Stasera al teatro Rasi l’appuntamento di Ravenna Festival

Africa e fiabe continuano a intrecciarsi, la trama essenziale e colorata di Ravenna Festival 2011. Una sintesi di grande interesse giunge dal villaggio di Diol Kadd, in Senegal; si tratta di ‘Nessuno può coprire l’ombra’ del Takku Ligey Théâtre, regia di Mandiaye N’Diaye, rilettura del testo andato in scena in tutta Europa a partire dal 1991. Lo spettacolo sarà presentato in prima assoluta al teatro Rasi (13 giugno, alle 21), con repliche poi al C.I.S.I.M. di Lido Adriano (dal 14 al 19 giugno).

‘Nessuno può coprire l’ombra’ è un intarsio di racconti della tradizione senegalese, raccolti da Saidou Moussa Ba e riscritti per la scena da Marco Martinelli con un gusto attento alle evoluzioni di una coppia comica delle origini, tenendo presente Aristofane e la commedia dell’arte: attraverso narrazione, danze e percussioni lo spettacolo mostra le vicende di Lek-la-Lepre e Buki-la-Iena, antichi archetipi della tradizione fiabesca wolof; animali totem che possono anche ricordare le fiabe di Esopo e di Fedro. Lek possiede tutte le virtù, mentre ogni vizio risiede in Buki. Tuttavia, insieme, i due formano il mondo, la coppia che costruisce l’unità: così dentro ogni uomo esistono la verità e il suo contrario. Come viene trasferito tutto questo in scena? Unendo i linguaggi: un tappeto, tre attori e alcuni tamburi. Così i teatri europei si possono trasformare in un cortile africano, esattamente come un cortile africano può diventare un teatro italiano. Uomini di diversa provenienza dialogano attraverso i linguaggi più semplici e immediati, quelli delle favole dell’antica tradizione messe in scena sul palco.

Dopo aver lavorato a lungo con il Teatro delle Albe, nel 2003 Mandiaye N’Diaye ha deciso di tornare nel proprio villaggio natale, Diol Kadd. Così ha poi proposto alle persone che vi erano rimaste a vivere e a chi invece si era trasferito, di spostare la sede dell’Associazione Takku Ligey al villaggio, lavorando da lì sullo sviluppo del loro paese natale provando di invertire il senso dell’esodo rurale che lo vedeva pian piano svuotarsi. Negli anni ha trovato la preziosa collaborazione dello scrittore Gianni Celati (come si è visto nella rassegna ‘Cinema d’Essai’) , ha realizzato progetti e spettacoli, mantenendo un forte contatto con il Teatro delle Albe e, successivamente, con Ravenna Festival; questo continuando anche a impegnarsi nella vita della comunità.

“Il teatro – spiega N’Diaye – può essere un mezzo per costruire ponti di dialogo. Come io ho imparato dalle Albe, così adesso stanno imparando i giovani di Diol Kadd. Giovani che vivono in mezzo alla savana, con la voglia di partecipare, di conoscere, di danzare, di parlare. È accaduto anche a me, nella mia infanzia. La siccità e il deserto che avanza, sono problemi che spingono i giovani a emigrare. Allora bisogna saper rischiare e inventare. Quando si appartiene a una comunità, in cui i rapporti si radicano, i linguaggi si complicano continuamente. Questo accade anche nelle Albe, dove si avverte il bisogno di uno scambio fra passato e futuro. Questo mi ha spinto a tornare in Senegal, e vedo che le persone del villaggio stanno ricominciando a nutrire fiducia nel futuro”.

Al momento della prima messa in scena, Marco Martinelli sintetizzava così l’anima dello spettacolo: “Sarà tutto un gioco di numeri, a partire dal sette: sette sono i quadri che formano la struttura drammaturgica di ‘Nessuno può coprire l’ombra’, di questo mosaico di favole per bambini. E poi l’uno e il due, il corpo in luce e la sua ombra, quello che chiamiamo bene e quello che chiamiamo male. E poi ancora, l’intelligenza e la stupidità, le buone e le cattive maniere, quello che si accontenta e quello che non si sazia mai”. Ecco, infine, la sintesi di cosa potrà vedere il pubblico, seguendo sempre le parole di Marco Martinelli: “I due griot raccontano le storie e nello stesso tempo recitano le figure, ma a un certo punto si scambiano le parti: quindi avremo due narratori, due Lek, due Buki. Mi seguite? La coppia diventa un quartetto: comprende le rispettive ombre. Buki e Lek formano una coppia gemellare, inseparabili: dentro ogni griot-narratore, come dentro ogni spettatore, ci sono l’uno e il due, la luce e l’ombra, il vero e l’apparente, e così via. E la consapevolezza che l’ombra non sempre è negativa, che non sempre è là dove ce l’aspettiamo, che nessuno la può coprire, cancellare”.