Alberto Pagani (foto da Facebook.com)

“Ecco perchè la difesa è così importante per il paese”. Lo spiega in un’intervista sul sito Europa Atlantica l’On. Alberto Pagani, Presidente del gruppo PD in Commissione Difesa alla Camera. Ecco il testo completo.

Vi sono molti temi all’ordine del giorno del dibattito politico che riguardano temi centrali per il futuro della Difesa nel nostro paese. Ne parla in questa intervista l’On. Alberto Pagani, Presidente del Gruppo PD in Commissione Difesa alla Camera dei deputati, affrontando a 360 gradi i problemi attuali e il futuro della Difesa italiana. Cominciamo da una domanda generale: Onorevole Pagani secondo lei come sta la Difesa del nostro Paese, in questo momento?

Sta bene, perché possiamo contare su ottimi professionisti, capaci e motivati, che meritano tutto il nostro sostegno e la nostra riconoscenza per il lavoro che fanno e per l’impegno e la dedizione di cui danno prova ogni giorno. Sta però anche male, perché soffre di una cronica scarsità di risorse, essendo il nostro Paese uno di quelli che investe di meno nella Difesa, in relazione al PIL, e purtroppo in questo momento di crisi temo che sia difficile porvi rimedio. Non è una questione di colore politico del Governo, basta guardare la serie storica delle leggi di bilancio degli ultimi vent’anni per verificare che sia i Governi guidati da maggioranze di centrosinistra che quelli di centrodestra hanno preferito destinare più risorse ad altri capitoli di spesa, compiendo un errore strategico, a mio modo di vedere, perché oggi investire nella Difesa significa investire soprattutto in tecnologia avanzata, e quindi in ricerca scientifica ed innovazione tecnologica. Invertire la tendenza consolidata negli anni passati non sarà facile, ma è comunque importante provarci, come del resto mi pare stia provando a fare il Ministro Guerini.

Vuol dire che bisogna aumentare le risorse per gli investimenti nei settori della Difesa e della sicurezza per sostenere la ricerca e la crescita economica?

Tenga conto che le industrie del settore della Difesa sviluppano la maggior parte delle tecnologie che poi sono adottate su più larga scala dall’industria civile, con ricadute enormi per l’economia e per il lavoro. Basti pensare alle invenzioni che hanno cambiato più radicalmente il mondo, il sistema dei trasporti, le comunicazioni, il nostro modo di vivere, grazie alle quali vivono ancora oggi di rendita i Paesi dove sono state realizzate prima, come gli Stati Uniti d’America, ad esempio. Dal RADAR (Radio detection And Ranging) al SONAR (SOund NAvigation Ranging), dal computer alla rete internet, sono tutte invenzioni sviluppate per scopi militari, che hanno moltiplicato le loro ricadute quando sono state trasferite nel settore civile. Internet nacque in America come rete di comunicazione militare protetta per connettere i centri di comando e controllo e la Casa Bianca, in caso di attacco nucleare sovietico. Per fortuna non è mai servito per questo scopo, ma la sua importanza è stata mille volte maggiore nel settore civile, e lo stesso si può dire per il computer, e poi i microprocessori, il touchscreen o il gps, su cui si basa il funzionamento dello smartphone che abbiamo in tasca. Senza una politica pubblica di finanziamento dell’industria della Difesa gli Stati Uniti non godrebbero oggi dei benefici economici che sono derivati dall’applicazione civile di quelle invenzioni. Pensiamo all’importanza che hanno i satelliti spaziali nella nostra vita quotidiana: gli italiani non sono nemmeno consapevoli di quanto sia avanzata la nostra ricerca ed importanti le nostre capacità nel settore aerospaziale, un settore in cui operano 45.000 lavoratori diretti, che diventano 160.000 con l’indotto. E’ un peccato, perché investire in questo campo è una scommessa che il Paese dovrebbe fare consapevolmente e con orgoglio. Con la legge navale il MISE finanzia il piano di acquisizione della Marina Militare, ad esempio. Le navi le fa Fincantieri, i sistemi li fa Leonardo, la missilistica MBDA Italia, i cannoni Oto Melara… insomma, è tutta industria italiana, in gran parte industria di Stato, sono lavoratori italiani. È un circolo virtuoso per la nostra economia, che ha ricadute molto superiori ai soldi che vengono investiti, per questo io credo che sia bene ragionare ora su una nuova legge navale, che garantisca la stabilità del finanziamento per la flotta del futuro. Bisogna programmare la sostituzione delle unità navali che andranno dismesse a fine vita e valutare cosa servirà in futuro. Una nave ospedale, di cui l’Italia non dispone, sarebbe stata molto utile per affrenare l’emergenza sanitaria del covid, per fare un esempio. 

