Che vigliacaz de rumagnôl spude'
Un titolo roboante, un viaggio alla ricerca dei caratteri tipici del romagnolo, altrettanto estroso e sopra le righe. “Che vigliacaz de rumagnôl spude'” (edizioni Il Ponte Vecchio, Cesena 2009) racconta la Romagna e i suoi abitanti, muovendosi tra la serietà della ricostruzione storica e il tentativo di sviluppare commedie.
L’autore mescola fatti realmente accaduti alle vicende di personaggi inventati – da Nuvolardo Nuvolardi, gran filosofo di Meldola, a Gandolfo Braghittoni, intellettuale ravegnano di indomito romagnolismo –nei quali è però possibile riconoscere le varie sfaccettature del “tipo” romagnolo.
Romagna, terra di violenza
La violenza è il primo carattere tipico dei romagnoli, visti gli innumerevoli esempi di conflitti che si sono susseguiti in Romagna. Dal Basso Medioevo, con i signorotti eternamente in lotta per le terre, ai briganti del ‘500, passando per le “gesta” dei Rasponi, a Ravenna e di Caterina Sforza, a Forlì, fino al Passatore.
Da Spallici ad Aristarco
Il titolo del libro proviene da un verso di Aldo Spallicci, tratto da un sonetto che parla dell’origine del romagnolo. Spallici racconta, in dialetto, le perplessità di Dio che, dopo aver creato la Romagna, non sa se è bene inserirci i romagnoli perché cattivi e violenti. Solo le insistenze di San Pietro fanno desistere il Creatore, che si decide a dare un calcio ad un mucchietto di terra, dalla quale nasce il romagnolo, che può così muovere i suoi primi passi nel mondo. La prima cosa che dice però, una volta giunto sulla Terra, è una sonora bestemmia che fa sospirare Dio, il quale si rivolge a San Pietro con un eloquente: “At l’aveva det”.
L’anticlericalismo
Dalla storiella si evince un altro carattere tipico del romagnolo, l’anticlericalismo, cui è dedicato il primo episodio del libro. Una sentimento che nasce dopo la Restaurazione, contro il governo dei preti: non si tratta dunque di un odio verso la religione (la Romagna, terra di Papi, ha sempre mantenuto una forte vocazione religiosa), ma diretto al potere costituito del clero. Anche il poeta Olindo Guerrini, alla fine del 1800, fu autore di celebri scritti anticlericali.
Un sentire comune, radicato in special modo nella Bassa Romagna, che è stato trasmesso anche alle generazioni future, con i genitori che sceglievano, per i figli, nomi come Negadio, Ateo, addirittura Attila. Viene poi citato il singolare caso di Taglio Corelli, al confine tra i territori ravennate e ferrarese, considerato il luogo più “rosso” della Romagna, dove l’unica chiesa ha serrato i battenti per mancanza di fedeli.
Il Patàca
Nel libro sono diversi i riferimenti ad una della più celebri figure della Romagna, quella del Patàca, il “fenomeno”, con il suo esibizionismo e grullismo. In un precedente libro Aristarco ne dipinge le caratteristiche e ne spiega i vari usi (da quello spregiativo a quello bonario, fino al complimento per il genere femminile), facendo propria la definizione di Federico Fellini: “Significa uomo da poco, un farfallone, che vive ai margini, sognando cose difficili, assolutamente lontane dalle sue possibilità”. Sanguigno e sopra le righe (quando non propriamente Patàca), il romagnolo ha sviluppato la passione per l’oratoria, da quella politica a quella del foro, a quella religiosa.
Tra suggestioni, storia e folklore, “Che vigliacaz de rumagnôl spude'” contribuisce a ridefinire i contorni della tipologia di un intero popolo. E assistendo ad una presentazione del libro è possibile anche fare la conoscenza del suo misterioso autore, Aristarco, che tende a palesarsi solo nel finale della conversazione. Come un vero Patàca. (ma.pa.)


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