Una frazione di duemila anime a cavallo delle province di Ferrara e Ravenna, cresciuta su una strada provinciale. E’ a Longastrino, in una delle tante vie a fondo chiuso che si affacciano sui campi, che viveva Primo Bisi, nella casa che condivideva con il fratello. Bisi era agli arresti domiciliari dopo il duplice omicidio del 2001, quando uccise la moglie e il presunto amante. E stando a quanto racconta la gente del paese, quella pena veniva rispettata. “Se lo si vedeva in giro? No, mai. Era ai domiciliari, non poteva uscire di casa. Al massimo lo si vedeva in cortile”. Solo i coetanei, che si aggirano sulla settantina, riescono a collegare il nome a un volto; i più giovani non hanno idea di chi fosse Primo Bisi. A emergere, parlando con i più anziani, è soprattutto l’amicizia verso il fratello, Lino. “Abito vicino a loro, frequentavo la casa. Lino è sempre gentile e disponibile”.

Tutti conoscevano il burrascoso passato di Primo, ma nessuno immaginava quello che avrebbe fatto. Eppure, in quella casa rosa dove si trovava in attesa del ricovero nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo, Primo non solo ha messo a punto il suo piano omicida, fortunatamente fallito, ma ha anche fabbricato una delle tre armi che aveva con sé. Alla domanda su come abbia potuto procurarsi pistole e proiettili, la gente spalanca gli occhi e allarga le braccia. “Chissà da quanto ci pensava”, commenta una donna scuotendo la testa.

van.ri.