Alberto Pagani (foto da Facebook.com)

Dall’11 settembre 2001 all’ascesa di Daesh fino ad oggi.

Riportiamo di seguito l’analisi del fenomeno terroristico jihadista di Alberto Pagani, deputato e membro della Commissione Difesa.

Nell’antico e celebre trattato di strategia militare ‘L’arte della guerra’, il generale cinese Sun Tzu insegnava: ‘Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia’.

Sono passati 2500 anni da allora, ma queste elementari affermazioni di principio sono ancora pienamente valide, anche e soprattutto nella lotta al terrorismo. Adottare questo punto di partenza aiuta a comprendere che la lotta al terrorismo jihadista non va concepita come un’attività articolata di polizia, per il contrasto ad attività criminali, ma come una guerra vera e propria. Una guerra ‘a pezzi, a capitoli, dappertutto’, come ha detto Papa Francesco. Una guerra decentralizzata, asimmetrica ed intermittente, che è per sua natura un conflitto complesso e molto lungo.

Infatti viene spesso definita guerra ibrida, perché si avvale contemporaneamente di tattiche arcaiche, come l’attacco terroristico in forma di guerriglia, e delle più moderne cyber Psy Ops nel web 2.0. La definizione però può trarre in inganno, facendo immaginare una forma bellica del tutto nuova e sconosciuta. Non è così, la guerra è sempre ibrida, anche quando domina la dimensione cinetica, e a guardarla bene questa è una guerra come le altre.

Guarda sotto la superficie: non lasciarti sfuggire la qualità o il valore intrinseco delle cose’ diceva Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, invitando a chiedersi di ciascuna di esse ‘che cosa è in sé, qual è la sua vera natura’.

In fondo la guerra jihadista utilizza strumenti e strategie non convenzionali, ma vuole conseguire gli obiettivi concreti di sempre: territori, sovranità, affermazione ideologica, politica ed economica. Evoca la forza morale (degenerando proprio nella morale) per reclutare combattenti capaci di operare nei diversi ambiti, dall’azione terroristica suicida alla propaganda nel cyberspazio, ma le sue peculiarità stanno nelle modalità della lotta, non nelle finalità.

Come ha sintetizzato efficacemente Fabio Mini è una guerra che ‘si combatte sui piani delle idee e delle risorse, contro obiettivi militari e civili, con attori statali e non statali, organizzazioni e Stati falliti o canaglia, e comprende i conflitti a bassa intensità e insurrezionali, i metodi non tradizionali di lotta, il terrorismo su basi transnazionali, gli attacchi suicidi, l’asservimento culturale, la guerra psicologica, la manipolazione dei media, l’impiego di ogni risorsa politica, economica, o sociale e militare’.

Ecco perché per combattere e vincere questa sfida (non possiamo farne a meno) torna buono il vecchio tao della guerra, l’insegnamento di Sun Tzu: bisogna conoscere il nemico, conoscere se stessi e conoscere il campo di battaglia. E’ necessaria la collaborazione di attori che partono da punti di vista diversi perché hanno ruoli e compiti differenti, nella politica, nell’intelligence, nelle forze di polizia e nelle forze armate.

Il ruolo della politica è essenziale, per definire la strategia difensiva e di contrasto. Però è necessaria una politica competente, non si può decidere come combattere un nemico così insidioso ed efficace sulla base di idee fumose stereotipate, o seguendo il sentimento momentaneo ed effimero dell’opinione pubblica, sintetizzato malamente dai sondaggi di opinione. Una politica superficiale della sicurezza, di facciata, finalizzata primariamente a guadagnare vantaggi elettorali, rischia di essere del tutto inefficace, se non addirittura controproducente. Una strategia di contrasto alla minaccia terroristica orientata passivamente a (cor)rispondere ai sentimenti ed alle paure dell’opinione pubblica, sarebbe una colpevole e grave deresponsabilizzazione della politica. “A questa stregua si potrebbe indire un plebiscito nazionale per decidere se Einstein ha fatto tutto giusto con la sua algebra, o permettere ai passeggeri di decidere su quale pista dovrebbe atterrare il pilota”. La consapevolezza strategica e l’autonomia del decisore politico è un fattore essenziale per il successo: la politica ha il compito di guidare l’azione, e i diversi approcci operativi devono convergere nella medesima strategia, perché essa sia efficace e coerente.  Questa convergenza è possibile solamente se a monte di essa tutti gli attori partono dalla stessa analisi e mirano allo stesso obiettivo, costruendo una visione condivisa e attuando una risposta strategica comune. Questo è conoscere se stessi, come diceva Sun Tzu. Presuppone una visione ampia, multidimensionale e multiprospettica.

La guerra al terrorismo non si combatte solo sul campo di battaglia, ma si vince anche nel campo delle idee, dei valori, dei modelli di società, e della politica. I combattenti sono i poliziotti ed i militari quanto gli insegnanti e gli assistenti sociali, per questo serve una visione politica del conflitto. La visione più riduttiva, quella che assegna il compito di combattere il terrorismo alle sole forze armate e di polizia, è troppo limitata e, alla fine diventa ottusa e perdente. Il terrorismo contrappone attori informali, reticolari e senza gerarchia a strutture formali, gerarchiche ed istituzionalizzate. Contrastarlo richiede pazienza, flessibilità, profilo basso, piccole unità, operazioni diverse dalla guerra cinetica. Pone il dilemma dei non combattenti perché per sua natura “la guerra asimmetrica sfrutta l’imprevedibilità, il caos e la vulnerabilità dei potenti per seminare paura e così ottimizzare la guerra arcaica” (Mini op cit 53).  

