Cgil seriamente preoccupata per ripercussioni economiche e sociali

Sono oltre 33mila i lavoratori in cassa integrazione in provincia di Ravenna

Il virus inizia a rallentare nella sua diffusione sul territorio ravennate, ma non altrettanto si può dire per l’emergenza occupazionale. I dati, aggiornati al 24 aprile, dell’Ufficio studi e ricerche della Cgil di Ravenna mostrano che sono 33.345 le lavoratrici e i lavoratori soggetti ad ammortizzatori sociali nella provincia. “La Cgil è seriamente preoccupata per le ripercussioni sociali, economiche e produttive che questa pandemia produrrà nell’immediato e nel medio e lungo termine – commenta Costantino Ricci, segretario generale della Cgil di Ravenna –. Oggi viviamo una fase decisiva della lotta al virus e siamo fermamente convinti che la ripartenza, per quanto necessaria, debba avvenire a determinate condizioni. Non si può vanificare tutto quello che è stato fatto fino ad ora; il ritorno nei luoghi di lavoro potrà avvenire solo se saremo in grado di assicurare ai lavoratori piene garanzie in termini di salute e sicurezza e il pieno rispetto delle disposizioni”.

I dati sulla cassa integrazione

“I numeri ci parlano di 3.169 imprese coinvolte – commenta Davide Gentilini, responsabile dell’ufficio studi e ricerche – sono 1.595 quelle contrattualmente seguite dalla Filcams, la categoria che riunisce i lavoratori del terziario, del commercio, del turismo e dei servizi, pesantemente coinvolte sin dalla chiusura delle scuole prima e dei pubblici esercizi subito dopo. Aziende che sono state costrette a sospendere l’attività di 10.584 lavoratrici e lavoratori. Sempre ai primi provvedimenti governativi che hanno decretato la chiusura delle scuole risalgono la maggior parte delle sospensioni cui hanno provveduto le aziende dei trasporti (113 aziende per 2.066 addetti) e della cooperazione sociale (25 per 1.621 lavoratori), oltre ovviamente al personale delle scuole non pubbliche (51 per 454 dipendenti)”.

L’inasprirsi delle misure in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 (a partire dal Dpcm 9 marzo 2020 #Iorestoacasa, al Dpcm 11 marzo 2020 che chiude le attività commerciali non di prima necessità, fino al Dpcm 22 marzo 2020 che prevede la chiusura delle attività produttive non essenziali o strategiche) provoca il blocco, totale o parziale, di larga parte del tessuto produttivo provinciale. Si fermano la metalmeccanica (593 imprese e 8.716 dipendenti in cassa integrazione), l’edilizia (312 imprese e 2.977 dipendenti) e la chimica/tessile (189 imprese e 4.197 dipendenti), ovvero la parte preponderante del manifatturiero provinciale, volano del motore economico locale.

Gli ammortizzatori sociali per territori

La scomposizione per aree territoriali dei lavoratori sottoposti ad ammortizzatore mette in evidenza quali siano le “vocazioni” produttive della provincia. Se nei comuni dell’Unione della Romagna Faentina il 33% dei dipendenti sospesi fa parte del comparto metalmeccanico, in Bassa Romagna questa percentuale (pur maggioritaria, 28%) è avvicinata dal settore della gomma-plastica e del tessile-calzaturiero che arriva al 26%. Un cenno particolare merita il comune di Cervia, nel quale il 68% dei lavoratori sospesi dal lavoro sono legati al mondo del turismo, ma dove anche una buona parte delle imprese degli altri settori sono più o meno direttamente coinvolte nella filiera.

“È nostro dovere – conclude Costantino Ricci – garantire la salute e sicurezza per chi è e per chi tornerà nei luoghi di lavoro e la copertura degli ammortizzatori per chi non potrà farlo nell’immediato. Garantire la salute dei nostri lavoratori significa anche tutelare la nostra comunità. Invito infine ad avviare una riflessione nazionale, da declinare poi a livello locale, su come riprogettare le aperture dell’anno scolastico e dei servizi dell’infanzia 0-6 anni, che sono fattori determinanti non solo per il futuro delle nuove generazioni, ma anche per la qualità del sistema economico emiliano-romagnolo, fortemente interdipendente con un sistema di servizi alla persona che permetta alle famiglie di svolgere il proprio percorso lavorativo. Solo con un’attenta progettazione sapremo infatti garantire, nel mondo del lavoro, l’importante presenza femminile che è determinante per la qualità del nostro sistema economico”.