Il sistema moda paga il prezzo più alto della crisi

In regione produzione in calo di oltre il 10% – Tiene l’alimentare, crolla la moda

Il 2020 è stato il peggior anno dal dopoguerra e il consuntivo è ancora provvisorio perché la causa che ne è all’origine, la pandemia e le conseguenti misure di protezione adottate nel tentativo di limitarne la portata, sono ancora in essere. Questo senza che ancora si possa individuare la conclusione della fase di emergenza. Con riferimento al comparto industriale, grazie a un’indubbia capacità di ripresa e a un pronto rimbalzo dell’attività, l’anno 2020 si è chiuso con un calo della produzione al 10,4 per cento rispetto all’anno precedente, quindi una recessione meno grave di quella subita nel 2009 (allora – 14,1 per cento). Secondo le previsioni Prometeia per il 2021 ci dobbiamo attendere una buona ripartenza della nostra economia, mentre nel 2022 il PIL dovrebbe tornare sui livelli del 2019. Sono questi alcuni dati dell’indagine congiunturale relativa al quarto trimestre 2020 sull’industria manifatturiera, realizzata in collaborazione tra Unioncamere Emilia-Romagna, Confindustria Emilia-Romagna e Intesa Sanpaolo. Il volume della produzione delle piccole e medie imprese dell’industria in senso stretto dell’Emilia- Romagna si è ridotto del 5 per cento rispetto all’analogo periodo del 2019. Il valore delle vendite è diminuito del 3,6 per cento, meglio decisamente rispetto al trimestre precedente (-6,2 per cento). Il fatturato estero ha contenuto la correzione (-1,4 per cento), un alleggerimento più marcato rispetto al trimestre precedente (-4,2 per cento). Il grado di utilizzo degli impianti si è riportato al 72,5 per cento, un dato non più così lontano rispetto al livello riferito allo stesso trimestre del 2019 (pari al 75,4 per cento). Il periodo di produzione assicurato dal portafoglio ordini è risultato invariato rispetto al dato del trimestre precedente e pari a 9,2 settimane.

L’alimentare tiene, la moda crolla

L’arretramento è evidente in tutti i settori industriali, anche se sono stati maggiormente colpiti quelli dipendenti dal mercato interno. Così anche l’industria alimentare ha fatto segnare un leggero passo indietro, anche se il più contenuto tra tutti i comparti: il fatturato si riduce appena dello 0,9 per cento, nonostante una flessione delle vendite anche sui mercati esteri (-1,5 per cento). Il calo della produzione è molto contenuto (-0,6 per cento), come la flessione degli ordini (-0,9 per cento). All’estremo opposto è il sistema moda a pagare lo scotto più pesante come conseguenza dei cambiamenti di abitudini e comportamenti dei consumatori indotti dalla pandemia. Il crollo del fatturato complessivo si è accentuato (-16,5 per cento), anche nella componente estera (-12,1 per cento), nonostante che i mercati oltre confine tengano più di quello interno. L’altro settore fortemente colpito è l’industria metallurgica e delle lavorazioni metalliche, caratterizzata da una fitta rete di piccole e medie imprese al centro di molteplici catene produttive. Il fatturato complessivo si è ridotto del 4,8 per cento, anche in questo caso grazie alla migliore tenuta di quello estero (-1,5 per cento), mentre la produzione ha avuto un andamento negativo più marcato (-5,8 per cento). Il processo di acquisizione degli ordini complessivi ha seguito una tendenza analoga.

La crisi pesa di più sulle Pmi

Riguardo alla dimensione d’impresa, nel quarto trimestre 2020 la flessione è stata generalizzata, ma l’andamento congiunturale per fatturato, produzione e ordini è risultato meno grave al crescere della struttura aziendale e in particolare per le grandi imprese. In particolare, la produzione è scesa di più (-10 per cento) per le minori, poi per le piccole (-5,4 per cento) e le medio-grandi (-3,1 per cento). Sulla base dei dati del Registro delle imprese, quelle attive dell’industria in senso stretto a fine giugno risultavano 43.667 (pari all’11 per cento del totale), con una diminuzione corrispondente a 543 imprese (-1,2 per cento) rispetto all’anno precedente.

La dinamica dell’occupazione

Riguardo al fronte occupazionale, fine settembre 2020, nell’industria manifatturiera gli addetti erano 397.767 quindi 9.979 in meno rispetto al 2019 (-2,1%). Gli scenari sotto questo aspetto sono tutti da delineare. Al calo dei fatturati delle imprese si è accompagnato quello dell’occupazione, oggi leggibile nei numeri senza precedenti del ricorso alla cassa integrazione e domani, probabilmente, verificabile nei licenziamenti e delle chiusure dell’attività di impresa. Le aziende dovendo affrontare un evento negativo esterno di portata enorme sulla propria attività, hanno reagito adottando forme organizzative differenti. La risposta è stata diversificata anche in base alla dimensione: ricorso allo smart working, riduzione dell’organico, utilizzo della Cig e ammortizzatori sociali, stop alle assunzioni, mancato rinnovo ai contratti in scadenza.

L’andamento dell’export

Per quanto riguarda l’export, da sempre motore dell’economia regionale, nei primi nove mesi del 2020 le esportazioni dell’Emilia-Romagna sono diminuite del -10,6 per cento, e del -2,9 per cento nel terzo trimestre, ultimo periodo disponibile. Le variazioni negative più evidenti nel settore metalli (-19,2), sistema moda (-18,1 per cento), meccanica (-14 per cento). Spagna (-15 per cento), Stati Uniti e Regno Unito (-13,5 per cento) e Francia (-12,5) i Paesi con la più ampia variazione negativa.

La voce di Unioncamere regionale

«La peculiarità di questa crisi è di essere originata da un fenomeno esterno che ha fortemente rallentato ma non interrotto, il normale andamento del ciclo economico – afferma il Presidente di Unioncamere Emilia-Romagna Alberto Zambianchi – e la prima reazione è stata, giustamente, quella di agire per limitare i danni e gestire l’emergenza originata dalla pandemia che ha colpito con forza devastante larga parte del tessuto economico. In Emilia-Romagna molto è stato fatto sulla rete degli ammortizzatori e per favorire l’accesso al credito delle imprese, concordando azioni con le Associazioni di Categoria e agendo in forte coordinamento con la Regione, mettendo a fattore comune idee e risorse. Sottolineo pertanto che, accanto alle “politiche passive”, necessarie per contenere il disagio, occorre avviare “politiche attive”, mirate ad accompagnare i nostri giovani e le nostre imprese alla ripartenza».