Matteo Cagnoni (foto di repertorio)

Depositate le motivazioni della sentenza che ha reso definitiva la condanna all’ergastolo per l’omicidio Ballestri. Esclusa l’incapacità di intendere e di volere.

La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna all’ergastolo di Matteo Cagnoni per l’omicidio della moglie Giulia Ballestri avvenuta il 16 settembre 2016.
Nelle motivazioni della sentenza, la Cassazione affronta, fra gli altri, uno dei principali livelli su cui si è svolto questo processo: quello della seminfermità mentale, leva della difesa, che aveva eccepito tra l’altro la mancata esecuzione della perizia psichiatrica. Gli Ermellini – valutando “ineccepibile” la sentenza del giudice di merito e quindi le sue valutazioni, suffragate dal parere dei clinici – hanno affermato che non esistesse alcuna “patologia dissociativa e/o grave disturbo di personalità preesistente al delitto che potesse aver influito sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato “. E ancora: “l’agire dell’imputato dopo il crimine, connotato da errori marchiani e superficialità (il reinserimento dell’allarme nella villa del crimine, la mancata considerazione delle numerose telecamere di sicurezza che lo riprendevano) non era indice di seminfermità mentale, ma piuttosto di concitazione e inesperienza criminale”.
Ciò che portato quindi il noto dermatologo ravennate a compiere il delitto sono “anomalie caratteriali, disarmonie di personalità, non compromettenti la coscienza della condotta al momento della sua realizzazione”.
Inoltre secondo la Cassazione la premeditazione trova fondamenta in alcuni messaggi che il dermatologo ha mandato alla moglie nei giorni precedenti l’omicidio, nell’architettare il pretesto di fotografare un quadro per un antiquario per condurre Giulia nella villa, come nel fatto che due giorni prima del delitto Cagnoni non solo aveva disdetto tutti i suoi impegni lavorativi per quel maledetto 16 settembre, ma aveva anche detto all’investigatore privato (che aveva tempo prima incaricato di seguire la moglie), di cessare il suo mandato.
Inoltre il giorno prima, il 15 settembre, Cagnoni aveva portato nella villa degli oggetti che gli sarebbero serviti il giorno dopo: il bastone, dell’acqua e un ricambio di vestiti.

Inaudita ferocia e nessun pentimento

Per quanto riguarda la crudeltà, il tempo che Cagnoni ha impiegato ad uccidere la moglie era per gli Ermellini “largamente eccedente quello necessario per prolungarne la morte”.

“L’aggressione – si legge nelle motivazioni – era stata feroce, inutilmente lunga, estremamente dolorosa. L’imputato, che pur disponeva di una pistola, aveva usato un randello, consapevole della maggiore brutalità del mezzo. Indice finali di efferatezza, e mancanza di pietas, era stata la spoliazione della vittima”.

“Cagnoni aveva reagito a tale circostanza (la fine della relazione, ndr) con inaudita ferocia, incurante del fatto di rendere orfani i figli, né aveva mostrato in alcun segno resipiscenza o pentimento”.