A Ravenna sempre più negozi chiusi

In crisi soprattutto il non alimentare – Aumentano le farmacie

Sempre meno negozi a Ravenna e sempre più supermercati. I secondi crescono a vista d’occhio, i primi chiudono lentamente e si nota relativamente meno. Ma i dati di Confcommercio parlano chiaro. Se in Italia in un decennio si sono perse quasi 100mila unità, Ravenna fa la sua parte con 138 esercizi in meno tra 2021 e 2022 nel centro storico e altri 140 nella restante area comunale. In tutto significa 278 esercizi commerciale in meno tra 2012 e 2022. C’erano 1499 negozi, oggi ce ne sono 1221, con una perdita che sfiora il 20%. In crescita solo la categoria bar e ristoranti, un microcosmo  popolato da 1.064 unità nel 2012 salite a 1.089 nel 2022, un dato frutto della crescita di 31 unità nel centro storico e della flessione di 6 nella restante parte del comune; tuttavia guardando al periodo 2019-2022 i bar sono in flessione di 19 unità nel centro storico e di 7 nella restante parte del comune. Complessivamente la flessione riguarda soprattutto il non alimentare (ma anche i distributori di carburanti) mentre crescono le farmacie  e le attività culturali; male gli alimentari fuori dal centro storico. Dati che non sorprendono se si guarda alla dinamica delle imprese della grande distribuzione che aprono punti vendita a ogni piè sospinto e agli effetti del caro energia.  

Il presidente nazionale di Confcommercio Carlo Sangalli ha commentato l’analisi dell’Ufficio Studi della Confederazione sulla demografia di impresa nelle città italiane: “La desertificazione commerciale non riguarda solo le imprese, ma la società nel suo complesso perché significa meno servizi, vivibilità e sicurezza. Occorre accelerare la riqualificazione urbana con un utilizzo più ampio e selettivo dei fondi europei del PNRR e il coinvolgimento delle parti sociali”. “Complessivamente – sottolinea il direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella – la doppia crisi pandemica ed energetica sembra avere enfatizzato i trend di riduzione della densità commerciale già presenti prima di tali shock. L’entità del fenomeno non può che destare preoccupazione”.