Daesh, la manifestazione più recente del terrorismo jihadista, assomiglia al mostro di Frankenstein, costruito con pezzi di cadavere, al quale è data vita artificialmente, in laboratorio. Nato da una costola di Al Qaeda fondata da Al Zarqawi, l’Isis (Daesh) era inizialmente un’alleanza di bande disarticolate dell’insorgenza irachena con elementi del passato regime irakeno, ed è cresciuto grazie alle armi ed ai finanziamenti (non tanto occulti) provenienti da più sorgenti, probabilmente anche dal Golfo, ma anche dall’afflusso di volontari e foreign fighters provenienti da tutto il mondo, e si è ingrandito, approfittando della guerra al regime siriano, una guerra nel tempo diventata proxy, dove in piccolo si sono riprodotte rivalità e conflitti che attraversano tutta la regione (tra sunniti e sciiti, ma anche all’interno dello stesso campo sunnita). Daesh/Isis si pè inserito in queste fratture e nella competizione geopolitica in atto per prosperare e tentare la realizzazione del suo progetto statuale e geopolitco, con l’autoproclamazione del Califfato. Un passo tanto ardito da aver determinato una frattura anche con il resto del mondo jihadista e islamista più radicale.

Ma la nascita e la diffusione dell’islamismo radicale  e poi, al suo interno, la formazione delle frange jihadiste violente ha una storia lunga di cui Daesh è solo l’ultima più recente evoluzione. Fonda le sue radici nei movimenti politici islamisti radicali e nei gruppi che al loro interno, a partire dallo stesso Egitto, si opponevano ai regimi laici e nazionalisti mediorientali. Dopo gli anni settanta, e soprattutto dopo la rivoluzione iraniana e durante la guerra antisovietica in Afghanistan, approfittarono del sostegno per mobilitarsi contro i Russi, in chiave anche di competizione contro il radicalismo khomeinista. Una storia di competizione lunga quasi quattro decenni, che ha attraversato tutta la regione e dura fino ad oggi.  “I principi del Golfo hanno foraggiato i combattenti sunniti in chiave anti-iraniana, compresi coloro che ancora credono negli insegnamenti qaedisti. Hanno sostenuto l’insurrezione siriana cercando assoggettarla ai propri interessi, con in mente un futuro Stato di impronta religiosa, e avversario di Teheran” sostiene Guido Olimpio. Ma senza la guerra in Afghanistan e la mobilitazione globale dei jihadisti contro il “Satana” sovietico non sarebbe stato possibile la nascita di alcuni network jihadisti come A Qaeda e la formazione di una generazione di combattenti per il jihad che poi si è riversata in altri fronti locali durante gli anni novanta. In alcuni casi la diffusione e il proselitismo condotto da alcune frange oscurantiste e integraliste ha favorito l’arruolamento o la causa dei jihadisti. E’ emblematico il fatto che la setta islamica ultra conservatrice wahhabi sia al contempo la religione ufficiale dell’Arabia Saudita, ma anche insieme al salafismo la base ideologica di numerosi gruppi terroristici internazionali come i talebani afgani, al-Qaeda, ISIS, Boko Haram e Thowheed Jama’ath.

La fede islamica è stata a lungo aperta e tollerante, anche di più del cristianesimo. Quando cristiani, ebrei e musulmani vivevano fianco a fianco in un ambiente multiculturale di fedi e idiomi, usi e costumi, che era il Levante cosmopolita, in tutta l’area del Mediterraneo, da Alessandria d’Egitto a Beirut, da Damasco a Costantinopoli l’islam era il principale fattore di civilizzazione e di cultura e non distruggeva i monumenti, ma diffondeva il sapere. Furono gli Arabi a conservare i testi greci dell’età classica ed ellenistica, portandoli in Spagna, dove furono tradotti in latino per essere letti nell’Europa Cristiana. Invece è del 2015 la distruzione delle antiche mura di Ninive, in Iraq, delle due statue leonine alle porte di Raqqa, delle opere esposte nel museo archeologico, della “porta di Dio” e della moschea Khudr di Mosul, dei resti delle antiche città assire di Nimrud e di Hatra, del leone di al-Lat a Palmira, del sito archeologico di Tal Ajaja, dei mausolei e monumenti islamici sufi a Timbuctù, della Chiesa Verde e della moschea di Al-Arbahin a Tikrit e dei santuari sufi vicino a Tripoli. Questa però non è la tradizione dell’Islam, è il frutto malato di un’interpretazione fanatica e perversa della religione islamica, talvolta, come in questo caso, resa ancora più fanatica da una commistione di visioni settarie ed estremistiche che poco hanno a che vedere con la religione.

La promozione in tutto il Medio Oriente e ben oltre del salafismo o del wahhabismo, nelle versioni talvolta portate a favorire una visione ristretta, puritana ed intollerante, che ha distrutto gran parte della diversità esistente nell’Islam, a partire sopratutto degli anni settanta e poi in parallelo alla guerra in Afghanistan e in competizione con l’islamismo khomeinista,è stata spesso finanziata da fondazioni e sedicenti istituti benefici riconducibili anche a eminenti figure della penisola arabica e ad altri movimenti islamici o regimi della regione.

Risale al 1967, più di quarant’anni fa, l’accordo firmato tra re Baldovino, del Belgio e Faisal re dell’Arabia Saudita. Baldovino, in cambio di petrolio a buon mercato, concesse in uso ai sauditi per 99 anni, il meraviglioso padiglione orientale ottocentesco di Bruxelles per costruirvi la Grande Moschea. Contemporaneamente, le autorità belghe avrebbero concesso ai sauditi l’autorizzazione a istruire quanti più immigrati magrebini arrivavano nel Paese.”

Molti finanziamenti, negli anni ottanta, furono poi destinati per sostenere la mobilitazione del jihad contro l’invasore sovietico dell’Afghanistan. Ma esaurita quella battaglia, in cui i jihadisti ebbero un ruolo comunque meno rilevante di quanto spesso loro stessi hanno cercato di propagandare, negli stessi ambienti in cui la mobilitazione si era prodotta iniziò a crescere la voglia di portare il conflitto o verso i regimi nazionali arabi (Egitto, Algeria, Siria) o addirittura contro un nuovo nemico straniero, (Israele e Usa).  Infatti è dagli anni Novanta però, quando terminata la campagna afghana si palesò il problema che molti jihadisti che ambivano a combattere i regimi dei paesi arabi potevano rappresentare per i loro paesi di origine. Da qui la necessità di doverli contrastare. È infatti di questo periodo la cacciata di numerosi jihadisti dai paesi di origine (tra cui appunto Bin Laden) e il loro riparare presso regimi più tolleranti, come furono i Talebani in Afghanistan.

