Italia Nostra deposita una relazione tecnica per inquinamento del Porto e della Pialassa

Le associazioni di protezione ambientale ed animale ANPANA, Italia Nostra, Legambiente, Nogez, OIPA e WWF sono state ammesse come parte civile nel procedimento penale per il reato di inquinamento ambientale conseguente la parziale demolizione, abbandono ed affondamento della motonave non bonificata Berkan B al porto di Ravenna. 

“Un piccolo tassello – scrive Italia Nostra Ravenna – per cercare di fare chiarezza sulla scandalosa vicenda che ormai da anni sta gravando, con il suo carico di inquinanti e di rifiuti tossici e pericolosi, sul porto e sulla Pialassa dei Piomboni”. 

Italia Nostra, assistita dall’avvocato Matteo Ceruti e dai collaboratori Marco Casellato e Cristina Guasti, ha depositato la relazione tecnica predisposta dal perito dottor Carlo Franzosini, biologo e collaboratore dell’Area Marina Protetta di Miramare a Trieste, gestita dal WWF.  

“Nella relazione – riporta l’associazione –, corredata da un cospicuo numero di foto e video, vengono esaminate le condizioni del sito dal momento del collasso strutturale della Berkan B durante le operazioni di demolizione (ottobre 2017) fino a luglio 2019, quando, dopo la pubblicazione da parte dei cittadini di immagini di avifauna morente intrisa di nafta, il luogo è stato transennato. Nel mezzo, l’abbandono senza alcun presidio antinquinamento (panne) fino a luglio 2018, per poi passare alle prime operazioni di aspirazione del carburante (olio combustibile denso, anche detto fuel oil), avvenute solo dopo la presentazione della denuncia ai Carabinieri l’11 febbraio 2019, per poi giungere all’affondamento del 5 marzo 2019. Condizioni che permangono, immutate, fino ad oggi, con un bando per la rimozione aggiudicato a dicembre 2019 e mai eseguito, e la sola differenza che ormai tutto il carburante è uscito dalle casse e si è disperso in acqua. Italia Nostra sottolinea il fatto che, essendo all’evidenza la presenza di carburanti a bordo, nulla fu compiuto per aspirarli, ma la nave venne lasciata affondare con il suo carico di veleni. Perché? 

In premessa alla relazione, viene fatto riferimento ai ‘Quaderni delle emergenze ambientali in mare’ dell’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (Ispra), a cui avrebbero dovuto conformarsi le operazioni per contenere l’emergenza, e si rileva come l’efficacia delle operazioni di recupero dell’idrocarburo sversato, per diversi fattori, si attesti generalmente ad un 10%. 

Vengono poi analizzati i vari processi del ‘weathering’ del petrolio e dei suoi derivati, ovvero spandimento, dispersione, sedimentazione sui fondali, evaporazione, ecc. In questo caso, il rilascio dalle cisterne per un periodo prolungato provoca inquinamento di tipo cronico, con effetti a medio e lungo termine. 

Si sottolinea poi, come le panne costituiscano un presidio emergenziale ed assolutamente temporaneo. A Ravenna, nemmeno in mare aperto ma in situazioni ben più favorevoli di acque interne, le panne sono invece state utilizzate come presunta soluzione continuativa fino ad oggi, per ben 36 mesi. Ottocentomila euro i denari pubblici finora spesi in queste operazioni, stando a quanto dichiarato dall’Autorità di Sistema Portuale nella Commissione consiliare comunale Ambiente e Porto del 7 maggio. Fenomeni di trascinamento, drenaggio ed accumulo critico, situazioni di errata disposizione e di legatura non efficace alla banchina hanno provocato la dispersione degli inquinanti anche al di fuori della cintura protettiva di panne, come ben evidenziato nella documentazione foto/video allegata e nelle schede tecniche da essa desunte. Senza dimenticare che, da ottobre 2017 a marzo 2018, quando la nave, priva di alcuna barriera di protezione, è stata abbandonata, si stima che possono essere andati dispersi quasi sei metri cubi di idrocarburi nelle acque del porto e della Pialassa. Di conseguenza, quanto attuato non ha messo in sicurezza né l’habitat marino (ittiofauna e molluschi), né l’avifauna, come infatti documentato, nero su bianco, dalla moria di pesci e di uccelli. Il tutto di fianco ad un sito Rete Natura 2000 del Parco del Delta del Po, in teoria sottoposto a stringenti normative di protezione ambientale nazionali ed internazionali. 

Attendendo la preannunciata ispezione da parte del Ministero della Transizione Ecologica, speriamo dunque che anche attraverso il contributo delle associazioni di protezione ambientale sia possibile fare luce su una vicenda surreale certamente di non lieve entità e non circoscritta, che ha provocato l’indignazione di tanti. La Berkan B ed il cimitero delle navi, ‘bombe ecologiche’ abbandonate indegne di uno dei porti più importanti d’Italia, vanno rimosse quanto prima”.