Le indicazioni della scienza sono state interpretate dall’assessorato all’Ambiente in una nuova progettualità che si svilupperà nei prossimi mesi

Un lavoro di ricerca lungo un anno per indagare lo stato di conservazione del lago del Loto e avere indicazioni utili per il futuro. In un incontro aperto alla cittadinanza gli esperti del laboratorio di ecologia acquatica dell’Università di Parma, Marco Bartoli e Rossano Bolpagni, hanno restituito le risultanze del progetto di monitoraggio ambientale dell’ecosistema lago, avviato a ottobre 2022, dopo che il Comune, attraverso il lavoro dell’assessorato all’Ambiente, ha affidato l’incarico nato dall’osservazione delle rapide e recenti modifiche che hanno interessato il piccolo specchio d’acqua. In circa dieci anni, il fior di Loto, specie simbolo del lago e del Parco in cui questo è inserito, è infatti quasi completamente scomparso. Solo isolati esemplari sono tuttora presenti (una novità della stagione vegetativa 2023), inframmezzati alle canne palustri che cingono il bacino.

Il lavoro degli esperti si è declinato a diversi livelli: 1) ricostruire la batimetria del lago del parco del Loto, 2) caratterizzare lo stato di qualità chimico-fisica di acque e sedimenti del lago, e 3) analizzare i principali processi bentonici (vale a dire la capacità dei sedimenti del lago di rigenerare nutrienti alla colonna d’acqua), in modo da disporre di dati robusti per elaborare le proposte di intervento per il recupero ecologico del Lago e delle sue comunità biologiche. Le attività di monitoraggio hanno confermano un atteso stato generale di ipertrofia delle acque e dei sedimenti del lago, mentre non sono stati identificati segnali relativi a inquinanti non-organici, sebbene non oggetto specifico di indagine. La scomparsa del Loto va inquadrata, quindi, in un processo naturale di “maturazione” dell’ecosistema lago, accelerato però drasticamente dal progressivo accumulo di nutrienti e materia organica al suo interno. Le azioni di recupero devono prevedere l’impiego di macrofite (piante acquatiche) sommerse, al fine di ridurre il carico interno di nutrienti stimolando processi di autodepurazione, e una più mirata gestione delle fasce riparie.

L’inserimento ex-novo di individui di Fior di loto è possibile utilizzando contenitori ad hoc in modo da permettere alle nuove piante di poter svilupparsi in condizioni controllate (sedimenti poco organici) per poi promuovere la ricolonizzazione del bacino.

Le indicazioni della scienza sono state interpretate dall’assessorato all’Ambiente in una nuova progettualità che si svilupperà nei prossimi mesi.

“Metteremo in atto due azioni – ha spiegato l’assessora Maria Pia Galletti – . La prima sarà quella di introdurre le macrofite, piante acquatiche, sommerse che hanno il compito di stimolare processi di autodepurazione delle acque. Questo aspetto verrà curato dagli esperti della Università. La seconda sarà quella di introdurre alcune piante di fiore di loto in appositi contenitori, ancorati al fondo del lago, in modo da permettere alle piante di svilupparsi in condizioni controllate, separate dai sedimenti presenti sul fondo del lago.

Le nuove piante saranno posizionate quindi in appositi contenitori sulla riva opposta del lago rispetto all’area giochi, per motivi operativi. Il parco del Loto è un’area di riequilibrio ecologico dove non è permesso introdurre flora alloctona ma abbiamo chiesto una deroga alla Regione in considerazione del significato storico che questa pianta ha per quel luogo e del gradimento presso la cittadinanza”.

Nella giornata odierna, proprio al parco del Loto, si è parlato del lavoro di ricerca e di cosa siano le zone umide nell’ambito di un’attività che il dott. Bolpagni ha realizzato con due classi di scuola primaria e secondaria di primo grado dell’I.C. Lugo 1.