Ma in parte una visione talvolta più integralista, insieme alla presenza di veterani della guerra antisovietica o di predicatori radicali, si era diffusa anche in Occidente, con un diffuso errore di sottovalutazione anche da parte di molte autorità occidentali.

 Nel libro intitolato Il tradimento Federico Rampini racconta la sua infanzia a Bruxelles. Il bambino Rampini, immigrato italiano, figlio di un funzionario della giovane Comunità Economica Europea, giocava in parrocchia con i bambini musulmani, figli di immigrati magrebini, che condividevano con i loro genitori il desiderio di integrarsi e di sentirsi parte di una società che rispettavano. Nei decenni seguenti diversi fattori hanno deviato il percorso virtuoso dell’integrazione, facendolo sostanzialmente fallire e relegando nel quartiere di Molenbeek  cento mila cittadini di origine straniera. La maggioranza di essi hanno in tasca il passaporto belga, ma nel cuore di alcuni, forse di molti, alberga il risentimento ed il disprezzo per la società in cui vivono. Difficile stabilire quanto una predicazione religiosa integralista e fanatica possa aver contribuito a questo fallimento, ma certamente rappresentare quotidianamente l’Occidente come la civiltà più corrotta ed immorale del Pianeta non aiuta l’integrazione, e non promuove la tolleranza ed il reciproco rispetto. Resta il fatto che le indagini che portarono all’arresto di Salah Abdeslam, unico attentatore superstite degli attacchi di Parigi del novembre 2015, progettati e compiuti dal sedicente Stato Islamico, si svilupparono attorno a Molenbeek e fecero emergere un numero impressionate di persone coinvolte in attività terroristiche che erano passate da quei sei chilometri quadrati. Molenbeek non è semplicemente un quartiere disagiato di una capitale, perché sono troppe le piste di indagine che portano lì: l’attentato del 2014 al Museo ebraico di Bruxelles, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa ed è stata smantellata nel gennaio 2015, l’attacco al supermercato kosher di Parigi dopo l’assalto alla redazione di Charile Hebdo, sempre nel gennaio 2015, l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015, gli attentati di Parigi del novembre 2015, nei quali furono uccise 130 persone, e l’attentato all’aeroporto di Bruxelles del marzo 2016. Resta da capire quanto il fallimento dell’integrazione che ha creato Molenbeek sia dovuto ad una sbagliata politica sociale del Belgio e della città di Bruxelles, e quanto invece sia il frutto di un mezzo secolo di indottrinamento ideologico ostile. “Parlando alla radio Voice of America, il prof. Wenar (del King’s College di Londra n.d.r.) definito l’esportazione del wahhabismo dell’Arabia Saudita probabilmente la più costosa campagna ideologica della storia umana.” Quando il terrorismo di ispirazione salafita-wahhabita ha cominciato ad insanguinare l’Occidente era già tardi per porre un rimedio al mutamento culturale che nel tempo si era prodotto all’interno di alcuni gruppi minoritari e comunità islamiche. Per anni da tutto il Medio Oriente e dal Golfo molti finanziamenti erano fini anche nelle mani degli islamisti più radicali, finanziando tra i tanti centri islamici moderati e le moschee sorte in Occidente, anche quelli che poi si sono rivelati essere fari dell’estremismo, guidati da predicatori d’odio, oltranzisti e pericolosi, come negli anni Novanta è stato svelato dalla famosa inchiesta di Viale Jenner a Milano.

A volte, nei casi in cui alcune madrasa costruite da Parigi a Bruxelles, Anversa e Rotterdam, da Marsiglia a Birmingham, sono state guidate da imam più estremisti di altri, fuori dal controllo delle autorità governative locali, hanno tirato su una nuova generazione educata ad una visione fondamentalista della religione. A volte questi semi non hanno dato buoni frutti, ma hanno contribuito a creare un mostro che minaccia non solo l‘Occidente, ma anche le loro stesse nazioni.

È accaduto che imprenditori, banchieri e uomini d’affari hanno così sponsorizzato il mostro di Frankestein, ma ora il mostro vive una vita propria e si è rivoltato ai coloro che inizialmente, hanno favorito la sua stessa nascita. Daesh è il moderno Prometeo ed è sfuggito al controllo del proprio creatore. Una volta asceso alla ribalta globale ha affiliato bande e milizie terroristiche preesistenti ed autonome, sia in Asia che in Africa, e poi ha attratto fanatici e disperati in tutto il mondo, Occidente compreso. Ma ha soprattutto lanciato il suo progetto geopolitico ed egemonico su tutta la galassia jihadista globale, ambendo anche a guidare le terre dei luoghi sacri, a unificare sotto il suo controllo tutta la Umma e a spodestare i regimi dei paesi arabi e sunniti. Per farlo ha messo in campo una strategia di tipo convenzionale/statuale, una campagna di propaganda e di guerra informativa e ha impiegato gli strumenti più classici del terrorismo internazionale.

L’asimmetria del terrorismo richiede guerrieri e leader ideologizzati, disposti a credere in qualche cosa di superiore alla vita umana propria o, più spesso, altrui. “Il desiderio di ribellarsi al tiranno e il richiamo alla guerra santa sono stati le motrici che, da direzioni opposte, hanno spinto in migliaia a imbracciare un fucile Kalashnikov, a indossare una cintura imbottita di esplosivo, a guidare una jeep piena di bombe verso la postazione nemica, a trasformare un furgoncino in un ariete sulla Ramblas di Barcellona”. A modo loro i terroristi vogliono stabilire un equilibrio degli attacchi reciproci attraverso la strategia “dei mille tagli” e delle ferite che sanguinano in modo perpetuo. In prospettiva strategica il terrorismo sfrutta le fragilità della nostra società per provocare il collasso dei sistemi organizzati, agendo sul tempo della decisione e dell’azione e sui suoi effetti differiti e delocalizzati.