E quindi il Governo cosa fa per sostenere le industrie della Difesa e per la Difesa in genere? Per esempio a partire dal recente Documento Programmatico Pluriennale presentato dal Ministro Guerini.

Mi pare che i propositi e i programmi presentati siano positivi e meritino di essere sostenuti. Anche nell’ottica di essere sempre più protagonisti sia nel progetto della Difesa Europea, che per l’Italia è un passaggio fondamentale, restando fermamente collocati nell’ambito euro-atlantico. Come più volte ribadito anche dal Ministro Guerini, la collocazione italiana a livello atlantico ed europeo, anche nel campo della sicurezza e della Difesa, rimane una prospettiva strategica sul piano politico, geopolitico e anche industriale. In questo momento siamo ad un passaggio cruciale per il futuro, nel quale si deciderà quale sarà nei prossimi anni il ruolo del nostro Paese a livello europeo e mondiale. Non mi riferisco solamente agli aspetti economici ed industriali, ma soprattutto a quelli geopolitici. Credo che sia necessario l’aggiornamento dei Piani di Settore per renderli coerenti con gli indirizzi strategici UE, coinvolgendo le principali energie pubbliche e private, Università e centri di ricerca, aziende e sindacati, per partecipare con successo ai progetti internazionali finanziati dal Fondo Europeo per la Difesa. Bisogna inoltre finanziare il Fondo Nazionale Innovazione e le leggi speciali di settore, che non sono rifinanziate da anni, per mettere a disposizione delle piccole e medie imprese della filiera della Difesa gli strumenti per ampliare le loro capacità e le loro dimensioni, affrontare i processi di ricerca e sviluppo, diversificazione produttiva, di fusione ed acquisizioni, di rifinanziamento e ristrutturazione del loro bilancio. Inoltre l’anno scorso è stata ampliata dal Parlamento la possibilità del Governo di intervenire con attività di supporto di natura contrattuale, e non solamente tecnico amministrativo, nell’ambito della cooperazione con altri Stati per materiali di armamento prodotti da industrie italiane, il cosiddetto Government to Government, che è sostanzialmente uno strumento di politica estera, oltre che un sostegno all’industria nazionale. L’industria italiana, che è stata penalizzata sui mercati globali, anche nel recente passato, dalla mancanza di un G2G nazionale, potrà finalmente avvalersi di questo sistema alternativo alla vendita diretta da parte dell’industria, cioè della possibilità che il contratto sia firmato dai due Ministri dei due Stati interessati, come è sempre più richiesto da parte dei Paesi potenziali acquirenti. 

Senta, per restare al tema risorse spese per la Difesa, che è un tema molto discusso anche con gli Alleati, l’Italia però rimane uno dei paesi più impegnati nelle missioni internazionali, con diversi contingenti presenti in molti paesi. Perché è importante questo impegno internazionale delle nostre Forze Armate?

