La nota del leader di LpR: “Esposto archiviato attestandone però la correttezza. Vinta la causa civile bimilionaria”

L’8 giugno 2015 la stampa pubblicò che Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna, era stato citato in giudizio per diffamazione dalla CMC sulla “questione del ponte mobile” e che “gli hanno chiesto due milioni di danni”, molti in politica a stropicciarsi le mani. Il ponte mobile è quello sul canale Candiano, che, mal funzionando per i primi tre anni, prese il soprannome di “ponte immobile”. Dopo tre anni, la sentenza, pienamente favorevole ad Ancisi (allegata), certificò che non solo non aveva compiuto alcuna diffamazione, ma che aveva scritto la verità e l’aveva documentata. Nel frattempo, la difficile e voluminosa indagine da lui svolta in prima persona gli aveva permesso di raccogliere un castello talmente probante di documenti, da indurlo, il 9 febbraio 2017, a presentare alla Procura della Repubblica un esposto penale, con 21 allegati, sui fatti e sugli atti compiuti nella costruzione e nella gestione del ponte. Il 20 marzo 2018, la Procura ne propose al Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) l’archiviazione, a cui il 21 marzo Ancisi presentò opposizione. Il 15 luglio 2019 si svolse l’udienza. Il 1° luglio scorso il GIP stesso, nella persona del dott. Corrado Schiaretti, ha infine archiviato, con propria ordinanza, l’esposto, così tombando definitivamente nel Candiano (è il caso di dire) un’opera pubblica per lo meno imbarazzante, insieme a tutti i pesanti interrogativi sollevati da Ancisi. 

Non avrebbe potuto essere diversamente, in sostanza per le seguenti insormontabili ragioni: i reati ipotizzabili erano andati in prescrizione; le indagini compiute dalla Guardia di Finanza non avevano“avuto uno sviluppo imponente, verosimilmente anche in ragione dei tempi limitati, imposti dall’ordinamento penale sostanziale con la previsione della prescrizione” (scritto nell’ordinanza); i reati ipotizzabili, tutti contro la pubblica amministrazione rientrando nell’abuso d’ufficio (arma della giustizia ordinaria che l’ordinamento legislativo ha da tempo depotenziato), sarebbero stati improbi da dimostrare. 

Il dott. Schiaretti è andato però oltre la stretta motivazione della propria ordinanza. Entrato viceversa nel merito dell’esposto, ne ha riportato puntualmente i contenuti, esponendo infine al riguardo una valutazione complessiva. Essendo stata espresso da un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, essa merita dunque di essere conosciuta come autorevole giudizio imparziale della controversia pubblica in questione. Dalle 10 pagine e mezzo dell’ordinanza può essere indicativo, stralciando le parti che riferiscono in sintesi la narrazione di Ancisi, estrarre il seguente mosaico, composto (tra virgolette e con qualche nostro grassetto) riprendendo brani atti a produrre un discorso sufficientemente compiuto. (Alleghiamo comunque, per una piena comprensione dei fatti, copia dell’ordinanza stessa, rinviando ad essa anche col seguente link: http://www.comune.ra.it/Comune/Consiglio-Comunale/Gruppi-consiliari/Comunicazione-dei-Gruppi/Gruppo-Consiliare-Lista-per-Ravenna/Comunicati-interventi-e-iniziative/Ordinanza-del-GIP-su-esposto-ponte-mobile).

IL GIUDIZIO DEL MAGISTRATO

…Sulla base dei documenti dallo stesso visionati e allegati all’esposto, l’Ancisi ha ritenuto plausibile la sussistenza di un accordo criminoso, intercorrente tra alcuni dei soggetti coinvolti nel sopramenzionato complesso iter procedimentale, volto ad aggirare le norme in materia di appalti, al fine di consentire un ingiusto aggravio della spesa pubblica, a fronte di un illecito vantaggio per il soggetto privato percettore…

Va premesso che la disamina dei fatti che seguirà non potrà che avere carattere sommario, in quanto i reati ipotizzati nell’iscrizione nel registro delle notizie di reato, non uno, ma più abusi d’ufficio, anche qualora risultassero commessi, sarebbero comunque prescritti. Tutte le condotte che hanno portato alla ultimazione e alla consegna del ponte, avvenuta il 16 aprile 2010, sono approdate a prescrizione…

