La sacralità insita naturalmente nel linguaggio musicale, intraducibile eppure capace di parlare a tutti, nonché la musica più esplicitamente concepita per il contesto sacro o liturgico sono da sempre linee portanti dei percorsi proposti da Ravenna Festival, così come l’attenzione per ciò che nell’arte e soprattutto nella musica si muove attorno a noi, nuovi stili o fermenti creativi. È per questo che tanto spesso nei cartelloni di questo Festival, giunto quest’anno alla trentesima edizione, appare il nome di uno dei più straordinari e amati compositori del nostro tempo: Arvo Pärt. L’autore estone, oggi ottantaquattrenne, che più di ogni altro ha saputo negli ultimi decenni dar voce a quel bisogno mai sopito di spiritualità che vibra nel profondo di ognuno di noi. È suo il Kanon Pokajanen (Canone del pentimento) che uno dei più valenti cori europei, l’Estonian Philharmonic Chamber Choir diretto da Kaspars Putniņš eseguirà domenica 30 giugno alla Basilica di Sant’Apollinare in Classe, alle 21 – e si tratta proprio dello stesso Coro cui l’autore nel 1998 aveva affidato la prima esecuzione assoluta di questa composizione, in occasione del 750° anniversario della Cattedrale di Colonia.

Dunque, un’interpretazione certamente fedele alle intenzioni del compositore che da molti anni era stato attratto dal testo penitenziale nell’antica lingua slava ecclesiastica – un testo che secondo la tradizione si fa risalire alla produzione di Sant’Andrea da Creta, tra il VII e l’VIII secolo d.C. – e che nella chiesa ortodossa appartiene all’Ufficio mattutino, con un messaggio che riporta all’apparizione di Cristo nel mondo: attraverso esso ci si innalza verso la luce che sta arrivando, la stessa luce che poi splenderà con tutta la sua forza nel corso della liturgia. Nel sistema simbolico religioso il riferimento è al confine tra notte e giorno, tra vita e morte; ma anche tra umano e divino. Dunque il Canone è concepito come canto del cambiamento e della trasformazione e chi lo ascolta al di fuori del contesto originario dovrebbe immaginarlo risuonare in una chiesa appena illuminata da una candela ardente, mentre la porta di accesso al presbiterio è ancora chiusa: appena i suoni finiscono la porta si spalanca e lo spazio si riempie di luce annunciando la presenza di Dio e, allo stesso tempo, l’avvenuta trasformazione dell’uomo, purificato dal passaggio necessario della penitenza.

La suggestione naturalmente è sottolineata dall’inconfondibile forza evocativa della musica di Arvo Pärt, uno stile scarno, quasi “ascetico”, ispirato ad antichi procedimenti compositivi, a risonanze mistiche intessute su un materiale sonoro rarefatto, secondo processi di apparente semplicità eppure densi di assonanze e armonici. Fondamentale è la parola che assume un ruolo determinante anche sul piano della forma. Come spiega lo stesso compositore, “in questa composizione, come pure in alcune altre mie opere vocali, ho tentato di partire dalla lingua. Volevo dare alla parola la possibilità di scegliere il proprio suono, di disegnare autonomamente la propria linea melodica. E così si è sviluppata – ha stupito un po’ anche me – una musica totalmente permeata dal carattere tipico di questa singolare lingua slava che viene utilizzata soltanto nei testi sacri”.

Un rapporto, quello di Pärt con questo testo, durato anni: prima di arrivare a questa composizione ne ha musicato alcune parti (Nun eile ich …, 1990 e Memento, 1994), fino a quando, racconta, “mi sono deciso a musicarlo interamente, dall’inizio alla fine. Ciò mi ha dato la possibilità di trattenermi nel suo campo tensivo riuscendo a non sottrarmi al suo effetto, almeno fino al termine del lavoro alla partitura. Al Kanon Pokajanen ho dedicato più di due anni, e questo periodo che abbiamo “passato insieme” è stato per me totalmente appagante. Forse è questo il motivo per cui questa musica mi è così vicina”.