Un particolare degli stand di Piazza Mazzini

Un’edizione sottotono a distanza di 4 anni dalla precedente. In mezzo, pandemia, crisi internazionale, e caro energia. L’obiettivo: cambiare direzione

L’edizione 2022 della fiera biennale organizzata a Lugo come parata delle eccellenze del territorio dell’Unione, nei settori del commercio, artigianato, industria e agricoltura, ha deluso. Gli espositori, che hanno speso, ed il pubblico che si aspettava la stessa atmosfera frizzante e piena di stimoli del 2018, data della precedente edizione. La XXVIII edizione della biennale ha restituito meno spazi e spesso non del tutto occupati, nessun richiamo alle tipicità gastronomiche ed eventi soprattutto legati allo spazio dibattiti ricavato in piazza Mazzini e chiamato Agorà. Dalla pandemia al caro bollette e, alla luce della crisi internazionale scoppiata a seguito dei conflitti, le regioni prese a giustificazione del flop sono molteplici. Ma ancor prima, la sensazione più  immediata è che la fiera debba cambiare volto.

La vision del sindaco di Lugo, Davide Ranalli

Ad accorgersene è anche il sindaco di Lugo, Davide Ranalli, che nel post pubblicato sui canali social parla di “troppe nubi e poca luce”.  “Eravamo consapevoli che la fiera fosse una scommessa da giocare con coraggio – scrive – Dopo quattro anni di assenza, una pandemia e una congiuntura economica e sociale come questa non è stato facile dare forma a un evento che era comunque molto atteso”. Per Ranalli il futuro dell’evento va ripensato in modo radicale, senza escluderne la chiusura.  “Si tratta – continua – di rifondarlo con la consapevolezza che i cambiamenti di questa epoca sono velocissimi i o, addirittura, di chiudere questa esperienza per trasformarla in eventi di discussione e riflessione: un meeting dell’artigianato, dell’industria e dell’agricoltura”.

Il parere di Confesercenti.

 La necessità di restituire alla fiera una nuova dimensione è propria anche di Bruno Checcoli, coinvolto nell’evento non solo come presidente di Confesercenti ma anche come standista. “E’ la prima volta che partecipo alla biennale con lo stand – precisa. “Fino ad ora abbiamo avuto giornate buone e meno buone a livello di interazioni. Rispetto alla media comunque mi ritengo moderatamente soddisfatto”. Nella veste di Presidente di Confesercenti, le riflessioni sono altre. “Rapportandolo al passato l’evento è nettamente sottotono – sottolinea. “Gli attori principali che sono le amministrazioni, l’ organizzatore e gli stendisti devono decidere in che direzione andare. Se la fiera serve per riempire il centro allora deve essere quasi  a costo quasi per le aziende.  Se invece il ruolo del protagonista va alle le aziende occorre che l’investimento sia proporzionato al ritorno. Per continuare ad essere l’appuntamento fieristico principale della Bassa Romagna serviranno sicuramente più risorse pubbliche, molte di più di quelle utilizzate nel 2022,  per contenere i costi a carico delle aziende e promuovere una comunicazione efficiente. Logicamente è difficile dire all’organizzatore, che è privato, di abbassare i prezzi.  Potrebbe però agire  sul  livello qualitativo  delle aziende. Realtà come Unitec e Unigrà ad esempio – continua – dovevano esserci. Poi è ovvio che non si tratta del loro mercato ma se si tratta della fiera della Bassa Romagna, dove loro hanno sede, bisogna portarle. Dopo la chiusura della biennale sarà organizzato un incontro che servirà ad affrontare il tema. Occorre che tutte le parti– conclude – si diano da fare”.

Il punto di vista di Ascom Confcommercio

 “Sono tante le cose da rimettere a  punto ed è  certamente condivisibile l’opinione secondo cui debba essere ripensata – sottolinea il direttore di Ascom Confcommercio, Luca Massacesi. “C’è bisogno di un palinsesto, di un progetto a monte totalmente innovativo che ha bisogno di contributi nuovi e ulteriori anche dal punto di vista delle risorse finanziare. Come ho già sentito da più di un parere, sarebbe necessario il coinvolgimento attivo delle imprese strutturate che nella Bassa Romagna costituiscono dei punti di riferimento nei settori dell’ agrindustria e delle produzioni meccaniche per mettere in risalto le eccellenze e dare vita, con il loro contributo e la loro forza economica, ad una manifestazione più ambiziosa.  Servirebbero sicuramente – continua –  anche più risorse pubbliche ma non credo si possa puntare esclusivamente su questo per realizzare un progetto simile”. Sulle ragioni che hanno portato ad avere una edizione meno brillante delle precedenti, Massacesi, parla di concorso di cause. “Intanto l’intervallo quadriennale che si è verificato è stato importante – sottolinea. “Il tempo che è passato è stato  caratterizzato da una molteplicità di crisi, sanitarie e internazionali, dalla difficoltà approvvigionamento delle materie prime e molto altro. Tutte queste situazioni hanno inciso sul tessuto produttivo e sulle abitudini delle persone. Il combinato di queste cose ha prodotto senz’altro una minore adesione di espositori e di frequentatori dei quali si è affievolita la presenza dopo l’inaugurazione”.

I malumori del mondo agricolo

La svolta tecnologica proposta come possibile traguardo futuro dell’evento non piace però a quanti la fiera l’hanno vissuta dal suo nascere. Il settore agricolo, attorno al quale quasi 60 anni fa, si è sviluppato il nocciolo di quella che sarebbe diventata la biennale non ci sta e invita a restare coi piedi più ancorati al territorio. “Ho vissuto la fiera praticamente da quando è nata – spiega Roberto Pezzi, titolare della Comag, ditta specializzata nella vendita di attrezzi agricoli. “Mio padre partecipava già dagli anni’60 ed io ho vissuto le prime fasi dell’esordio, quando, nel ’70, eravamo in quattro gatti ad esporre nella piazza del Pavaglione e, qualcuno, sotto ai portici. Io credo si debba restare ancorati al territorio. Chi ha  organizzato la fiera non deve aspettare che le persone vadano in ufficio a chiedere uno stand, ma occorre coinvolgerle, come accadeva un tempo, avere un contatto. Ho letto – continua – delle possibili  evoluzioni tecnologiche, ma questi obiettivi non ricalcano la vocazione del nostro territorio legata all’ agricoltura e al commercio al minuto. L’ Unitec, ad esempio,  con lo spirito della fiera non c’entra niente. Domenica ho incontrato tantissime persone che cercavano gli stand che quattro anni fa erano stati collocati in un tendone fra il Pavaglione e il Carmine dedicato alla vendita di prodotti tipici e che ora non ci sono. Sempre 2018 c’era un chiosco che distribuiva birra buonissima e c’era sempre una gran fila. Quest’anno nulla. La gente – sottolinea – cerca questo tipo di atmosfera. Se la direzione dovesse essere quella della tecnologia, allora tutti gli standisti di Piazza Trisi, che propongo macchine agricole o attrezzature per l’agricoltura possono tranquillamente stare a casa. Sicuramente anche noi, l’anno prossimo, dovesse la fiera riproporsi in questo modo, ridurremo gli spazi. Se non c’è nulla di attrattivo – conclude – la gente non viene. La fiera tecnologica è meglio farla in un angolo”.