La strategia terroristica non è cieca ed ignorante, ma è perfettamente consapevole delle nostra fragilità. La profonda interconnessione delle nostre comunità e l’interdipendenza dei sistemi sociali è il vero punto debole che il terrorismo aggredisce. L’attacco terroristico ha un obiettivo diverso e ben più ampio di quel che appare, perché sfrutta quello che nella teoria del Caos è chiamato “effetto farfalla”, in virtù del quale piccole variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine. All’apparenza questo terrorismo colpisce un obiettivo limitato, di portata infinitamente minore delle torri gemelle, può persino essere un target casuale, perché è il riverbero emotivo dell’azione che genera le conseguenze più rilevanti. I mujaheddin (combattenti nella jihad) sono dei vuoti a perdere, che devono arrangiarsi come possono per colpire in maniera randomizzata; ma sono anche le armi rudimentali di una strategia sofisticata, una sorta di missili intelligenti della guerriglia priva di aviazione. Per contrastare questa strategia non c’è tanto un problema di strumenti, mezzi e strutture, quanto di psiche, di giusta mentalità per affrontare il nemico. C’è bisogno di forza e resistenza psicologica per sostenere il conflitto, ma anche e soprattutto di lucidità politica, per non diventare suoi complici, cadendo nella sua trappola ideologica, quella dello scontro culturale, etnico e religioso, di civiltà. Ci vuole intelligenza, cioè capacità di intelligere, di leggere dentro le cose, per poterle comprendere. Bisogna interpretare il terreno ideologico dello scontro, che è il vero campo di battaglia, e per capire come la narrazione e la rappresentazione dei fatti mistifica la realtà, diventando essa stessa uno strumento centrale della strategia bellica jihadista. Intelligenza per comprendere come il sentimento (o risentimento) popolare, che deriva dalla narrazione jihadista e dalla paura del terrorismo, trasfigura il nemico e lo confonde (e nasconde) dietro un’appartenenza etnica, culturale o religiosa.  

L’obiettivo strategico del terrorismo non è produrre la morte, la morte è solo un mezzo, ma è produrre la paura. Per questo si chiama terrorismo. E’ la paura che produce la divisione manichea tra buoni e cattivi, che permette quindi l’inganno strategico su cui si fonda la “chiamata alle armi”, il reclutamento e l’arruolamento di sempre nuovi mujaheddin, essenziale in ogni guerra per bande. Attraverso il terrore vengono influenzati i modi in cui le percezioni sensoriali sono interpretate dai processi psicologici e dalle emozioni. E’ il terrore che fa sì che io guardi con sospetto chi è diverso da me, che lo veda ostile per l’etnia a cui appartiene, per lingua che parla, per la religione in cui crede, o semplicemente per il colore della sua pelle. Il terrore serve per polarizzare le società su una linea di frattura etnico religiosa, arruolando così tra le fila dei simpatizzanti dei terroristi tutti coloro che percepiscono l’ostilità di chi ha paura del terrorismo stesso.

La strategia della polarizzazione si basa sul concetto di noi e loro, categorie che ricordano la dialettica amico – nemico di Carl Schmitt. Gli uguali siamo noi, i diversi sono loro. La nostra è una civiltà, quella altrui è barbarie.  Nella sua essenza primitiva è questa contrapposizione tra noi e loro che costruisce i muri nelle nostre menti. L’altro parla una lingua diversa, ha la pelle di un colore diverso, ha convinzioni diverse o pratica una religione diversa. Il Jihadismo si nutre del conflitto che esplode sulla linea di faglia tra le due civiltà, tema esplorato dal professor Samuel P. Huntington, della Harvard University , in un saggio apparso nel 1993 sulla rivista Foreign Affairs. L’analisi, che evidentemente toccava un nervo scoperto, perché suscitò un grande dibattito e molti fraintendimenti, divenne poi un libro: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. L’idea di fondo è che la modernizzazione non stia affatto producendo un’occidentalizzazione delle civiltà non occidentali, e che non esista alcuna tendenza verso la formazione di una civiltà universale. La strategia della polarizzazione jihadista si alimenta di questo, punta a conquistare “i cuori e le menti” dei musulmani, il vero campo di battaglia è quello codificato dalle scienze strategiche nelle dimensioni della guerra dell’informazione (information warfare), dell’inganno (deception) e della gestione della percezione (perception management) e delle operazioni d’influenza (influence operation). Sono tecniche di deformazione della realtà per il conseguimento dei fini bellici, economici e politici.

