WWF Ravenna: “necessario il contenimento della specie, ma con ben altri metodi”

“A seguito della campagna mediatica in corso sulla presenza e programmato abbattimento dei Daini nella Pineta di Classe, e nonostante la nostra Associazione si sia da tempo e ripetutamente espressa, ci sembra opportuno riassumere alcuni punti sull’argomento”, a dichiararlo è l’associazione WWF Ravenna, che spiega: “il Daino (Dama dama) è specie non autoctona della penisola italiana e come tale, anche se da tempo introdotta e diffusa in molte aree naturali e seminaturali, la Legge Quadro sulle Aree Protette (L.394/91) ne vieta l’introduzione nelle Pinete Ravennati inserite nel Parco Regionale del Delta del Po, così come la vietano le Misure Generali di Conservazione per queste pinete che sono anche Sito di Importanza Comunitaria. La proliferazione di questa specie in assenza di validi competitori o predatori naturali può arrecare danni rilevanti agli equilibri di piante ed animali, come in passato è accaduto in modo grave anche nella Riserva Naturale del Bosco della Mesola (FE): rarefazione di importanti specie vegetali ed animali (come della popolazione autoctona della Tartaruga terrestre, dell’unico popolamento italiano del coleottero Acynopus ammophilus, ecc.) e competizione con il Cervo che rappresenta una popolazione italica relitta. Anche se condizionata dalla variabilità ambientale delle foreste temperate-mediterranee – continua il WWF Ravenna – la densità ‘naturale’ per un grande erbivoro è stimata in una coppia ogni 100 ettari di superficie disponibile: vale a dire che gli 800 e poco più ettari della pineta di Classe potrebbero accoglierne stabilmente meno di una ventina di esemplari, dato forse da riesaminare alla luce della contemporanea presenza del Capriolo (Capreolus capreolus); quest’ultimo ungulato, di abitudini decisamente più forestali, sembra esservi pervenuto dalle aree collinari, dove è ormai ampiamente diffuso, migrando lungo le aste fluviali. Là dove uno studio scientifico dimostri che una specie ha superato la soglia di ‘danno tollerabile’ all’ambiente naturale la stessa legge quadro sulle aree protette e la legge per la tutela della fauna ed il prelievo venatorio ne prevedono il contenimento, possibilmente e primariamente con metodi incruenti (sterilizzazione, cattura ed allontanamento).

 

Quando, ormai diversi anni fa, si verificò la fuga di alcuni daini da un recinto nella pineta di Classe gestito dalle associazioni venatorie – continua l’associazione –  il WWF sollecitò una pronta soluzione nel senso sopra detto, soluzione che non fu adottata né dal Parco del Delta, né dalla Provincia e dal Comune di Ravenna: si è così arrivati alla attuale situazione di molte decine di daini (la stima di oltre 200 esemplari non discende da un censimento scientificamente condotto e francamente ci sembra poco credibile) che hanno colonizzato la pineta e le aree circostanti, compresa la Riserva Naturale statale della pineta costiera.

 

Il Parco Regionale del Delta del Po, in cui è inserita la pineta di Classe, è più immagine che sostanza e la sua progettazione ha collocato in Area di Preparco quasi tutti gli ambienti naturali -come la Pineta di Classe- al fine di consentirvi il proseguimento dell’attività venatoria: ora l’affidamento ai cacciatori dell’abbattimento di una frazione della popolazione del Daino diviene così, più che una operazione di controllo faunistico che per legge andrebbe condotta dal personale pubblico (Agenti della Polizia Provinciale e del Corpo Forestale dello Stato), un allargamento di fatto dell’attività di caccia nel Parco, attività che promette di divenire una prassi stabile.

 

Dopo e nonostante le tante cose scritte dal WWF sin dall’anno 2001, tra cui anche una denuncia alla Procura della Repubblica, si è proceduto recentemente anche ad una diffida legale basata sulle argomentazioni sopra esposte.

 

Una considerazione complessiva ci porta a dire che la gestione di un ambiente naturale così raro e prezioso come le pinete ravennati inserite nel Parco del Delta, dovrebbe essere improntata a criteri scientifici e non a strategie clientelari:  l’attività venatoria nelle aree Preparco rimane il principale ostacolo all’adozione di valide misure conservazionistiche.

 

Sperando di poter essere stati di aiuto a comprendere i termini di questa emblematica vicenda concludiamo ricordando che le cose qui brevemente riassunte possono essere supportate dalla documentazione  in nostro possesso”.