Giorgio Guberti (Camera di commercio di Ravenna)

Guberti (Camera di Commercio): “E’ importante che il decreto legge in corso di definizione contenga misure di semplice applicazione, che siano immediatamente operative, senza prevedere l’emanazione di una regolamentazione secondaria per la piena attuazione”

Resta sui pedali anche nel primo trimestre dell’anno il tessuto imprenditoriale ravennate. I dati del primo trimestre, ad oltre un anno dall’inizio della pandemia, portano 614 nuove iscrizioni, 19 in più rispetto al 2020, rimanendo su un ordine di grandezza che è il 43% in meno di quanto si registrava quindici anni fa. Le incertezze dello scenario economico, tra attese sull’evoluzione della pandemia e prospettive di rilancio legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), influiscono anche sulle cancellazioni, che continuano invece a rallentare. E’ questo il quadro di sintesi che emerge dall’analisi sulla nati-mortalità delle imprese ravennati nel primo trimestre dell’anno fotografati attraverso i dati dell’Osservatorio dell’economia della Camera di commercio di Ravenna.

Le iscrizioni tra gennaio e marzo – evidenzia l’ufficio Studi dell’Ente di Viale Farini – sono state 614, che, confrontate con le 709 cessazioni (287 in meno rispetto al corrispondente trimestre del 2020), portano a un saldo negativo di 95 imprese in meno, contro un calo, nello stesso trimestre del 2020, di 401 unità. Un dato che, anche sommato alle cancellazioni decise d’ufficio dalla Camera di commercio a seguito di una prolungata inattività delle imprese (di norma non considerato dalle rilevazioni Movimprese), porterebbe tecnicamente il totale delle chiusure complessive a 717, confermando la sostanziale stagnazione del saldo tra iscrizioni e cessazioni. Si tratta, comunque, di un valore di gran lunga inferiore rispetto alla serie dei primi trimestri degli ultimi dieci anni, tutti sempre chiusi in campo negativo, per cui è ragionevole stimare l’esistenza di una “platea nascosta” di imprese che, in altre circostanze, avrebbero già chiuso i battenti. Dati, che confermano la forte relazione tra clima di fiducia e natalità delle imprese e che rendono evidente il significativo scoraggiamento nell’avviare nuove attività che ha caratterizzato molta parte di questo periodo.

Dal punto di vista delle forme giuridiche adottate dalle imprese, il contributo in controtendenza viene sempre dalle società di capitali (37 imprese in più nel trimestre, pari ad un tasso di crescita positivo dello 0,45%, in miglioramento rispetto sia all’analogo trimestre del 2020 che del 2019, e simile al risultato positivo del 2018). L’aggregato che arretra di più e che spiega gran parte del saldo negativo complessivo è quello delle società di persone, diminuite in tre mesi di 79 unità (in termini di tasso si tratta di un -0,97%, più o meno la stessa velocità del 2020), mentre meno significativa, in termini assoluti, è stata la riduzione delle ditte individuali (-43 unità, corrispondente al -0,21% in termini percentuali, contro -1,44% dello stesso periodo dello scorso anno e più lenta rispetto a quella delle società di persona). In lieve contrazione sono le altre forme giuridiche (cooperative e consorzi), con 10 unità in meno.

Tra i settori in controtendenza, gli unici che non diminuiscono la propria base imprenditoriale sono l’edilizia (+23), bilancio influenzato dal trend particolarmente positivo del settore artigiano (+27 unità), a cui si accompagnano le attività immobiliari (+12), l’industria manifatturiera (+8) e le attività professionali, scientifiche e tecniche (+8). In termini assoluti, il saldo negativo più pesante si registra ancora una volta in agricoltura: -98 unità e si tratta di una tendenza di fondo che prosegue da anni, che solo saltuariamente rallenta. Più contenuto il saldo negativo nel commercio (-29); continua il ridimensionamento anche nelle attività di alloggio e ristorazione (-24), nelle attività artistiche, sportive e di intrattenimento (-18) e nei servizi di trasporto (-14). Contrazioni più contenute si registrano poi nel credito, nelle altre attività di servizi, nei servizi di informazione e comunicazione, nell’istruzione e nella sanità.

Anche per il settore artigiano si registra un tasso negativo ma contenuto, pari a -0,14%, ove per l’intero sistema imprenditoriale provinciale abbiamo avuto un -0,25%. La forma giuridica più diffusa tra gli artigiani ravennati è quella delle imprese individuali (quasi il 77% del totale) e in questo trimestre realizzano un lieve tasso in crescita (+0,01%), accompagnandosi alle società di capitale (+0,8%). Tra i settori artigiani che cercano di contenere la contrazione del comparto, ritroviamo il gruppo di imprese dell’edilizia (+27), con una variazione positiva significativa; a seguire, le attività manifatturiere con 5 unità in più.

La crisi sanitaria determinata dal COVID-19 continua a incidere negativamente sulle attività di impresa. E’ importante che il decreto legge in corso di definizione contenga misure di semplice applicazione, che siano effettivamente efficaci e immediatamente operative, senza prevedere l’emanazione di una regolamentazione secondaria per la piena attuazione”. Così Giorgio Guberti, commissario straordinario della Camera di commercio di Ravenna, che ha aggiunto: “Sui ristori, da mesi abbiamo segnalato la necessità di superare le gabbie dei codici Ateco, ma anche di integrare la logica delle perdite di fatturato per determinare i contributi a fondo perduto, introducendo criteri che tengano conto anche dei costi fissi sostenuti come, ad esempio, i canoni di locazione e di leasing, i tributi locali e le utenze”.