Noi siamo uno dei paesi più impegnati, è vero, e abbiamo contingenti molti rilevanti in alcuni teatri strategici per la sicurezza e la stabilità internazionale o di alcune regioni. Si pensi alle nostre missioni in Iraq, Afghanistan, Libano, o Kosovo. Inoltre partecipiamo attivamente ad altre operazioni in ambito NATO, per la sicurezza dell’Alleanza, come in Islanda o nei Paesi baltici; siamo presenti in Sahel o per esempio nelle attività anti-pirateria nell’Oceano Indiano e nel Golfo di Guinea, poi ci sono le operazioni navali nel Mediterraneo… Insomma, le nostre Forze armate svolgono un ruolo fondamentale, spesso con incarichi di comando, in molte operazioni internazionali, e va detto che lo fanno con ottimi risultati e dimostrando competenza e capacità che ci vengono riconosciute dagli alleati. Essere presenti in questi contesti è importante per tutto il Paese. Non c’è solo il fatto che quando si fa parte di un’Alleanza, come la NATO, o quando si agisce per conto dell’ONU o della UE, ci si deve fare  carico anche di doveri e responsabilità verso gli altri, contribuendo alla sicurezza e alla solidarietà verso gli alleati o Paesi amici, c’è anche la necessità di difendere il nostro interesse nazionale. Pensiamo all’importanza per l’Italia del Mediterraneo allargato, come viene chiamato, per i traffici commerciali, le migrazioni, la sicurezza di approvvigionamento energetico, la pesca. Oggi ci sono vecchi e nuovi protagonisti, dalla Russia, alla Turchia, alla Cina, che hanno adottato una postura più assertiva o che stanno cercando di ritagliarsi un loro spazio. Se vogliamo tutelare il nostro interesse nazionale dobbiamo esserci, prima di tutto. 

Secondo lei discutere oggi di “Difesa Europea” e del “ Documento Programmatico Pluriennale Della Difesa Per Il Triennio 2020-2022”  dovrebbe significare discutere di due facce della stessa medaglia?

Non siamo ancora in una condizione così favorevole, ma neppure troppo lontani. Nella storia dell’umanità  gli strumenti di Difesa, attivi e passivi, si sono sempre sviluppati sulla misura della comunità del bene comune da difendere. Nasce prima l’oggetto da difendere e poi viene lo strumento per difenderlo. Oggi l’Europa comincia ad avere una consapevolezza più forte di quella  fin qui dimostrata, dell’esistenza di un bene comune. Un bene comune che è sovranità strategica, politica, economica e geopolitica. Ciascuno di essi comporta un necessario cambio di rotta rispetto alle politiche europee degli ultimi dieci anni. Debbono essere adottate  politiche economiche espansive, deve essere superato un meccanismo decisionale che premia più la frammentazione che l’integrazione, è infine necessario privilegiare le sedi  multinazionali per il rafforzamento di  una vera diplomazia europea.

E’ possibile tradurre sul piano pratico questi principi generali? 

Penso di sì e penso anche che saremo obbligati a farlo. L’identità di Difesa europea si realizza attraverso una serie di  progetti specifici sviluppati attraverso tre programmi fondamentali PESCO (La Cooperazione strutturata nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune), EDIPD (Programma per le sinergie industriali), EDF (Fondo europeo di Difesa per rafforzare innovazione e competitività dell’industria della difesa). Nel DPP per il triennio 2020-2022, che inizieremo a discutere nei prossimi giorni in Commissione Difesa, ci sono 62,4 milioni in sei anni per i principali strumenti ideati da Bruxelles per la Difesa comune, Pesco, Edipd ed Edf. I fondi sono disponibili con la formula del co-finanziamento, per cui è necessario l’intervento finanziario del Paese membro. A questi 62,4 milioni sono poi da aggiungere i piani di spesa per progetti specifici già approvati. Per quanto riguarda invece la Legge di Delegazione europea  è mia intenzione proporre una semplice ma significativa modifica alle normative europee per consentire che le missioni internazionali svolte sotto la bandiera UE siano totalmente a carico di fondi europei  superando con ciò, il meccanismo “Athena” ora in vigore, che prevede solo un rimborso parziale. Ritengo si tratti di una proposta che può essere condivisa dagli stati membri e che costituirebbe un segnale tangibile di come gli impegni militari degli stati membri rappresentano un momento di geopolitica comune.

Dunque, seguendo il suo ragionamento, la politica di Difesa dell’Italia è avanzata ed innovativa, e le criticità derivano solamente da un problema di scarsità di risorse. Ho capito bene? 