Per ridefinire la strategia integrata di contrasto e di lotta a questo nemico bisogna riflettere su quel che è accaduto negli ultimi vent’anni, riconsiderare i successi come gli errori che sono stati commessi. Con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’Occidente non solo si è reso conto di essere vulnerabile nel proprio terreno, nelle proprie città, tra la propria popolazione, ma ha soprattutto realizzato che le radici terroristiche non sono localizzate ove evolve la radicalizzazione jihadista. Immediatamente la risposta è stata di militarizzazione della lotta al terrorismo tanto che all’inizio si è parlato di “guerra internazionale al terrore”, una terminologia che sarebbe più adatta nel campo semantico della psichiatria che non in quello della sicurezza internazionale. Che sia stato un errore strategico mi pare di tutta evidenza. L’invasione militare di un Paese che non aveva ruolo nella strategia jihadista di Al-Qaeda, lo scioglimento delle forze armate irachene e del partito Ba’th di Saddam Hussein, imposto dagli ordini n1 e n2 del capo dell’Autorità Provvisoria di Coalizione, Paul Bremer, hanno prodotto il terreno più favorevole alla trasformazione di Al-Qaeda in Iraq, guidata da un leader improbabile come il giordano Abu Musab al-Zarqawi, nel progetto dello Stato Islamico. Il giornalista Joby Warrick, premio Pulitzer 2016, nel suo Bandiere nere, tesse la dettagliata cronaca della nascita e crescita di ISIS. E’ una lettura interessante, che aiuta a capire come il movimento terroristico, che ha adepti in tutto il mondo, e che ha colpito tanto l’Occidente  quanto il Medio Oriente, non sarebbe mai potuto nascere senza la guerra in Iraq e l’insorgenza che ne è risultata di conseguenza. Warrick spiega in modo magistrale come gli errori strategici di George W. Bush hanno permesso che le bandiere dell’ISIS si issassero sull’Iraq e la Siria, prima di spargere sangue in tutto il mondo. La militarizzazione della lotta al terrorismo ha costretto ad una lunga e dispendiosa presenza occidentale nel teatro mediorientale ed in Asia Centrale, dalla quale ora anche il Presidente americano Trump, che ha più volte affermato di volerne uscire, deve prendere atto che non è più possibile disimpegnarsi senza produrre altri devastanti danni. “In alcuni Paesi i rimedi adottati dalle autorità sono stati controproducenti. Il contrasto dei violenti finisce non di rado per crearne di altri, specie se la prevenzione – necessaria ed irrinunciabile – assume il carattere della repressione. Tutti gli oppositori diventano per definizione terroristi. In un mondo pieno di sfumature si pensa di risolvere con la formula del bianco/nero. Sbaglio madornale perché non elimina il problema.” In diciotto anni si sono seguiti susseguiti molti successi di polizia e militari, molti risultati sono stati raggiunti, molti obiettivi strategici sono stati conseguiti, ma purtroppo non possiamo dire che questa catena di successi abbia portato a una vittoria sostanziale ed alla sconfitta del terrorismo. Al- Zarqawi è stato ucciso in una casa vicino a Ba‘qūba, la capitale del governatorato iracheno di Diyala, con un attacco aereo congiunto delle forze armate giordane ed americane, nel 2006. Nel 2011, ad Abbottabad, in Pakistan, è stato neutralizzato il capo storico di Al Qaeda, Osama Bin Laden, con l’operazione Neptune Spear e l’intervento militare dei Navy SEAL. Nell’ottobre 2019 Abu Bakr al-Baghdadi, il leader di Daesh, il cosiddetto Stato Islamico (IS), è morto nel corso di un’operazione eseguita dalle forze speciali statunitensi nel nord-ovest della Siria. A poche ore di distanza è stato ucciso anche il portavoce del gruppo armato, Abu Hassan al-Muhajir, mentre nel 2020 l’intelligence irachena ha annunciato la cattura di Abdul Nasser Qardash, candidato alla successione. Nel corso degli anni si stima che l’ottanta per cento del gruppo dirigente di Daesh sia stato progressivamente neutralizzato da un’azione convergente di intelligence e forze speciali. Sicuramente molti leader talebani, capi terroristici e signori della guerra, sono morti sotto il fuoco dei missili hellfire lanciati dai droni Predator. Ciononostante dopo diciotto anni ancora non abbiamo vinto questa guerra. La risposta militare è carente nella riflessione politica e dunque qualcosa ci sfugge nell’analisi, perché il nemico mostra una straordinaria capacità di rigenerarsi. Il risentimento generato permette alle organizzazioni di reclutare nuovi adepti, di sopravvivere a crisi temporanee e di rialzare la bandiera nera dopo una sconfitta. Quando la forma attuale di Daesh sarà superata dagli eventi nascerà un’altra forma, che sfrutterà le medesime sofferenze ed ingiustizie e il malessere di quanti si sentono ultimi. Morto un capo ne esce fuori sempre uno nuovo, come la celebre figura mitologica Idra di Lerna che, quando veniva decapitata di una testa velenosa, era in grado di produrne due, Per ucciderla non bastava decapitarla, ma bisognava anche cauterizzare la ferita, come fece l’eroe Eracle, nel mito. Questa metafora, ideata da Andrea Manciulli, rende a mio avviso meglio di ogni altra l’idea di quanto sia necessaria una strategia articolate e complessa, che può derivare solo da un’analisi compiuta e di ampio respiro. Forse ancora ci sfugge la visione intera del terrorismo. Oppure ne abbiamo sotto valutato l’importanza, concentrandoci sulla strategia militare di guerra asimmetrica, quella guerriglia dei poveri o dei disperati che è l’unica possibile per i combattenti peggio equipaggiati. E’ così che ci è sfuggita la forma politica del nemico. In quanto politica il terrorismo si basa su di un substrato e su di una base di carattere ideologico. Quindi il conflitto deve essere affrontato proprio in questo campo, per non avere un nemico che sembra depotenziato, ridotto ai minimi termini, ma che poi si dimostra capace di rigenerarsi e tornare ad essere micidiale.

