“La spada di Guidarello”, un thriller nella Ravenna del '500

Un torbido delitto consumato nella Ravenna veneziana del ‘500, un giovane prete che si improvvisa detective per salvare dall’accusa di omicidio una donna, già amante di Guidarello Guidarelli. Questo racconta Silvio Gambi ne “La spada di Guidarello” (Danilo Montanari Editore, Ravenna 2009), che offre anche alcuni spunti di riflessione sulla città bizantina, sulla religione, sulla fede.
Il romanzo è stato ispirato all’autore dal ritrovamento di una pergamena risalente a quegli anni, in cui erano conservati i ricordi di un giovane prete ravennate sui generis, spregiudicato e di mentalità aperta. Dall’antico scritto emergeva tutta l’insofferenza verso una città chiusa e culturalmente isolata, stretta tra il dominio veneziano e la rivendicazione di possesso da parte della Chiesa romana.
Nel romanzo affiorano i caratteri di uno dei personaggi simbolo di Ravenna, Guidarello, che l’autore del manoscritto ritrovato da Gambi aveva conosciuto personalmente. Viene ricordato come un valoroso guerriero capace di far innamorare di sé moltissime donne, in grado di scatenare odi, invidie e gelosie. Un coraggioso uomo d’armi che, in tempi dissoluti, corrotti e violenti, credeva ancora nelle regole della cavalleria, pur essendo alle dipendenze di Cesare Borgia (detto il Valentino, alla cui figura si ispirò Machiavelli per il suo Principe), uno degli uomini più crudeli e senza scrupoli del suo tempo. Leale, malinconico e dal destino beffardo, Guidarello non vide esaudito il proprio desiderio di morire in battaglia, poiché perì per mano di un miserabile, dopo una banale lite legata al prestito di una camicia.
Ravenna e il suo destino
Il romanzo si svolge nel periodo in cui il dominio veneziano stava cambiando volto alla città, con opere urbanistiche di abbellimento e risanamento. Sporadici i riferimenti alla morfologia della città: si parla del progetto di abbattimento di Port’Aurea, della zona a ridosso di Porta Adriana, terra di mercati e da “dove si apriva la strada per Bologna”. Fa capolino la Basilica di S. Vitale, dove si svolge il funerale del giovane nobile ucciso, si parla anche di bettole e locali malfamati, dove il prete si reca per mostrare agli avventori un identikit del presunto omicida. Sarebbe stato interessante scoprire, almeno nella fantasia dell’autore, l’ubicazione di questi luoghi.
Dal confronto tra Padre Lorenzo e un amico architetto più anziano, emerge invece una riflessione sullo spirito di Ravenna e dei ravennati del tempo. A Ravenna, dice l’amico, sembra essersi tutto fermato, si respira la decadenza, il passato e quindi solo viaggiando e visitando altre città, ci si può rendere conto delle trasformazioni che stanno avvenendo nel mondo. La Ravenna del 1500 è raccontata come una città dove il tempo si fossilizza e cristallizza i suoi abitanti.
La Curia e la Chiesa
Numerosi i cenni al mondo del clero, rappresentato nelle sue sfaccettature dai personaggi: da un orefice della Curia arricchito, al Vescovo, fino a padre Lorenzo, il prete ortodosso protagonista del romanzo. Figura sorprendente, amante delle donne e scaltro, il giovane si rivela anche un attento investigatore e critica senza remore la corruzione e l’arretratezza della Chiesa romana. Preferisce le teorie di Aristarco di Samo a quelle di Tolomeo, teorie che avranno una loro importanza nelle indagini sull’omicidio. Anche sul tema del culto ci sono alcuni spunti non banali sull’interpretazione della religione, che sembrano portarci in dote il pensiero dell’autore. Un invito a non considerare i dogmi come verità assolute e la necessità di recuperare il valore dell’esperienza vissuta. (ma. pa.)


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