Si tratta di Marco Billeci, fiorentino: questa è la sua testimonianza

Cosa vuol dire ammalarsi di Covid-19? Quali sono le sue conseguenze psico-fisiche? Un maresciallo dei Carabinieri, Marco Billeci, fiorentino, fra i tanti schierati in prima linea nella battaglia contro il virus, racconta cosa significa entrare nel buio di questa nuova, severa malattia e uscirne. Dolorosamente e coraggiosamente.

Ha deciso di parlare del suo percorso per aiutare chi sta ancora combattendo.

“Ho avuto il Covid-19 e l’ho sconfitto. Una lotta prima su strada, dal 22 febbraio, a Codogno a cercare di limitarne la diffusione, poi a Bergamo, a cercare di aiutare come si poteva la popolazione. Il 12 marzo scorso, però, il virus ha colpito me.

Ricordo che stavo ridendo a crepapelle con il mio autista: una barzelletta per stemperare la tensione dei lunghi giorni, quando, all’improvviso, l’aria non c’era più. La corsa in ospedale, gli accertamenti e quella TAC: addensamento al polmone sinistro da Covid-19: comincia la degenza e, soprattutto, l’isolamento.
Giorni lunghi, intensi – racconta Billeci -. Ti rendi conto che 24 ore sono lunghissime e allora ti crei dei riti: sveglia presto, igiene personale e della stanza, qualche esercizio fisico, e ti obblighi a cambiare posizione, sedia”.

Poi il 23 marzo arriva la TAC di controllo: “Il nemico avanza, il polmone sinistro è danneggiato e funziona solo al 50% delle sue capacità. Si comincia subito con la terapia sperimentale.
Lo stomaco reclama, la cura è pesa ma necessaria…
Nel frattempo l’isolamento mi “costringe” ad una lenta, costante e profonda riflessione interiore. Conosco me stesso e forse non sono così brutto come pensavo…”.

“Il 25 marzo guardo un film che finisce tardi – riprende Billeci -. Sono le 01.50 del 26 marzo… ed ecco che si ripresenta ancora, all’improvviso, quella tremenda fame d’aria, quella sensazione di morire. Quattro crisi respiratorie, saturimetro ad 88, il tutto dura 40 minuti. Arrivano gli operatori del 118, mi monitorano, saturo di nuovo 98: “È scampata, stai bene, rimani in isolamento, non venire in ospedale che è peggio”.
Ma nel pomeriggio il cuore impazzisce: 240 bpm… ‘Ora si che torni in ospedale’, mi dico… Accertamenti, esami, notte in osservazione, preghi che la signora del letto a fianco possa smettere di soffrire e di gridare. Al mattino è tutto ok e torno in isolamento.
Intanto arrivano i risultati del tampone: il primo, del 12 marzo, è negativo; il secondo pure.
Allora contro chi combatto?”.

Il 31 marzo riescono ad organizzare il suo trasferimento a Firenze, dove Marco Billeci ricomincia la quarantena.

“Qui eseguono il terzo tampone: negativo. Ma se non è Covid – mi chiedo – che cosa mi sta guastando i polmoni?”.

Il 5 aprile, domenica delle Palme, dalle 3 alle 6 del mattino tornano le crisi respiratorie. “Mi sento una pezza – ricorda il Maresciallo – eppure il giorno prima ero un leone. Si torna in ospedale, questa volta al Careggi: esami, accertamenti, tampone (il quarto!)… Tutto negativo…. Qualcuno dubita del mio malessere, io contro chi combatto? Continuo a chiedermi”.  Fortunatamente mi viene eseguita la ricerca degli anticorpi nel sangue, che dà esito positivo.
IgG positive, IgM negative…. Che vuol dire?
‘Vuol dire che ce l’hai avuto il Covid-19 – mi spiegano i medici -. Hai reagito e l’hai sconfitto ed ora sei pieno di anticorpi. La ‘battaglia’ ti ha lasciato un polmone ferito seriamente, ma si rimetterà, vuole solo tempo’. “Quindi è finita?”, chiedo. ‘Si, hai vinto’, dice il dottore”.

“La gioia lascia presto posto alla serenità ed alla consapevolezza di averla scampata – continua Billeci -. Il pensiero va a chi sta lottando, a chi non ce l’ha fatta, alla lunga riflessione fatta in questi 27 giorni di isolamento e lotta e al Marco che sono ora. Posso solo dire GRAZIE al mio ‘nemico’: è stata una bella lotta, dalla quale ho imparato tanto. Se non avessimo lottato non sarei ‘cresciuto’. Le ferite, fisiche e morali, formeranno cicatrici che fungeranno da monito: non dimenticare mai ciò che è stato e ciò che sei ora! Perché bisogna sempre rendere onore al nemico, specie quando, per il suo tramite, si arriva a livelli nuovi di sé… Specie quando ti lascia un insegnamento di vita.
Ora posso solo ringraziare quanti mi hanno supportato in questa battaglia, che, grazie a Dio, ho vinto”.