C’è una terza metafora che descrive il nemico, nato come il mostro di Frankenstein, che potrà essere ucciso solo come l’Idra di Lerna. Quella che abbiamo di fronte infatti è una minaccia cresce e che muta come un virus, cioè una patologia che si diffonde per contagio e che tende a mutare nella forma, nelle caratteristiche e nelle capacità di attacco. La difficoltà degli scienziati e dei medici che combattono i virus a RNA, come HIV, ebola, hendra o covid-19, sta proprio nella facilità di mutazione del patogeno, che modifica facilmente le proprie caratteristiche quando si replica. L’esperienza ci insegna che questa è anche una caratteristica del terrorismo Jihadista.  Abbiamo visto, ad esempio, che c’è come un sistema duale dell’attacco terroristico. Si è compreso che bisogna prevenire il rischio, condividere le informazioni di intelligence, il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo ha svolto una funzione essenziale, ha controllato e contenuto la presenza di possibili esecutori, ma nel frattempo la minaccia è mutata di nuovo, è evoluta, ed il terrorismo verticistico, razionalizzato secondo la logia della guerra, è ormai superato dal terrorismo “fai da te”, dai radicalizzati su internet, o in carcere, dagli ordigni improvvisati, dalle menti alienate. Da una parte c’è l’attacco “tradizionale”, come il caso di Charlie Hebdo (7 gennaio 2015), o a quello del Bataclan di Parigi (13 novembre 2015), che sono azioni militari, azioni di guerra vera e propria, nel cuore di una capitale europea, che potrebbe essere una qualsiasi delle nostre città. Questi sono attentati condotti con mezzi di guerra, utilizzando armi automatiche, realizzati da personale addestrato alla guerra nei campi terroristici. Lo schema che segue questo tipo di azioni può essere definito “classico”: la costruzione di una rete terroristica, di un network logistico, la creazione di una base, la pianificazione di un obiettivo tattico e l’individuazione di un target coerente alla pianificazione di una strategia. Il metodo prevede il dispiegamento delle forze per l’attacco e il tentativo da parte delle forze dell’ordine di respingere l’azione, la pubblicità e la rivendicazione. Vi sono poi altre forme, altre modalità di attacco molto più artigianali, apparentemente più improvvisati, gli attacchi con mezzi di fortuna, o di sfortuna, come andrebbero più propriamente definiti. L’attacco al lungomare di Nizza con un camion (14 luglio 2016), ai mercatini di Natale di Berlino (19 dicembre 2016), alla Rambla di Barcellona (17 agosto 2017), in qualche modo si potrebbero dire metodi di “terrorismo fai da te”, che non richiedono l’addestramento e la preparazione militare dei primi. L’aspetto più inquietante è la destrutturazioni delle organizzazioni, che rendono l’attacco imprevedibile. Le reti si sono frammentate e la propaganda social su internet serve per attivare i Lone Wolves, cioè simpatizzanti ed esaltati che ci sono in giro e che è impossibile monitorare, senza pianificare nulla, colpire dove capita e come capita. Questa mutazione non è affatto una buona notizia perché nella società occidentale gli strumenti per fare bombe sono alla portata di tutti. Gli ingredienti per costruire la Madre di Satana, che si fa combinando acqua ossigenata e acetone, con chiodi, viti e bulloni, si possono acquistare in una qualsiasi ferramenta. Gli eventi con grandi raduni di persone sono all’ordine del giorno e purtroppo anche di menti alienate non c’è carenza, nella nostra società. La forma mutante dell’azione cambia la natura stessa della minaccia e la rende, come dice spesso Marco Minniti, una minaccia a prevedibilità zero. Quando un giovane si radicalizza sulla rete internet, in modo necessariamente rapido e superficiale, dal momento in cui decide di compiere un attacco al momento in cui lo realizza il tempo è spesso molto breve. Il soggetto solitario di solito non comunica, non ha un supporto, non ha una organizzazione forte alle spalle, o addirittura non è neppure inserito in una ramificazione organizzata. Lo stesso “mandante” potrebbe non conoscerlo, ed essere all’oscuro delle sue intenzioni e dei suoi progetti. Quindi la metodologia di intelligence tipicamente utilizzata per prevenire gli attacchi terroristici potrebbe non essere sufficiente. E’ chiaro che siamo di fronte ad una complessità della minaccia, che richiede complessità e capacità di intervento, articolato non solamente sulla dimensione più classica della prevenzione del lavoro di Intelligence. Ad oggi il nostro Paese non ha ancora subito attentati terroristici importanti, sono dunque indubbi i risultati raggiunti dalle attività di prevenzione, ma non è saggio adagiarsi sugli allori, se si intende contrastare con la necessaria efficacia questa minaccia a cui la nostra società è sottoposta. Le dinamiche della radicalizzazione e della diffusione del contagio e della minaccia sono rallentate, rispetto ad altri Paesi che hanno condizioni di concentrazione maggiore e peggiore integrazione ed inclusione sociale di intere comunità. Anche in Italia però non mancano i contesti a rischio, ed è necessario studiarli per comprenderne le modalità. Emblematico ad esempio può essere il caso di Ravenna, che ricorda altri centri minori europei, come Lunel in Francia, dove si sviluppa un trend islamista.

