Il sindaco di faenza, massimo Isola con il piatto esposto alla Pro Loco
Il sindaco di Faenza, Massimo Isola con il piatto esposto alla Pro Loco

A rendere nota la vicenda nella pagina Facebook del sindaco di Faenza, Massimo Isola

“La biografia di Werner Joachin Jacobson -scrive il primo cittadino- è una storia bellissima. Nei primi anni ’30, un giovane tedesco di origine e di cultura ebraica, figlio di artigiani, interessato alla ceramica, decise di trasferirsi a Vietri sul Mare, dove frequentò un corso di “arte vasaria”. Vietri sul Mare, raggiunta dopo un avventuroso viaggio in bicicletta e una sosta ad Albisola e a Genova, è una delle città ceramiche più importanti d’Italia e proprio all’inizio del Novecento è stata meta di artisti provenienti dalla Mitteleuropa, in particolare dai creativi tedeschi.

Dopo una breve esperienza sulla costiera amalfitana, Jacobson decise di iscriversi alla Regia Scuola di Ceramica di Faenza, oggi Liceo Artistico Torricelli-Ballardini, per perfezionare i suoi studi nella capitale, anche didattica, della ceramica. Durante la sua permanenza a Faenza, Jacobson partecipò alla vita creativa della comunità; è uno studente modello, ha grande talento e realizza un piatto straordinario, con un impatto cromatico fortissimo. Sul bordo di questo piatto, decide di scrivere una canzone: i primi versi dell’Inno della speranza, all’epoca canto internazionale della gioventù ebraica che, con la nascita dello stato di Israele, diventerà l’inno ufficiale. Questo il testo: “Fino a che batte un cuore ebraico e vive un’anima ebraica la nostra speranza non si perde”.

Nel 1938, con l’introduzione delle leggi razziali, la polizia è alla ricerca di cittadini di religione ebraica anche a Faenza. Il vicedirettore della scuola, per prima cosa, scattò una fotografia al piatto, poi depositata negli archivi, e il manufatto, che politicamente porta con sé rischi importanti, venne disperso. Il commissariato scoprì con facilità la presenza di un ebreo presso l’istituto d’arte e si recò presso la scuola, alla ricerca di Jacobson. Durante la visita della polizia, la direzione decise di mentire per proteggerlo, non rivelando alcun dettaglio sulla sua posizione. Il giovane era fuggito dalla città.

Nel 1981, al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza venne conferito uno scatolone con diverse ceramiche firmate da Werner Joachin Jacobson, in segno di ringraziamento. Si scoprirà poi, tramite gli studi di Cesare Moisè Finzi, che Jacobson riùscì a salvarsi e a nascondersi in Italia.

Gli studi portarono poi a scoprire che l’artista è tra i cittadini che nel 1940 lasciarono Faenza per sbarcare in Palestina. Dopo la seconda Guerra Mondiale, Jacobson raggiunse il fratello, che aveva già scelto di vivere lì molto tempo prima, a New York, dove aprirà la sua bottega. È stata, infatti, ritrovata una fotografia sul New York Times di un ceramista al tornio che, su un marciapiede della Grande Mela, faceva una performance a cielo aperto tra gli stupiti cittadini che passeggiavano. Ecco, quel ceramista era proprio Werner Joachin Jacobson. Circa venti anni fa Jacobson è morto e non abbiamo altre tracce di lui.

Nel 2010, il Ballardini ha deciso di realizzare una copia di quel piatto, sulla base della foto archiviata, per ricordare una bellissima storia, una bellissima biografia, un grande ceramista, di un artista ebreo che la nostra città ha salvato.

Il piatto è esposto nella vetrina della Pro Loco Faenza APS fino a domenica”.