Lista per Ravenna chiede che vengano accertate cause e responsabilità

È tornato sul tema dei fanghi abusivi depositati nelle casse portuali il leader di Lista per Ravenna, Alvaro Ancisi, che nella giornata di ieri, venerdì 15 febbraio, ha spiegato in conferenza stampa la sua diffida al presidente della Provincia De Pascale a compiere un’indagine per accertare le cause e le responsabilità di quello che viene definito uno “scandalo miliardario”.

L’indagine giudiziaria

“Sulle casse di colmata in cui sono rimasti depositati abusivamente per lungo tempo milioni di metri cubi di fanghi portuali considerati rifiuti – piega in una nota Ancisi –, si è avuta, in esito ad un’indagine giudiziaria avviata nel 2015, una prima sentenza del Tribunale di Ravenna, che ha imposto ai condannati di rimuovere i fanghi e di bonificare i siti. La magistratura farà giustizia su questo scandalo, dovuto alla totale mancanza dei controlli sul rispetto delle autorizzazioni concesse per lo sversamento dei fanghi nelle casse, rimasti lì indisturbati anni ed anni oltre il tempo fissato”.

Fideiussioni inesistenti

Già a fine 2015 LpR, tramite il vice presidente Gianfranco Spadoni, chiese alla Provincia in copia di tutti gli atti autorizzativi rilasciati per scaricare i fanghi nelle casse. “Ne arrivarono 27 – si legge nella nota –, per un volume totale di 5 milioni e 57 mila metri cubi”.

“Calcolando indicativamente che il peso dei fanghi per metro cubo abbia un valore medio di 1,85 tonnellate, risulterebbero oltre 9 milioni di tonnellate. La Provincia, in pegno delle prescrizioni contenute nelle varie autorizzazioni, avrebbe dovuto richiedere per legge delle garanzie fideiussorie. Trattandosi di rifiuti speciali non pericolosi, l’ammontare di tali fideiussioni era pari a 140 euro per tonnellata”.

Spadoni chiese così alla Provincia l’elenco delle fideiussione, ricevendo dal direttore dell’Agenzia ambientale dell’Emilia-Romagna ARPAE nell’aprile 2016 una risposta secondo cui “in merito ad autorizzazioni rilasciate per conferimenti di fanghi per deposito temporaneo in casse di colmata portuali, non risultano agli atti garanzie finanziarie depositate a favore della Provincia”.

I danni

Ancisi spiega che il totale delle fideiussioni non richieste ammonterebbe a molto più di un miliardo di euro, che sarebbe quindi il danno economico subito dalla Provincia. Ma non è tutto, perché, prosegue la nota: “l’indagine giudiziaria ha accertato che nelle casse di colmata risulterebbero depositati milioni di metri cubi di fanghi di dragaggio le cui autorizzazioni all’immissione, scadenti tra il 2005 e il 2012, condizionate al trasferimento definitivo dei rifiuti in altro luogo per operazioni di recupero ambientale, sono dunque decadute da 7 a 14 anni”.

Secondo LpR quindi le casse di colmata sarebbero diventate discariche di rifiuti non autorizzate, causando danni igienici e ambientali. “La lunga permanenza dei rifiuti – si spiega – può aver prodotto inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali, delle acque sotterranee, tali da imporre, ai sensi del Codice ambientale, la bonifica dei siti contaminati”.

“Il costo per lo svuotamento totale di queste casse sarebbe attorno ai 40 milioni di euro se non di più – riporta Ancisi –, bonifica costosissima esclusa. Sta di fatto che le fideiussioni non richieste, se invece acquisite, avrebbero permesso di gran lunga alla Provincia, una volta doverosamente escusse, di compiere tali operazioni già da anni, anziché attenderne chissà quanti altri”.

LpR ricorda infine come “la mancata disponibilità delle casse abbia bloccato, a tempo indeterminato, l’adeguamento dei fondali del porto al pescaggio necessario non solo per il suo minimo indispensabile sviluppo, ma addirittura per impedirne l’arretramento funzionale e competitivo che si è avuto. Se ne ha dunque la misura del danno enorme prodotto, oltreché all’ambiente e alla salute ambientale, all’economia del territorio, e dunque alla cittadinanza. Al di là degli aspetti penali sui quali potrebbero essere scattati i termini della prescrizione, resta perciò doverosa, da parte della Provincia, l’effettuazione di un’indagine amministrativa”.

La diffida

In conseguenza a queste premesse, Ancisi chiede quindi che vengano accertate le cause e le responsabilità della mancata richiesta della fideiussione, “si proceda nei confronti dei responsabili secondo legge, previa loro messa in mora per interrompere i termini di scadenza degli addebiti, e si sollevi presso il Tribunale civile una causa per il recupero dei danni, valutando anche di sottoporre gli esiti dell’indagine all’esame della Procura regionale della Corte di Conti, competente in materia”.