A Ravenna dopo le primavere arabe si è insediato un numero significativo di tunisini, che hanno raggiunto conoscenti arrivati in precedenza. La maggior parte proveniva da El Fahs, una località a nord di Tunisi che è stata la culla di militanti attivi sia in Tunisia che in Siria. Il nucleo di Ravenna è diventato in questo modo un punto di aggregazione per immigrati affascinati dal messaggio dello Stato Islamico. Alcuni erano sposati e meglio inseriti nella società, altri erano coinvolti nello spaccio di droga, ma l’origine comune ad El Fahs, i legami di amicizia e di parentela, il trasferimento nella stessa città, l’influenza della propaganda via internet hanno fatto da incubatore. Una efficace azione di intelligence e di polizia, insieme alla normativa per prevenire e contrastare il terrorismo, hanno permesso di eliminare la minaccia, attuando diversi provvedimenti di espulsione. Ma il fatto che non siano stati materialmente compiuti attentati non significa che la minaccia non ci fosse. Per prevenire il pericolo è fondamentale comprendere chi è il terminale operativo della catena, perché questo è il nodo critico che definisce la fisionomia della minaccia, e serve per inquadrare correttamente la morfologia e la portata del rischio che corriamo. Uno dei massimi studiosi del jihadismo, il francese Olivier Roy, ha evidenziato che la maggior parte dei terroristi che colpiscono in Occidente sono i figli della piccola borghesia, benestanti, scivolati per colpe personali nella delinquenza comune prima di trovare nel fanatismo religioso un alibi. La maggior parte di coloro che hanno aderito al jihadismo, radicalizzati violenti, sono islamici, spesso di seconda generazione, che non sono riusciti ad integrare nelle società occidentali e sono rancorosi per il proprio fallimento personale. Il jihadismo è una maschera, a volte il Corano non lo hanno nemmeno letto, hanno sposato Daesh perché ha dato loro quello che volevano, un’ideologia, un’appartenenza, una bandiera, una parvenza di identità. Sono quasi sempre dei giovani, reduci da fallimenti personali, dai quali cercano nella vendetta sanguinosa verso la “civiltà corrotta dell’occidente” il loro assurdo riscatto assurdo riscatto. “il Califfato ha cavalcato l’avversione contro la società, lo Stato, l’Occidente e certi regimi. Il laureato disoccupato, lo studente, il migrante, il piccolo criminale, i cittadino normale con un lavoro, l’instabile, l’uomo con psicopatologie, l’attivista convinto: ognuno ha usato le sue motivazioni, personali o ideologiche per entrare nella mischia. In un mondo che tende a spingerti ai margini, molto selettivo e che non ha tempo per tirarsi dietro tutti, è nata una casa comune, sul cui tetto svento un vessillo nero, simbolo di guerra santa.” Non è dunque di grande utilità parlare di terrorismo in termini generici, immaginando un nemico stereotipato ed astratto. Bisogna studiare i fatti, analizzare le dinamiche criminali, comprenderne le modalità operative, riflettere sugli elementi ricorrenti e su quello che possono insegnare. Prendiamo ad esempio alcuni casi concreti: Salman Abedi, 22 anni, che il 22 maggio 2017, durante il concerto di Arianna Grande  Manchester Arena, si è fatto esplodere con un ordigno autoprodotto e nascosto nello zaino, uccidendo 23 suoi coetanei e ferendone 250. Il padre era un ufficiale della sicurezza libica ai tempi di Gheddafi, divenuto dissidente e costretto all’esilio a Londra, poi a Manchester. Salman aveva scarsa propensione per lo studio ed i compagni di scuola lo bullizzavano per il suo aspetto. A 16 anni aveva seguito il padre in Libia per unirsi alle file degli insorti della primavera araba, dove aveva assistito alla violenza della rivolta, alla brutalità del conflitto ed alle vendette dopo la fine del regime. Dopo la “rivoluzione” la famiglia rimase in Libia, solo Salman ed il fratello Ismail rientrano in Gran Bretagna, dove nessuno li controllava più, e le loro frequentazioni non erano delle migliori. I testimoni hanno riferito che il ragazzo si è radicalizzato in fretta, ha cercato amici nelle cerchie integraliste. In poco tempo il disagio emotivo per i suoi insuccessi nella vita ed il contagio qaedista lo hanno trasformato in un kamikaze stragista. Anis Amri, 24 anni, il 19 dicembre 2016 a Berlino, dopo aver ucciso il conducente di un Tir per impossessarsene, lo lancia a tutta velocità sulla folla dei mercatini di Natale, uccidendo 12 persone e ferendone 56. Il giovane terrorista era nato in un’area povera della Tunisia centrale e sin da ragazzino era un pessimo musulmano, abusava di droghe ed alcolici, aveva imboccato presto la strada della delinquenza e si era messo subito nei guai con la giustizia. Fu condannato a cinque anni per il furto di un camion e per sfuggire alla galera era scappato su un barcone diretto a Lampedusa, dove distrusse i documenti per passare per minorenne. Diede subito una sfilza di problemi e fu condannato a 4 anni di carcere per la distruzione di un alloggio d’accoglienza. Nella prigione italiana conobbe l’islamismo salafita, senza mediazioni, agitato e violento. Capì che era quella l’ideologia che faceva per lui e a fine pena raggiunse la Germania, come altre migliaia di profughi. Durante il suo nomadismo in Europa Amri ha usato sei alias, ha tentato senza successo di raggiungere la Siria per combattere come mujaheddin ed è così finito nel giro di Abu Walaa al-Iraqi, capo di una cellula jihadista in Germania, un pifferaio che gli ha chiesto prova della sua fedeltà al Jihad. A differenza di altri terroristi Amri non si è sacrificato durante l’attacco, ma è riuscito a fuggire. Il giorno successivo ha registrato un video per rinnovare al fedeltà al califfo e lo ha inviato all’organizzazione. La sua fuga lo ha portato prima a Lione, in Francia, e poi in Italia, ed è finita davanti alla stazione della metro di Sesto San Giovanni, dove ha aperto il fuoco su due poliziotti che lo avevano fermato per un normale controllo, ma ha avuto la peggio. L’estate precedente, il 14 luglio, allo stesso modo delle vittime di Berlino erano morte 86 persone che ammiravano i fuochi d’artificio sulla Promenade des Anglias, a Nizza, e 430 sono rimaste ferite. Il “soldato del Califfato che ha risposto all’appello a colpire” si chiamava Mohamed Bouhlel, camionista tunisino di 31 anni nato in una famiglia numerosa, figlio di un piccolo commerciante agricolo.  Anche Mohamed è un ragazzo sbandato, fanatico della palestra, che fa il bullo e si riempie di steroidi. Non mette la testa a posto nemmeno quando sposa la cugina Hajer, residente a Nizza, che picchia e maltratto finché la ragazza non trova il coraggio di fuggire e separarsi. Lui ripiega cercando rimorchiando donne o uomini nelle sale da ballo, e vive di lavoretti precari, che perde con grande facilità a causa della sua indole brutale e violenta. Nella sua esistenza sregolata non appaiono contatti con gli ambienti radicali, fino a tre mesi prima dell’attentato sul lungomare. La radicalizzazione più che una conversione religiosa è una maturazione criminale e procede di pari passo con la sua ricerca sul web di incidenti stradali con un alto numero di vittime, e di episodi di vetture finite sulla folla. Le indagini successive alla strage portano in carcere cinque terroristi che hanno collaborato all’organizzazione dell’attentato. Tutti personaggi border line, piccoli criminali comuni, dall’esistenza dissoluta, come Mohamed, i cui contatti con le gerarchie del califfato sono praticamente inesistenti.  Le indagini hanno evidenziato anche che nelle sue ricerche in rete il terrorista si era appassionato al caso di Omar Mateen, il responsabile della sparatoria nel nightclub Pulse di Orlando, avvenuta un mese prima, il 12 giugno. Lo stragista della Florida aveva 30 anni ed era nato a New York da una famiglia afgana. Il padre Mir, un fanfarone omofobo, dal 2011 era informatore dell’FBI. Come gli altri casi che ho raccontato anche Omar aveva svelto presto la sua indole violenta, in parte come reazione agli episodi di bullismo subiti nei corridoi della scuola e sul bus, in parte a causa del suo pessimo carattere. Già a 14 anni era finito in un istituto per ragazzi difficili ed era descritto come aggressivo, arrabbiato con tutti, indisponente. L’adolescente sovrappeso attorno ai vent’anni si trasforma in palestra, con steroidi e lunghe sedute agli attrezzi, come il killer di Nizza. Il suo sogno è diventare poliziotto, lo scrive e lo dice a chiunque, ma tutti i suoi tentativi sono fallimenti: è cacciato dall’accademia, poi bocciato agli esami di ammissione per la polizia stradale dello Stato della Florida, e non supera nemmeno i test dell’Indian River State College, chiudendo così ogni speranza di una carriera in divisa. Si sposa due volte, con donne conosciute su siti on line, che maltratta e picchia. Le indagini non hanno spiegato con certezza perché abbia scelto un locale per omosessuali per compiere l’attentato, se abbia agito così per odio verso gli omosessuali, per rabbia personale, per problemi di identità sessuale, perché non gli piaceva nulla di sé e del mondo che lo circondava, o per motivazione ideologica vera e propria. Forse c’è più di una di queste motivazioni all’origine del suo gesto, ma il fatto è che Omar ai primi di giugno ha acquistato una pistola 9mm Glock 17 ed un fucile Sig mcx ed il 12 dello stesso mese è entrato nella sala del Pulse ed ha esploso oltre cento colpi, freddando 49 persone e ferendone 53. Le teste di cuoio impiegano tre ore per entrare con un blitz nel locale e neutralizzare il terrorista.