Sì e no. La necessità di tagliare la spesa pubblica e comprimere i costi a carico del Bilancio dello Stato, per non aggravare il peso del debito pubblico sulle Finanze del Paese, ha portato ad adottare provvedimenti che producono effetti perversi, e quindi creano indirettamente altre conseguenze problematiche. Penso alla legge 244 del 2012, ad esempio, che ha inciso pesantemente sull’organizzazione e sul funzionamento delle Forze Armate, perseguendo l’obiettivo di realizzare uno strumento militare di dimensioni più contenute, ed anche più sinergico ed efficiente nell’operatività. L’intenzione sarebbe buona, ma in sostanza la “Di Paola” taglia in maniera graduale e progressiva le dotazioni organiche del personale militare e civile della Difesa, riducendo i numeri dell’arruolamento e producendo di conseguenza un invecchiamento dell’età media dei militari che, ad un certo punto, rischia di non essere più compatibile con le esigenze operative dello strumento militare.

E secondo lei oggi siamo già arrivati a quel “certo punto”?

Direi di sì, oppure ci siamo vicini, perché l’età media si è già alzata molto, e questo problema è particolarmente sentito da chi, come Esercito o Carabinieri, ha la parte preponderante della propria attività più sulle spalle degli uomini che delle macchine. Per ovviare a questo problema si è fatto affidamento soprattutto sul turnover dei volontari in ferma prefissata, VFP1 e VFP4, producendo un secondo effetto perverso, che è la precarietà del lavoro militare. Non c’è da stupirsi se si riducono le domande per le selezioni dei volontari, quando la prospettiva è di restare precari anche per otto o nove anni e poi ritrovarsi senza lavoro e con difficoltà di reinserimento nell’economia civile. Non si potrà immaginare che tutti gli espulsi dalle forze armate vadano poi a fare le guardie giurate davanti ad una banca o ad un supermercato. L’Esercito e Segredifesa stanno facendo un lavoro davvero lodevole per favorire il reinserimento lavorativo dei volontari congedati, dalla riqualificazione professionale alle specifiche convenzioni con il sistema delle imprese, ma per raggiungere l’obiettivo di non lasciare nessuno per strada c’è bisogno anche di inventare qualcosa di nuovo. Il canale privilegiato per il transito nelle forze di polizia, che è stato introdotto per ovviare a questo problema, non ha solo aspetti positivi, perché poi innalza l’età media anche di quelle, e richiede un reset dell’addestramento per poter svolgere correttamente compiti nuovi, che richiedono skill parzialmente differenti da quelli appresi. 

E quindi cosa pensa che si possa fare?

Probabilmente sarà necessario rimodulare e dilazionare un po’ i tempi della riduzione degli organici previsti dalla “Di Paola”, ma questo intervento ha senso solamente se contestualmente alla proroga si decide anche di affrontare la questione in maniera più strutturale, costruendo un modello parzialmente diverso, altrimenti non faremmo altro che rinviare il problema di qualche anno per lasciarlo in eredità a quelli che verranno dopo di noi. Tamponeremmo una criticità, togliendo dall’imbarazzo anche i vertici militari, insieme ai politici come me, che pro-tempore si occupano della Difesa, ma francamente non mi sembra che sarebbe un comportamento molto serio, e nemmeno molto responsabile. A mio avviso si dovrebbe ragionare e marciare contemporaneamente su due binari paralleli: il primo consente di guadagnare tempo, e di non mettere in difficoltà le Forze Armate, il secondo permette di utilizzare questo tempo per correggere le storture del modello organizzativo.

Come si possono correggere queste che lei chiama storture?

