Alvaro Ancisi (foto di repertorio)

Il capogruppo di Lista per Ravenna presenta un’interrogazione question time al sindaco

Interrogazione question time al sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, da parte del capogruppo di Lista per Ravenna in Consiglio comunale, Alvaro Ancisi, che accusa di “scivoloni” a proposito dei manifesti sulla pillola RUE486.

“Parlo come amministratore comunale, non da politico quale non sono neanche più – premette Ancisi –, dei manifesti sulla pillola RUE486 affissi sui muri delle strade dal Comune e dallo stesso rimossi. Essendo ciò avvenuto all’insaputa della committenza, che aveva onorato tutti gli obblighi e i carichi propri, si tratta di una pagina disdicevole per la pubblica amministrazione a prescindere da qualsiasi dibattito politico sui contenuti. Prestando anche il fianco ad azioni giudiziarie in quanto operazione arbitraria, mi corre l’obbligo di chiedere spiegazione al sindaco dei suoi aspetti più paradossali.

  1. Il competente servizio del Comune di Ravenna aveva visionato la grafica e il messaggio dei manifesti. Non trovandovi evidentemente contenuti contrari ad alcuna normativa vigente, ha provveduto ad affiggerli. La successiva loro rimozione rappresenta quindi, in primo luogo, un comportamento contraddittorio. Casomai, essendo l’Italia uno stato di diritto, si sarebbe dovuto contestare alla committenza le supposte violazioni di legge, riconoscendole il diritto di esporre le proprie ragioni prima di qualsiasi azione a suo carico. Democrazia e basta, oltreché un elementare dovere d’ufficio. Esposizione anche ad azioni civili per il risarcimento del danno.
  2. La motivazione di tale decisione, indirizzata alla committenza solo a seguito di sua richiesta successiva alla pubblicizzazione del fatto, appare oggettivamente indebita, in quanto riferita alla violazione degli articoli 9 e 10 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria. Questi articoli si richiamano esplicitamente alla ‘comunicazione commerciale’, che tutela i consumatori dalle offerte pubblicitarie di prodotti da acquistare o in cui investire. Non è il caso in questione, trattandosi invece, in senso tecnico, di ‘comunicazione sociale’, destinata, condivisibile o no, alla generalità dei cittadini, regolata invece dall’art. 46 del Codice stesso. A questo proposito, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria riconosce indiscutibilmente (vedi Giurì, decisioni 84/2018 e 59/2019) che: ‘Un principio generale del nostro ordinamento … garantisce alla comunicazione sociale e politica ampi margini di libertà, in ragione dell’esigenza di tutela della libertà di espressione del pensiero, in Italia anche costituzionalmente garantito. Analoga garanzia costituzionale non esiste per la comunicazione commerciale […]’, tra l’altro non essendo la comunicazione sociale neppure sottoposta al ‘principio di veridicità’.
  3. Nella decisione ha avuto ruolo e influenza, per affermazione del servizio Entrate, anche il Comune, inteso esplicitamente come dirigenza politica, essendo avvenuta dietro richiesta di ‘tempestiva rimozione dei manifesti comparsi in città in queste ore’, firmata da Ouidad Bakkali come ‘Assessora alle politiche e cultura di genere’, in veste dunque, nella materia in oggetto, di sindaco facente funzioni. Tutto ciò può essere facilmente impugnato come violazione di un principio cardine della pubblica amministrazione italiana che attribuisce assoluta autonomia alla dirigenza tecnica da quella politica nella gestione dei servizi o attività che le sono dati in carico (vedi, in particolare l’art. 107 del Testo Unico che regola tra l’altro i Comuni). Democrazia e basta anche questa.
  4. La gestione di tutte le pratiche delle affissioni era affidata da sempre ad una bravissima impiegata (che non conosco e non so neanche chi sia) senza posizione alcuna di responsabilità, alla quale non può essere attribuito alcun compito che non sia la corretta ed esaustiva trattazione della pratica e la verifica degli adempimenti richiesti ai committenti, non certo la valutazione ideografica e ideologica dei manifesti sulla base della loro corrispondenza a dei ‘princìpi’ generali da interpretare. È stata bruscamente, per non dire peggio, rimossa da questa funzione, immediatamente assegnata ad altra persona del medesimo livello. C’è sicuramente qualcosa che non va alla radice del servizio, ma che se ne scarichi le colpe sull’anello debole è prima di tutto un’offesa alla dignità di una persona che fa onestamente il proprio lavoro, impossibilitata anche a difendersi, a meno che non battano un colpo i sindacati dei lavoratori”.