Mercato Coperto (foto di repertorio)

L’opera è inserita tra gli eventi espositivi della VII Biennale del Mosaico di Ravenna

È inserita tra gli eventi espositivi della VII Biennale del Mosaico di Ravenna l’opera Washing Machine Mosaic, che dall’8 ottobre al 27 novembre resterà esposta negli spazi del Mercato Coperto di Ravenna.

L’inaugurazione ufficiale sarà martedì 11 ottobre alle 11.30 ed è aperta alla cittadinanza.

Si tratta di un grande pannello di stoffa (400×450 cm) sul quale è stata riprodotta l’immagine di una lavatrice attraversata dal raggio luminoso di un arcobaleno. L’opera è stata realizzata utilizzando circa 1.650 foglietti salvacolore usati e nasce da un’idea artistica di Loretta Merenda, coadiuvata da Claudia Marinoni, grazie al lavoro del Gruppo Arte e Pratiche Artistiche della Casa delle Donne di Ravenna e alla collaborazione di varie socie e loro amiche.

Molti sono i significati sottesi a quest’opera, ben espressi anche dal commento critico di Donatela Franchi (nel prossimo paragrafo).

Si parte dal punto di vista prettamente estetico: i foglietti salvacolore, quando escono dalla lavatrice, uniscono la funzionalità alla bellezza: non sono solamente oggetti utili, ma esteticamente belli, con tutto il loro carico di sfumature colorate. È un peccato gettarli, viene voglia di tenerli, riutilizzarli!

E questo è il secondo aspetto: il riuso. La realizzazione dell’opera ha permesso di dare una seconda vita a questi foglietti, che si trasformano in tessere di un mosaico e vengono così rivalutati, elevati ad arte.

Il mosaico, si diceva: a Ravenna è parte del nostro DNA. Approdare al mosaico, quando si ha in mente un’idea artistica è quasi automatico. Un mosaico che in questo caso esce dalla tradizione per rinnovarsi e reinventarsi, a partire dai materiali, pur rimanendo sempre un insieme di tessere che danno vita ad una realizzazione artistica.

Di ispirazione è stata la lezione dell’artista Donatella Franchi, che parlando dell’arte delle femministe insegna come questa tragga spunto dai gesti della vita quotidiana, come anche, perché no, fare il bucato. Non c’è necessità di trovare l’arte fuori di sé, è l’artista stessa a trasformare in arte ciò che vive nella sua quotidianità, ciò che la circonda.

La scelta del soggetto, la lavatrice, parte dunque da qui, ma rende anche onore e memoria alla relazione e ai dialoghi tra le lavandaie che si ritrovavano al fiume col bucato da lavare. Era un contesto tipicamente femminile, che creava un clima di complicità, andato perduto con l’avvento (benedetto) della lavatrice. Questa ha liberato il tempo delle donne, ma ha cancellato il contorno di relazioni e intimità che si creavano lavorando insieme. Il progetto artistico celebra tutto questo. “Quando facciamo la lavatrice siamo sole – spiegano le donne del Gruppo Arte -, noi abbiamo fatto una lavatrice insieme, faticando, ma divertendoci anche molto e tessendo relazioni tra noi”.

Relazioni di fiducia che sono state non solo il frutto del lavoro comunitario, ma anche all’origine dell’opera: per raccogliere le centinaia di foglietti salvacolore utilizzati sono state coinvolte per un anno moltissime donne: le partecipanti al Gruppo Arte, le loro amiche, le altre socie della Casa delle Donne, le amiche delle amiche, ed altre ancora, tutte unite da un rapporto di fiducia, visto che nessuna era a conoscenza dell’utilizzo finale dei foglietti donati.

Non per niente, il sottotitolo del progetto è “tessere di relazioni”.

Per ulteriori informazioni e foto dell’opera: https://casadelledonneravenna.wordpress.com/washing-machine-mosaic/

Il commento di Donatella Franchi

È un’opera di arte relazionale che mette a fuoco un gesto di cura, “fare la lavatrice”, un’azione semplice e ripetitiva, che questa opera trasforma nel piacere di un gioco collettivo, e in una riflessione sul rapporto tra creatività e vita, dove il lavoro artistico viene vissuto come una pratica relazionale capace di trasformare il rapporto con il quotidiano, dando nuovo significato a quello che l’abitudine può rendere opaco.

Questo lavoro collettivo nasce da un progetto di Loretta Merenda, che, insieme al suo ‘Gruppo Arte e Pratiche Artistiche’ -Casa delle Donne Ravenna-, coinvolge nella realizzazione socie e amiche.

Un’immagine ingrandita di una lavatrice, attraversata da un arcobaleno, scomposta in pixel, viene trasformata in un mosaico in tessuto di grandi dimensioni ( 400 x 550 cm.). Circa 1650 foglietti salvacolore usati e riciclati, uno per ogni pixel, raccolti durante un anno, sono le tessere del mosaico.

Il lavoro quotidiano di cura dei rapporti, degli spazi, del mondo in cui viviamo, e il fare artistico hanno bisogno di energia creativa per nutrirsi a vicenda. C’è un andirivieni continuo tra la creatività che ci aiuta a vivere e quella che diventa lavoro artistico, a volte la soglia è quasi impercettibile.

Fare interagire e tenere in tensione l’energia della creazione con l’energia dei rapporti[1], è la ricchezza e l’originalità, io la chiamo “la novità fertile”, che il pensiero sull’arte generato dal femminismo e le pratiche artistiche di molte donne hanno messo in circolo dagli anni Settanta del ‘900 in poi, e che ha modificato lo stesso concetto di arte, di artista, e del fare artistico.

L’artista americana Mierle Laderman Ukeles è stata una delle inauguratrici di questo cambiamento di sguardo e di punto di vista nelle pratiche artistiche. Dopo la nascita del primo figlio, sentendosi dolorosamente scissa tra cure materne e desiderio di fare arte, con uno scatto di coscienza dichiara che se lei è l’artista, è lei a decidere che cosa è arte, non è la critica o la storia dell’arte.

Nel 1969 scrive il Manifesto Per L’Arte della manutenzione e la proposta per una mostra “Care” , dove i gesti di cura quotidiana per i figli e per lo spazio domestico sono considerati arte.

Per Ukeles la cura (manutenzione “maintenance” è “ascoltare il brusio della vita” (“That is what maintenance is, trying to listen to the hum of living”)  “sentire di essere vivi” (“a feeling of being alive”)[2].

Carla Lonzi nel suo diario parlava dei gesti quotidiani delle donne nel lavoro di cura come di “gesti che provvedono al sostentamento dell’umanità”, “gesti senza seguito su cui è costruita la nostra vita”[3].

Il pensiero di Carla Lonzi e il lavoro di artiste come Ukeles hanno aperto la strada ad un modo di fare arte che incontriamo nel presente, dove la pratica artistica è una modalità di ascolto e di attenzione all’altro, un fare spazio, un invito a partecipare, che mette in circolo energie creative.

L’opera relazionale del ‘Gruppo Arte e pratiche artistiche’ – Casa delle Donne Ravenna- ne è testimonianza.