Ci sono già alcune proposte di legge in discussione, che bisogna trasformare in legge entro la legislatura, possibilmente con l’accordo bipartisan, tra maggioranza ed opposizione, nell’interesse del Paese. In commissione Difesa il confronto politico su questi temi fortunatamente non è troppo ideologizzato, e lo dimostra il fatto che sull’arruolamento stiamo lavorando insieme, tenendo insieme diversi progetti di legge, uno dei quali è a prima firma del collega Ferrari, che è il capogruppo della Lega, ora all’opposizione. Questa nostra ipotesi prevede di passare da un sistema VFP1 e VFP4 ad un sistema 3 più 3, che ridurrebbe il precariato e faciliterebbe il transito dei volontari non raffermati al mondo del lavoro civile. Entro i primi tre anni il giovane, insieme al suo addestramento militare, dovrà ricevere anche una formazione più specifica, con certificazioni che hanno valore anche nel mondo civile. Così se alla scadenza dei tre anni ritorna sul mercato del lavoro ha acquisito competenze e titoli spendibili, mentre se dopo il primo triennio è raffermato ha la certezza che passati i successivi tre anni come volontario potrà passare al servizio permanente effettivo, se non incorre nel frattempo in questioni disciplinari particolarmente gravi, ovviamente. Accanto a questo io credo che un allentamento della stretta sul numero degli organici possa consentire anche una parziale reinternalizzazione di alcune attività manutentive primarie, sia dei mezzi che delle infrastrutture, che sono state quasi completamente esternalizzate a ditte private, ma che un militare che ha raggiunto un’età troppo avanzata per i compiti più operativi può svolgere senza alcuna difficoltà, in maniera efficiente, efficace e tempestiva.

E’ interessante questa idea del reinserimento lavorativo dei militari nell’economia civile.

E’ un tema molto importante, a mio parere, e come dicevo i primi che ce l’hanno chiaro sono i vertici militari, che stanno cercando gli strumenti per risolverlo, sapendo che se un ragazzo non sa di avere una prospettiva occupazionale dopo aver prestato servizio per qualche anno nelle Forze Armate, non è molto incentivato ad arruolarsi come volontario. In altri Paesi il servizio militare ha un valore abilitante per l’economia civile, in Italia molto meno, e questo è un problema. Naturalmente dipende dai settori e dalle capacità acquisite, perché per formare una competenza tecnica l’aeronautica militare impiega necessariamente diversi anni, dopo i quali il militare ha un bagaglio di conoscenze e capacità che sono facilmente spendibili anche nell’economia legata all’aviazione civile, ma per l’esercito questo diventa oggettivamente più difficile e complesso. Certamente se un soldato ha acquisito un titolo abilitante per la conduzione di un pulmann militare può avvalersene anche per guidare un autobus di linea per l’azienda di trasporto pubblico locale, ma parliamo di un turnover fisiologico che ha numeri importanti, e quindi è richiesto un impegno della politica, che deve farsi carico di quello che altrimenti può diventare un problema. Tra l’altro la maggior parte dei volontari proviene dalle regioni del Sud Italia, dove c’è meno lavoro, e non mi pare molto intelligente produrre ciclicamente disoccupati addestrati dallo Stato all’uso delle armi che, ritornati a casa, rischiano che le competenze che hanno acquisito interessino solamente alla criminalità organizzata.

Abbiamo visto che anche lei ha presentato un disegno di legge di riorganizzazione, per introdurre un nuovo corpo ausiliario dello Stato. E’ una proposta finalizzata a mantenere nella Riserva i volontari congedati?

Sì, è anche questo, ma non è un progetto rivolto solamente agli ex militari, è aperto a tutti. Ci sono diverse proposte di legge, di diversi gruppi politici, che vanno in questo senso. Quella a mia prima firma è una, ma le discuteremo tutte insieme, per trovare anche qui un accordo tra maggioranza ed opposizione, se sarà possibile. L’Italia non dispone di una vera e propria riserva militare, addestrata per essere richiamata in servizio in condizioni di necessità o di emergenza. Esiste una riserva selezionata, ma si tratta di poche unità, con competenze e professionalità specifiche, e particolari. Quello che vorremmo introdurre è una Corpo di riserva ausiliaria, in eccedenza rispetto ai numeri previsti dalla 244, che sia composto di volontari pronti all’impiego e richiamabili in servizio solamente al bisogno. Qualcosa che assomiglia alla Guardia Nazionale americana, o riservisti dell’Esercito francese, o l’Esercito territoriale britannico. Si tratterebbe di persone che quotidianamente svolgono professioni civili, e quindi non gravano sul bilancio della Difesa, periodicamente vengono richiamati per brevi periodi di addestramento, per mantenere le capacità operative, e sono richiamati in servizio dal Ministero solamente per funzioni ausiliare alle Forze Armate, o in caso di necessità dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sotto la guida della Protezione Civile, per un grave disastro naturale, un terremoto, o una pandemia, come nel caso del Covid 19. E’ uno strumento che permetterebbe impiegare utilmente tanti ufficiali in ausiliaria, che percepisco già una retribuzione perché sono “a disposizione” dell’Amministrazione. Penso a quanto possono ancora trasmettere ai più giovani tanti marescialli anziani, che hanno alle spalle anni di vita militare e di esperienza. Nel settore sociosanitario questo può essere davvero molto importante perché la sanità militare è ovviamente dimensionata sul bisogno ordinario delle Forze Armate. Infatti l’emergenza sanitaria ha imposto un arruolamento straordinario di giovani medici, inseriti frettolosamente e con una formazione militare minima.

