiò nella scuola ebraica dove Cesare Moisè Finzi ebbe come insegnante, fra gli altri, il giovane Giorgio Bassani, scrittore e poeta. Per scampare alla deportazione, che toccò invece ad alcuni suoi parenti di Bolzano, nel 1943 fuggì in treno dalla propria città con la sua famiglia e quella dello zio. In totale 10 persone di cui 6 bambini. L’intenzione era di recarsi nel sud Italia nella speranza di poter raggiungere rapidamente la zona dove erano già presenti le truppe anglo-americane. Era il 19 settembre e a causa del coprifuoco dovettero fermarsi a Ravenna e, non trovando posto nelle pensioni già affollate di soldati, il gruppo provò a suonare il campanello della famiglia Muratori il cui capofamiglia, pochi mesi prima, aveva incontrato lo zio. In quell’occasione promisero di aiutarsi in caso di necessità. I Muratori li accolsero tutti, dando loro da mangiare, da dormire e abiti pesanti per proseguire il viaggio. Per un anno continuarono ad aiutarli e proteggerli. Gino e Pina Muratori per questo gesto furono insigniti del titolo di “Giusti tra le Nazioni”, titolo che dopo la Seconda guerra mondiale viene riconosciuto ai non ebrei per aver salvato dal genocidio anche un solo ebreo, mettendo a rischio la propria vita.

La famiglia di Cesare Moisè Finzi e quella dello zio trovarono rifugio a Gabicce e grazie alla solidarietà di numerose famiglie romagnole e marchigiane, che fornirono loro documenti falsi, abiti e rifugi sicuri, sopravvissero alla guerra e alla deportazione.

Dopo la Liberazione fecero ritorno a Ferrara dove Cesare Moisè Finzi si iscrisse al liceo scientifico. Successivamente si laureò in medicina.

Attivamente impegnato nella vita della comunità ebraica ferrarese, è autore di alcune pubblicazioni scientifiche di argomento ebraico e del volume uscito nel 2006, “Qualcuno si è salvato”, che ricostruisce la propria vicenda familiare attraverso un’attenta documentazione storica.

Dall’istituzione della “Giornata della memoria”, è impegnato a portare la sua testimonianza di vita, ai ragazzi di tutte le età. In particolar modo ha collaborato con le scuole di Ravenna, incontrando centinaia di ragazzi e ragazze, grazie a progetti promossi dall’Amministrazione comunale e dall’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in Ravenna.

Dal 2002 è cittadino onorario del comune di Gabicce, insieme al cugino Cesare Rimini.

 

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