"Giù le mani dai capanni": manifesto per la protesta

Il capogruppo di LpR chiede di sospendere l’applicazione dell’ordinanza “demolitoria” fino a quando si darà corso alla direttiva Bolkestein nella direzione ora tracciata dalla Giunta comunale

Prosegue la polemica politica sul caso dei capanni balneari.

Per Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna, “da quando il Comune di Ravenna ha ordinato che i capanni di legno esistenti da sempre sul suo litorale siano rimossi” sono due le principali domande a cui manca una risposta.

“Risale al 15 febbraio 2023 – evidenzia Ancisi – l’iniziativa con cui, come vicepresidente del Consiglio comunale, proposi ai colleghi consiglieri una bozza di ordine del giorno aperta a tutti, volta a ‘Tutelare e valorizzare gli storici capanni balneari di Ravenna’. Pur andando faticosamente in porto solo il 19 settembre, il mio ordine del giorno ha riconosciuto, approvato con voto favorevole unanime, che ‘i capanni balneari, presenti sul litorale del comune di Ravenna, rappresentano una tradizione storica locale e, per questo, sono portatori di un valore storico-testimoniale’, chiedendo perciò al Sindaco e alla Giunta comunale che ‘portino avanti un’analisi della situazione volta a valutare la fattibilità di indire un bando pubblico per istituire e gestire l’area dei capanni balneari, come opportunità di promozione di questa tradizione verso il pubblico, i turisti e tutte le persone che vivono la costa ravennate’”.

Prima domanda: “Come potrebbe concorrere al bando pubblico di prossima emanazione una qualunque Associazione di capannisti dal momento che il Comune ha imposto l’abbattimento di tutti i capanni entro il 30 aprile? La chiamata in causa della Capitaneria di Porto si traduce poi ‘nella necessità di dover demolire immediatamente i capanni, indipendentemente dai 90 giorni concessi dal Comune’ (Lettera aperta dell’Associazione Capannisti Balneari al sindaco, 20 febbraio 2024). Peraltro, la maggior parte dei capanni, per la fragilità dei legni e del loro assetto dovuta ad una vecchiezza multidecennale, non potrebbero neppure essere rimontati, oltretutto essendo parimenti anziani molti dei loro proprietari”.

Ancisi sottolinea come negli ultimi 23 anni i capanni siano rimasti nello stessi posti: “Ogni anno i proprietari hanno pagato il canone richiesto per la regolare occupazione della stessa modesta porzione di suolo demaniale, provvedendo anche a tenerne puliti e ordinati gli spazi intorno, a difesa pure delle dune, laddove sopravvissute ad ogni altrove devastazione, il più delle volte proprio grazie alla loro presenza. Pagato in tal modo il canone fino al 2020, i capannisti erano in attesa di concorrere unitariamente, tramite l’Associazione che li accomuna, all’assegnazione di una nuova concessione secondo la direttiva Bolkestein, nel segno poi indicato dal Consiglio comunale con l’ordine del giorno di cui sopra. Rimasero quindi di sasso quando l’Associazione ricevette improvvisamente dal Comune, il 15 dicembre 2021, la notifica di un’occupazione senza titolo di suolo demaniale, con effetto retroattivo: dal 1° gennaio 2002 per 85 capanni e dal 1° gennaio 2013 per gli altri 2. Seconda domanda: per quale grave colpa?”

Causa unica, dichiarata nel provvedimento, è stata una “sentenza del Tribunale civile di Ravenna […] dell’8 febbraio 2021”. L’Associazione ne ha contestato l’applicabilità al caso con lettera al sindaco del 13 aprile 2022, che non ha mai ricevuto, riporta Ancisi, la dovuta risposta formale.

“Su questo punto fondamentale – spiega il capogruppo LpR –, la risposta della Giunta de Pascale, nel dibattito pubblico di questi giorni in Consiglio comunale e sulla stampa, è stata la stessa”. Dalla sentenza si ricava, secondo Ancisi, che si tratta di una causa civile intentata da un singolo capannista verso il Comune contro il maggiore canone, alias “indennizzo”, richiestogli per avere ricostruito il proprio capanno con un permesso regolare, ma in misura superiore di mq 1,84 a quella autorizzata.

La sentenza che gli ha dato torto può però legittimare – scrive il Giudice – “un separato indennizzo” per altri “singoli abusi commessi dai capannisti”, ma non sfiora tutti gli altri. Non riguarda però le concessioni demaniali, su cui il Giudice civile dichiara, ovviamente, “il proprio difetto di giurisdizione […] considerato che le controversie aventi ad oggetto atti e provvedimenti relativi a rapporti di concessione di beni pubblici […] sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo”, cioè al TAR o al Presidente della Repubblica.

Non risulta che sia stata applicata ad altri capannisti, in questi 23 anni, nessuna sentenza di alcun Tribunale. È vero invece che proprio il Presidente della Repubblica, allora Giorgio Napolitano, accolse, il 12 febbraio 2013, il ricorso di un capannista ravennate, “per l’annullamento dell’ingiunzione a demolire un capanno sull’arenile demaniale”.

Se si vuole portare il fiume d’inchiostro che scorre sui capanni balneari verso una soluzione positiva, Ancisi ritiene indispensabile che il Comune risponda alla prima domanda sospendendo l’applicazione dell’ordinanza “demolitoria” fino a quando si darà corso alla direttiva Bolkestein nella direzione ora tracciata dalla Giunta comunale. “Alla seconda – conclude – sarà più facile dare una risposta condivisibile, senza necessità di rivolgersi al Giudice amministrativo, a cui peraltro potrebbe seguire, a danno del bilancio comunale, il Giudice civile. La città di Ravenna non se lo merita”.