L’ex pm Di Pietro al Corriere della Sera

 

La storia non si fa con i se. Ma cosa sarebbe successo se Raul Gardini, la mattina del 23 luglio 1993, non si fosse suicidato e avesse parlato con l’allora ‘re’ di Mani Pulite, Antonio Di Pietro? A chiederselo, da ormai vent’anni, è proprio l’ex pm, che ha rilasciato una lunga intervista ad Aldo Cazzullo, pubblicata sul Corriere della Sera di oggi.

Dal linguaggio usato da Di Pietro emerge, in maniera fin troppo netta, il rimpianto per la perdita dell’uomo, ma soprattutto quello per la perdita di un’occasione unica. “Per me fu una sconfitta terribile — racconta Di Pietro al Corriere —. La morte di Gardini è il vero, grande rammarico che conservo della stagione di Mani pulite. Per due ragioni. La prima: quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior. La seconda ragione: io Gardini lo potevo salvare. La sera del 22, poco prima di mezzanotte, i carabinieri mi chiamarono per avvertirmi che Gardini era arrivato nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano e mi dissero: ‘Dottore che facciamo, lo prendiamo?’. Ma io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo. E dissi di lasciar perdere. Se l’avessi fatto arrestare subito, sarebbe ancora qui con noi”.

Ma la gogna mediatica era proprio quello che Gardini voleva evitare e Di Pietro ricorda il suo disprezzo verso i partiti che non volevano rinunciare “alla mangiatoia della petrolchimica pubblica”.

Sprezzante, “il miliardo a Botteghe Oscure lo portò lui. Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all’ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito. Ma era ancora più importante stabilire chi avesse imboscato la maxitangente, probabilmente portando i soldi al sicuro nello Ior. Avevamo ricostruito la destinazione di circa metà del bottino; restavano da rintracciare 75 miliardi”.

Ma Gardini, non colmerà mai quelle lacune. Sulla scena della tragedia nella casa milanese, quella mattina del 23 luglio c’era anche Di Pietro, subito avvisato dell’accaduto. La pistola, spiega, era “sul comodino. Ma solo perché l’aveva raccolta il maggiordomo, dopo che era caduta per terra. Capii subito che sarebbe partito il giallo dell’omicidio e lo dissi fin dall’inizio: nessun film, è tutto fin troppo chiaro”.

Poi, l’ex pm si lascia andare e pronuncia una frase che ha già sollevato critiche e polemiche. “Fu un suicidio d’istinto. Coerente con il personaggio, che era lucido, razionale, coraggioso. Con il pelo sullo stomaco; ma uomo vero. Si serviva di Tangentopoli, che in fondo però gli faceva schifo. La sua morte per me fu un colpo duro e anche un coitus interruptus”. Cazzullo gli fa notare che c’è di mezzo la vita di un uomo e Di Pietro si scusa per l’espressione inopportuna ma “l’interrogatorio di Gardini sarebbe stato una svolta, per l’inchiesta e per la storia d’Italia”. (v.r.)