Un campo di mais (foto di repertorio shutterstock)
Un campo di mais (foto di repertorio di Shutterstock)

Le imprese più colpite sono quelle dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, alle quali è destinato il 5,5% del totale dei prestiti

Sulla base dei dati “Abi”, in riferimento al “Def”, gli effetti della guerra si fanno sentire sulle imprese dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, alle quali è destinato il 5,5% del totale dei prestiti bancari, per un totale di 41.000.000.000€, afferma “Colldiretti” in una nota.

Inoltre, l’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana, nella nota, ha sottolineato che, per garantire la sostenibilità finanziaria delle imprese, occorre prevedere misure in favore del settore agricolo, sia per contenere i costi dell’energia, sia per offrire strumenti di accesso al credito e garanzie, sia per semplificare e per sbloccare tutte le risorse già stanziate per il ramo agricolo.

Secondo un’analisi di “Coldiretti” sui dati “Crea”, infatti, più di un’azienda agricola su dieci (in percentuale, l’11%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività, ma ben circa un terzo del totale nazionale (in percentuale, il 30%) si trova comunque costretta, in questo momento, a lavorare in una condizione di reddito negativo a causa dell’aumento dei costi, prosegue la nota. È il risultato di uno tsunami che si è abbattuto a valanga sulle aziende agricole con rincari per gli acquisti di concimi, di imballaggi, di gasolio, di attrezzi e di macchinari che stanno mettendo in crisi i bilanci delle aziende agricole.

Nelle campagne, continua la nota dell’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura, si registrano aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi, al +90% dei mangimi, fino al +129% per il gasolio; con incrementi dei costi correnti di oltre 15.700€ in media, ma con punte oltre 47.000€ per le stalle da latte e con picchi, addirittura, fino a 99.000€ per gli allevamenti di polli, sempre secondo lo studio del “Crea”. Ad essere più penalizzati coi maggiori incrementi percentuali dei costi correnti sono proprio le coltivazioni di cereali, dal grano al mais, che servono al Paese; sempre a causa dell’esplosione della spesa di gasolio, dei concimi e dei sementi, e dell’incertezza sui prezzi di vendita, data l’incertezza in cui versano le quotazioni, per via delle speculazioni di mercato. In difficoltà anche serre e vivai per la produzione di piante e fiori, ma anche verdura e ortaggi, seguiti dalle stalle da latte.

L’incremento dei costi, rischia di aumentare la dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti agroalimentari, con l’Italia che è già obbligata ad importare il 64% del grano per il pane, il 44% di quello necessario per la pasta, ma anche il 16% del latte consumato, il 49% della carne bovina e il 38% di quella di maiale; senza dimenticare che, coi raccolti nazionali di mais e soia, fondamentali per l’alimentazione degli animali, si copre rispettivamente appena il 53% e il 27% del fabbisogno nazionale, secondo l’analisi del centro studi “Divulga”, conclude la nota di “Coldiretti”.

In merito all’aumento dei prezzi, si è espresso Ettore Prandini, presidente di “Coldiretti”: “Bisogna intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con misure immediate per salvare aziende e stalle e strutturali, così da programmare il futuro. Inoltre, occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali, con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi, e con prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione, come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali”, ha concluso Prandini. ​