Elio in Ci vuole orecchio (Foto Dorotea Castro)

Sabato 31 luglio, alle 21.30 in Piazza Garibaldi a Cervia l’ultimo appuntamento del Trebbo in musica

Doveva succedere ed è successo. Due funamboli della musica, con la consuetudine per l’irriverente esplorazione di un repertorio umano e musicale sconfinato, si incontrano in differita: Elio rivisita, reinterpreta, ricanta il poetastro, come Enzo Jannacci amava definirsi, in quello che “non è un omaggio – sottolinea Elio – ma una ricostruzione di quel suo mondo di nonsense, comico e struggente”. Sabato 31 luglio, alle 21.30 in Piazza Garibaldi a Cervia, Ci vuole orecchio è il gran finale, un po’ teatro canzone e un po’ circo, del Trebbo in musica 2.1, la rassegna di Ravenna Festival – organizzata in collaborazione con il Comune di Cervia e con il contributo della Cooperativa Bagnini – che conclude il proprio viaggio fra parole e musica con due icone della milanesità e della canzone “umoristica”, quella arguta e spiazzante, sempre rivelatoria. A spalleggiare Elio sugli arrangiamenti di Paolo Silvestri ci sono cinque musicisti; la coloratissima avventura, di cui Giorgio Gallione firma drammaturgia e regia, sarà inoltre arricchita da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di Jannacci – da Beppe Viola a Cesare Zavattini, da Franco Loi a Michele Serra, da Umberto Eco a Fo e Gadda. In breve, uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”. L’appuntamento, organizzato in collaborazione con La Milanesiana e con il contributo della Regione Emilia-Romagna, è possibile grazie al contributo di Confartigianato Ravenna e Credito Cooperativo ravennate, forlivese e imolese.

“Una volta ci siamo incrociati negli studi Rai – ha ricordato Elio in un’intervista – Lui ha bofonchiato qualcosa, io pure, lui non ha capito, io nemmeno. Sono un timido. Mai avrei avuto il coraggio di dirgli ‘sono un tuo fan’. Da adulto mi ha affascinato la dignità del comico che ha portato nella canzone d’autore e lo stile surreale della sua risata, che poi era il clima del Derby, il cabaret di Milano, che per ragioni anagrafiche ho mancato. Rimpiango di non avere avuto dieci anni di più: gli anni Settanta, dilaniati dal terrorismo, sul piano artistico sono stati tra i più liberi e rivoluzionari. In quegli anni ci sono tutti i miei dei e uno di questi è proprio Enzo Jannacci. E questo sarà un viaggio dentro le epoche di Jannacci; c’è Jannacci comico e quello che ti spezza il cuore, risate e drammi. Come è la vita: imperfetta.”

In grado di intrecciare temi e stili apparentemente inconciliabili – oscillando fra allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia – Jannacci è sempre riuscito a prendere tutti in contropiede, risultando al contempo popolare e anticonformista. Il suo sguardo, poetico e bizzarro, si è posato sulla Milano delle periferie degli anni Sessanta e Settanta, per trasfigurarla in una sorta di teatro dell’assurdo, dove agiscono miriadi di personaggi picareschi e toccanti, ai confini del surreale. “Roba minima”, diceva Jannacci: mendicanti, tossicodipendenti, prostitute con i calzett de seda, ma anche cani con i capelli o telegrafisti dal cuore urgente. Un Buster Keaton della canzone, insomma, la cui vena tragicomica ha dato vita, fra capitomboli di note e di sventure, a personaggi e storie che rivelano, come al microscopio, tutte le sfumature di grigiore dell’esistenza e della società.

E se Jannacci è stato molto (ma molto) di più che un giullaresco outsider della musica leggera nazionale, Elio è da sempre troppo arguto e colto per farsi contenere dall’etichetta del “demenziale”, come dimostrano trent’anni di geniali calembour linguistici e sonori, in questo caso sostenuti da Seby Burgio al pianoforte, Martino Malacrida alla batteria, Pietro Martinelli al basso e contrabbasso, Sophia Tomelleri al sassofono, Giulio Tullio al trombone. Lungo una scaletta che spazia da Saltimbanchi El purtava i scarp del tennis, da L’Armando a Quando il sipario calerà, “Elio potrà surfare sul repertorio dell’amato Jannacci – racconta il regista Giorgio Gallione – nume tutelare e padre putativo di quella parte della canzone d’autore che mai si è vergognata delle gioie della lingua e del pensiero o dello sberleffo libertario, e che considera il Comico, anche in musica, un potente strumento dello spirito di negazione, del pensiero divergente che distrugge il vecchio e prepara al nuovo. Il nostro spettacolo sarà perciò un viaggio in questo pantheon teatralissimo, dove per vivere ci vuole orecchio e dove, da saltimbanchi si vive e si muore… Oplà!”