… medici che però hanno fornito un contributo importante in un momento di grande difficoltà per il Paese.

Certamente, e che dobbiamo ringraziare per il coraggio e la generosità con cui hanno risposto subito all’appello. Il coronavirus ha reso evidente l’utilità dell’organizzazione militare anche nella sicurezza interna, ma anche i limiti e le criticità del modello italiano. Per fare fronte alle necessità imposte dall’emergenza sanitaria abbiamo dovuto arruolare medici, ampliare l’impegno della missione “strade sicure” e fare ricorso in modo massiccio all’istituto dello straordinario, proprio perché non disponiamo ancora di una Riserva, addestrata e pronta all’impiego, mobilitabile in caso di bisogno. La riforma che ha sospeso a tempo indeterminato la leva obbligatoria ha lasciato un vuoto, da questo punto di vista. Ora nelle Forze Armate abbiamo solo dei professionisti, ma non è propriamente ciò di cui c’è bisogno per controllare se le persone indossano la mascherina o se nei locali pubblici si rispettano i limiti della capienza ed il distanziamento sociale.

Negli ultimi anni vi sono stati però numerosi militari impegnati anche a livello territoriale per sicurezza e il controllo del territorio, insieme a Carabinieri e Polizia.

Certamente, infatti l’operazione “strade sicure”, che utilizza personale delle Forze Armate nel contrasto della criminalità interna, fu avviata nel 2008 come sostegno  alla sicurezza pubblica in condizioni di emergenza. Doveva essere un impiego provvisorio e straordinario, ma poi la missione è stata prorogata di anno in anno, da tutti i Governi, diventando un impegno ordinario, di fatto, di migliaia di soldati per compiti impropri. Mentre giustamente lodiamo i nostri soldati per i tanti interventi con i quali la missione Strade Sicure ha contribuito concretamente alla sicurezza urbana, dobbiamo anche domandarci se sia realmente necessario usare l’esercito per contrastare per fermare uno spacciatore di droga o un vecchio pazzo con una roncola che all’improvviso ha dato di matto. Forse superata questa fase, anche rispetto alle evoluzioni delle nuove minacce alla sicurezza, per far pronte alle quali era stata concepita o rafforzata questa missione, una riflessione su come può essere rivista o aggiornata potrebbe essere utile, coinvolgendo ovviamente tutti i livelli istituzionali e i comandi deputati.

In questa fase, con l’emergenza pandemica, però la missione Strade Sicure è stata potenziata. 

Certamente, l’emergenza Covid è davvero un fatto eccezionale e straordinario. Ho sostenuto convintamente ed approvato l’impiego dei militari, ed apprezzo con gratitudine il lavoro che fanno ogni giorno per supportare le attività nel territorio a garanzia della sicurezza dei cittadini. Anzi, va detto che durante tutta l’emergenza Covid, anche lo scorso anno, la Difesa ha risposto con un grande sforzo a molte situazioni critiche, mettendo a disposizione competenze, mezzi, personale. Si pensi ai voli in biocontenimento o all’allestimento degli ospedali da campo. Un lavoro eccezionale. Credo anche, però, che superata la fase emergenziale, che mi auguro possa finire quanto prima, si debba ragionare con un po’ di respiro, e guardare ai problemi in prospettiva. Non si può stare sempre in emergenza, bisogna prendere le misure ai problemi, per organizzarsi e programmare le soluzioni con un orizzonte più ampio. Un vecchio comunista della Prima Repubblica, Enrico Berlinguer, li chiamava “pensieri lunghi”. Ecco, la politica di oggi a mio avviso è troppo schiacciata sul presente e proprio per questo ha più che mai bisogno di pensieri più lunghi.  

