Foto di repertorio

Sulla statale e in centro città in via Teodorico

Ordinanza antiprostituzione: tre le sanzioni elevate dalla Polizia locale di Ravenna

Le pattuglie degli agenti di Polizia locale, impegnate nel controllo del territorio, hanno sanzionato tre donne trovate “nell’esercizio di offrire prestazioni sessuali” sulla pubblica via con “abbigliamento discinto e contrario alla pubblica decenza”.

In particolare i controlli si sono concentrati sulla SS16 all’altezza del parco di Mirabilandia e in centro città in via Teodorico.

A Fosso Ghiaia è stata sanzionata una donna bulgara di 31 anni, residente nel riminese, e in via Teodorico due donne, una serba di circa 34 anni residente a Trieste e una rumena di circa 53 anni residente a Ravenna, sorprese in atteggiamento inequivocabile.

Tutte le donne sono state sanzionate, come prevede l’ordinanza, al pagamento di una somma pecuniaria pari a 400 euro.

“L’ordinanza antiprostituzione presenta profili di illegittimità, nonché aspetti a tratti grotteschi e persino ridicoli”

A questo proposito ricordiamo la lettera inviataci la scorsa settimana da Andrea Maestri, avvocato e attivista per i diritti umani: “L’ordinanza antiprostituzione presenta profili di illegittimità, nonché aspetti a tratti grotteschi e persino ridicoli” nella quale egli afferma, fra le altre cose: “Ciò che salta subito all’occhio è la parificazione – gravemente arbitraria – tra vittime e clienti, sotto il profilo sanzionatorio: da 400 a 500 euro, senza nessuna proporzionalità ne’ progressività in base alla diversa gravità della condotta sanzionata. 

L’unica ordinanza corretta (ma meglio sarebbe stato una norma ad hoc inserita nel nuovo regolamento di polizia urbana, anche per rispetto del ruolo istituzionale del Consiglio Comunale) è quella che punisce le condotte dei soli clienti, non tanto sotto il profilo morale (l’etica abita nella stessa città ma in un quartiere diverso da quello dove risiede il diritto) quanto sotto quello della lesione della dignità di esseri umani spesso sottomessi, costretti, ricattati e del pericolo di diffusione della tratta e della riduzione in schiavitù di donne, quasi tutte di origine nigeriana o albanese o dell’est europeo (ciascuna inserita in un preciso giro o racket malavitoso).

Come avvocato mi occupo spesso di assistenza a donne vittime di tratta e ridotte in schiavitù ai fini dello sfruttamento sessuale e credo che il Comune, prima di adottare un simile strumento, avrebbe dovuto coinvolgere le tante esperienze e competenze presenti nel territorio (associazioni, cooperative, professionisti) per capire come colpire il fenomeno, risparmiando le vittime, ed anzi accompagnando ancora più efficacemente la loro uscita dal giro”.