Non c’è dubbio che i dati fattuali di fondo oggetto dell’esposto siano corretti. Rispetto alle previsioni iniziali si è registrato un ritardo nella ultimazione dell’opera rispetto ai tempi contrattualmente stabiliti e tali ritardi sono stati solo in parte giustificatii costi dell’opera sono notevolmente aumentati rispetto al contratto di appalto stipulato tra l’Autorità Portuale di Ravenna e l’Associazione Temporanea di Imprese diretta dalla C.M.C. di Ravenna (da circa 7.000.000 di euro a oltre 10.000.000 di euro) e in parte gli aumenti sono certamente opinabilinon è stata fatta applicazione delle penali, contrattualmente previste a carico dell’appaltatore, da parte dell’Autorità Portuale, per il ritardo nella consegna dell’opera, essendo stato trovato un accordo bonario, che è difficile comprendere chi abbia effettivamente favorito (verosimilmente C.M.C.); il ritardo nella erogazione dell’energia elettrica non poteva essere attribuito a responsabilità dell’Autorità Portuale, essendo onere dell’ATI gestire gli allacciamenti necessari; la C.M.C. ha gravemente errato nell’accettare la consegna dell’area del cantiere, quando non era nella condizione di consentire i lavori per la presenza di tre grosse imbarcazioni ormeggiate nella darsena cittadina; l’affidamento della conduzione, gestione e manutenzione dell’opera ai medesimi soggetti economici che l’hanno realizzata non appare conforme alle originarie previsioni delle autorità, che ritenevano dovesse essere il Comune di Ravenna a occuparsene, anche se non è dato sapere quali siano le ragioni che hanno indotto una modifica del programma.

In linea generale non c’è alcun dubbio che l’opera sia stata esecutivamente progettata in maniera approssimativa, che talune parti della lavorazione abbiano rivelato evidenti lacune qualitative, che diverse cose perfettamente e doverosamente prevedibili (quali la presenza dei topi e i danni dagli stessi arrecati, nonché le esigenze della viabilità, “suggerite” a lavori già assegnati) non sono state colpevolmente previste.

Appare altrettanto chiaro che le due riserve, di complessivi 3.848.613,59 euro, annotate da C.M.C. (e sostanzialmente infondate), costituivano delle contestazioni strumentali a fare pressione sui funzionari incaricati di gestire, per l’ente pubblico, la costruzione dell’opera, per evitare l’addebito della penale. Del resto, non essendo l’ATI un ente di beneficenza, l’esito dell’accordo “bonario”, con “reciproca” rinuncia alla pretese,rende evidente che le riserve di quasi 4.000.000 di euro erano in tutto o in gran parte non riscuotibili, poiché nessuna impresa rinuncerebbe a somme simili, qualora effettivamente di sua spettanza, non fosse altro che per evitare responsabilità nei confronti degli azionisti. In tutto questo, la posta riservata, inviata dal Direttore dei Lavori e dal responsabile del procedimento all’Autorità Portuale in merito alle pretese di C.M.C., trova una duplice lettura, poiché, contenendo assunti certamente discutibili, ben può essere che, come ventilato da Ancisi, sia conseguenza di una predeterminato disegno per favorire l’appaltatrice, ma può anche essere stata semplicemente mossa da un banale intento di scarico di responsabilità, nell’eventualità che fosse sorto un contenzioso. In entrambi i casi il movente non risulta particolarmente commendevole, nonostante solo nel primo potrebbero ravvisarsi possibili profili di illiceità.

A prescindere dalla prescrizione dei reati contestabili, anche condividendo in gran parte i contenuti fattuali dell’esposto di Ancisi, che paiono sostanzialmente veri, sarebbe ben difficile ipotizzare la commissione di reati, restando sempre la indistinguibile alternativa, fondata sulla difficile intelligibilità delle intenzioni, fra abuso d’ufficio ed effetti deleteri dell’incapacità amministrativa, in un dilemma che, nei lavori pubblici italiani (in ogni zona, pur con accenti diversi, del territorio nazionale), pare eterno.

Il piano più corretto, quindi, pare quello amministrativo e, soprattutto morale, estraneo alla presente sede e afferente a quell’etica alla quale ciascun cittadino dovrebbe attenersi nel proprio agire e anche nelle proprie valutazioni politiche, che differisce dall’ambito di giudizio proprio dell’autorità giudiziaria penale, diretto solo alla valutazione delle condotte umane, in relazione alle fattispecie di reato astrattamente previste dall’ordinamento”.