Questi sono solo alcune delle storie dei terroristi che hanno colpito sul suolo occidentale, ma credo che rendano evidente che quando si parla di jihadisti come di fanatici identitari, si commette dunque un grave errore: i jihadisti europei ed americani sono espressione di un vuoto enorme d’identità e di valori, che cercano di riempire con la violenza. “Perché accanto ad un mondo piatto e fluido esiste un mondo più tribale, frammentato e divisivo in cui gente disancorata dalle proprie tradizioni e culture millenarie vaga alla deriva in cerca di un’identità sociale che sia al contempo individuale e intima…La jihad offre al gruppo l’orgoglio di grande successo per i perdenti”. Più che un processo d’indottrinamento ciò che rileva è un processo di deculturazione che lascia nell’ignoranza gli individui e stacca le comunità sia dalla cultura d’origine, che da quella occidentale. Solo una lettura superficiale ed ignorante può cercare le motivazioni del terrorista nell’islam o nel Corano. Anche la maggior parte dei brigatisti rossi non furono il prodotto della disoccupazione giovanile o dello sfruttamento della classe operaia. Quella jihadista è fondamentalmente una narrazione reazionaria, che seduce con una falsa immagine di forza, di rigore e di moralità. Infatti non c’è nella narrazione islamista il minimo accenno a problemi socio-economici come la disoccupazione. Ciò che i terroristi denunciano è lo Stato laico, che mette tutte le religioni sullo stesso piano, la libertà di espressione, la libertà dei costumi, l’emancipazione femminile, il fatto che le donne possano studiare e lavorare, vestirsi come preferiscono, sposare chi vogliono. Le ideologie di terrore, di sopraffazione e di morte vanno analizzate sul piano delle idee, perché è quello il terreno sul quale vanno contrastate e sconfitte. Le motivazioni ideologiche del terrorismo chiamano in causa grandi temi: un tempo era la Palestina, oggi non più perchè i palestinesi, dopo aver liquidato classi dirigenti incapaci e corrotte, si sono affidate a movimenti come Hezbollah, alleato e proxy dell’Iran, potenza sciita. Poiché i jihadisti di Daesh sono sunniti ed odiano gli sciiti, la nobile causa della Palestina ha smesso di interessarli. La tragedia del popolo palestinese era un pretesto anche prima. Il linguaggio del jihadismo, le sue tecniche, la scelta delle vittime e dei luoghi, tutto converge per amplificare il senso di vulnerabilità collettiva nelle comunità colpite. Trump propone di schedare tutti i musulmani, già lo fece Bush dopo l’11 settembre 2001. Nel 2002 ben 85.00 maschi adulti di religione islamica finirono in un registro che fu abolito nel 2003, e nessun terrorista venne catturato con quella schedatura di massa. Quello che dobbiamo capire è che il terrorismo non è solo la strategia dei poveri o dei disperati, è una politica, negli scopi e negli strumenti. Se politica significa dettare norme o leggi, imporre un ordine, mobilitare coscienze, persone e risorse, il terrorismo è una forma politica molto efficiente. Il fenomeno della guerra a bassa intensità, ma alto rendimento in termini di destabilizzazione politica e sociale, va contrastato con una strategia politica adeguata, non basta la tattica, la militarizzazione o il controllo del territorio. Ad uno sguardo distaccato ed attento, che sappia vedere attraverso una prospettiva di lungo periodo, non può sfuggire il fatto che le tantissime sconfitte tattiche dei terroristi (che sono molte di più dei successi) non hanno impedito loro di guadagnare un vantaggio strategico. Infatti negli Stati Uniti è stato eletto un Presidente che ha tentato, per ora vanamente, di disimpegnarsi dal fronte afgano e di negoziare con i talebani il ritiro della missione internazionale di sostegno al governo legittimo. L’Europa rischia come non mai di disgregarsi, come ha dimostrato il voto per la Brexit, e al sua principale fragilità è provocata dall’immigrazione di massa, che è in buona parte dovuta alla nascita dello Stato Islamico in Iraq ed in Siria, e poi dall’espansione jiahdista in Nord Africa e nel Sahel. Molti migranti scappano da paesi infiltrati dai terroristi, come il Sudan, la Nigeria, o il Mali, ed il caos dei rifugiati ha fatto crescere la paura, alimentando l’islamofobia, e demonizzando l’immigrazione, per virare il populismo ancora più a destra, verso l’autoritarismo. Le vittorie elettorali ed il consenso dei leader populisti come Victor Orban in Ungheria, Andrzej Duda in Polonia, Sebastian Kurz in Autstria, Borut Pahor in Slovenia e Matteo Salvini in Italia, non intimoriscono affatto il nemico jihadista. Anzi, potrebbero favorire oggettivamente la sua strategia di polarizzazione, per cui la reciproca ostilità tra autoctoni ed immigrati, o tra cristiani e musulmani, potrebbe accrescere il risentimento, alimentare l’odio e produrre le condizioni migliori per attrarre nuovi simpatizzanti, reclutare nuovi militanti, ed armare nuovi terroristi.

Per sconfiggere il terrorismo jihadista bisogna invece apprendere la lezione degli anni di piombo: unità e fermezza. Bonificare i giacimenti di odio. Dalla mensa della scuola di Lodi alla Sea Watch, più scaviamo il solco che divide, più alimentiamo l’odio, e più facciamo felici i reclutatori di terroristi. La strategia è integrare, condividere regole, e anche valori. I più lucidi intellettuali arabi e nordafricani, come lo scrittore Tahar Ben Jelloun nella sua “lettera aperta ai musulmani”, sono i primi che dicono che non è più accettabile, di fronte alla violenza, il classico discorso che distingue la maggioranza degli islamisti moderati da una minoranza di terroristi, come se non vi fosse collegamento tra i due mondi. “Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.” Lo dice Ben Jelloun, invitando la comunità musulmana a cui appartiene ad una revisione della visione del mondo”.