Alla Camera avete approvato una legge che istituisce i sindacati militari che pare non sia piaciuta molto alle neonate sigle sindacali. Come mai?

Il nostro compito è di legiferare, siamo parlamentari della Repubblica, non i sindacalisti dei militari, per cui dobbiamo trovare un equilibrio tra il legittimo diritto dei militari di organizzarsi in sindacato e quello di tutti i cittadini di poter contare su organizzazioni militari che funzionano e garantiscono il loro diritto alla sicurezza, 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno. E’ per questa ragione che la sentenza della Corte Costituzionale, che giudica incostituzionale il divieto per i militari di iscriversi ai sindacati, prevede anche delle necessarie limitazioni al diritto che viene riconosciuto. Il Parlamento deve tener conto di quelle limitazioni, che sono relative alla specificità dell’ordinamento militare. La discussione sulla legge era cominciata male, all’inizio della legislatura, ma un lungo percorso di approfondimento e di confronto tra maggioranza ed opposizione ha permesso di arrivare ad un testo molto più condiviso, frutto del lavoro di tutte le parti politiche, ed approvato senza voti contrari. 

D’accordo, ma il fatto che i sindacati protestino contro la legge che avete approvato dovrebbe preoccupare un parlamentare come lei, non crede? 

Perché? E’ una dialettica normale, democratica. Chi ritiene che una legge sia sbagliata deve avere il diritto e la possibilità di protestare, per essere ascoltato. In Italia ci sono in servizio più di 320 mila militari, non credo che tutti siano contrariati dal lavoro che abbiamo fatto, e sicuramente non hanno protestato tutti. Il fatto che alla Camera dei Deputati si sia raggiunta una sostanziale condivisione tra maggioranza ed opposizione su questo testo però dovrebbe far comprendere che la mediazione tra ragioni, interessi e punti di vista diversi è un valore importante, specie quando si deve stabilire il quadro di regole entro le quali si dovrà praticare questa nuova attività sindacale, che è una cosa diversa dalla vecchia rappresentanza militare dei co.cer.  Se non avessimo cercato questa intesa avremmo prodotto una normativa naturalmente instabile, che poi sarebbe stata rivista al primo cambio della maggioranza di governo. Mi chiedo come si potrebbe organizzare seriamente un’attività sindacale basandosi su norme tanto incerte e volatili. Comunque il processo legislativo è ancora in corso, ora la legge è passata al Senato, ed i Senatori potranno migliorarla come riterranno opportuno, anche se io sono convinto che questo sia un buon testo di compromesso tra esigenze ed interessi diversi.

C’è chi si chiede perché non abbiate semplicemente adottato una legge identica a quella della Polizia di Stato. Forse perché non tutti hanno chiaro la differenza che c’è dal punto di vista formale e sostanziale tra  un poliziotto e un carabiniere? 

C’è differenza nell’ordinamento giuridico perché la Polizia di Stato è stata smilitarizzata con la legge 121 del 1981, e per altro quando nacquero i sindacati di Polizia ci fu un grande fermento e dibattito nel Paese su questo cambiamento, che non ho visto questa volta. Premesso che non mi sembra che la proliferazione smisurata delle sigle dei sindacati di polizia sia così virtuosa, faccio notare che i carabinieri ed i finanzieri non sono come i poliziotti perché sono militari e sono quindi sottoposti al Codice dell’Ordinamento Militare. E’ una differenza sostanziale. Non c’entra l’attività operativa che svolgono quotidianamente, c’entra l’ordinamento giuridico a cui sono sottoposti, con le conseguenze che ne derivano in termini di regole, gerarchia, disciplina, impiego e tutto quello che prevede il COM. In tutto il mondo i militari sono organizzati secondo principi simili, quando si valuta la legge approvata alla Camera sarebbe utile anche fare una comparazione internazionale sulle normative degli altri Paesi, ipotizzando che non siano tutti scemi, e si scoprirebbe che in termini di tutela dei diritti sindacali questa legge è una delle più avanzate in assoluto.