PARTITO COMUNISTA. A Mezzano si celebrano i 100 anni della nascita del PCI

Ieri sera alle 18 le celebrazioni organizzate dal Partito della Rifondazione Comunista di Ravenna

Ieri, giovedì 21 gennaio, alle ore 18, in Piazza della Repubblica a Mezzano, i comunisti di Ravenna si sono riuniti, non solo per fare memoria di quel giorno in cui “dai campi al mare, alla miniera, all’officina chi soffre e spera” diede vita al suo strumento di rappresentanza politica di riscossa ma, soprattutto, per riaffermare che il “sogno” di un mondo liberato dalle ingiustizie e dallo sfruttamento, dal bisogno e dall’ignoranza, dalla guerra e dalla dittature continua.

Continua nel lavoro di ricerca, di studio, di organizzazione e di rappresentanza che cammina sulle gambe dei “comunisti” di oggi orfani, forse, di un unico Partito ma cresciuti alla scuola di quel PCI che ha aiutato migliaia di persone ad affrancarsi dal fascismo e, soprattutto, dalla schiavitù culturale e dall’ignoranza. Una scuola che ci ha insegnato a non aver paura di percorrere strade nuove, ricercare nuovi linguaggi, costruire alleanze inedite sempre con l’obbiettivo del riscatto e di dare un senso a questo mondo traballante e incerto in cui continuiamo a vivere.

Alla manifestazione, organizzata dal Partito della Rifondazione Comunista di Ravenna, hanno aderito: ANPI Provinciale; Potere al Popolo di Ravenna; PCI di Ravenna; Rete Antifascista di Ravenna; Associazione di Amicizia Italia-Cuba Circolo di Ravenna “Vilma Espin”; Collettivo Studenti Antifascisti “Walter Rossi”.

Nel gennaio del 1921, nel Teatro Italia, a Mezzano, si riunivano gli “sfruttati” della provincia di Ravenna – sull’esempio di quanto il 21 gennaio era accaduto a Livorno con Gramsci, Scoccimarro, Bordiga e gli altri scissionisti socialisti – per dare vita al Partito Comunista d’Italia.

Erano braccianti, contadini, operai dell’industria, anarchici, libertari di ogni estrazione che si riunivano per iniziare un’esperienza politica utile ad organizzare le lotte, a orientare e far crescere il popolo e a sorreggere il “sogno” di un futuro senza più sfruttati; di un mondo – come è impresso sulla targa del Teatro San Marco, a Livorno – di persone uguali e libere “dal duro servaggio”.