Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità, false dichiarazioni ed epidemia colposa, cosa rischio?

I controlli della Pubblica autorità e il regime sanzionatorio

Lungo le strade desolatamente semi deserte di questi giorni, per effetto delle misure anti contagio diramate dall’Autorità̀ di governo per arginare il rischio di contagio da COVID19, le forze di polizia (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza, Polizia locale) sono massivamente impegnate a vigilare sull’osservanza delle vigenti disposizioni restrittive. 

Tali restrizioni attengono, sostanzialmente, a tre tipologie di situazioni: 

  • l’apertura di attività̀ commerciali; 
  • la circolazione sul territorio;
  • gli assembramenti di persone. 

Quanto alla prima tipologia, occorre evidenziare come, allo stato, solo alcune delle attività̀ commerciali dirette alla vendita al dettaglio o ai servizi alla persona possano mantenere le serrande aperte e come, debbano, in ogni caso, essere organizzate all’interno in modo da assicurare la distanza interpersonale di almeno un metro. 

Quanto alla circolazione delle persone, occorre evidenziare come la stessa debba essere giustificata, in caso di controllo da parte delle forze di polizia, da comprovate esigenze di tipo lavorativo, sanitario, ovvero da necessità della vita quotidiana, da indicare puntualmente in un’autodichiarazione precompilata, ovvero compilata in occasione del controllo stesso su modulo reso disponibile dal funzionario di polizia.

Di contro, gli assembramenti di persone sono in ogni caso vietati.  Vigilanza sui divieti e restrizioni – L’art. 4, co. 1 del DPCM 8 marzo 2020 attribuisce ai prefetti il compito di assicurare l’esecuzione delle misure restrittive disposte dall’Autorità̀ governativa, nonché́ di monitorare l’attuazione delle restanti misure da parte delle amministrazioni competenti. 

Ove opportuno, i prefetti si avvalgono delle forze di polizia, con il possibile concorso del corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché́ delle forze armate, sentiti i competenti comandi territoriali, dandone comunicazione al Presidente della regione e della provincia autonoma interessata. 

I dati del Viminale 

I dati del Viminale – I dati pubblicati in questi giorni dal Viminale parlano di oltre mezzo milione di controlli sugli esercizi commerciali e sulle persone in circolazione sul territorio nazionale, nei giorni che vanno dall’11 al 14 marzo, controlli che hanno portato alla denuncia di oltre 20 mila persone per varie tipologie di violazioni. 

Solo nella data del 16 marzo sono state denunciate 7.890 persone per il reato di cui all’art. 650 c.p. e 229 persone per gli artt. 495 e 496 c.p., nonché́ sospeso l’attività̀ di 22 esercizi commerciali. 

I controlli aumenteranno nei prossimi giorni, visto che il decreto appena licenziato dal Consiglio dei Ministri metterà̀ sul campo un contingente di 4.000 unità agenti di polizia, impiegate nelle attività̀ di ordine pubblico, controllo del territorio e pubblico soccorso, connesse all’emergenza COVID-19. 

Cosa succede se non rispetto le regole?

Regime sanzionatorio dell’art. 650 c. p – Il secondo comma 2 del medesimo art. 4 contiene una misura sanzionatoria penale, di natura contravvenzionale, che opera in via residuale, attesa la clausola di salvaguardia (salvo che il fatto costituisca più grave reato) contenuta nell’incipit della norma.  In particolare, con richiamo espresso al contenuto dell’art. 3, comma 4 del D.L. 23 febbraio 2020, n. 6, il mancato rispetto degli obblighi, divieti e restrizioni sanciti dall’art. 1 è punito ai sensi dell’art. 650 del codice penale. 

La disposizione penale testè citata punisce con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a 206 euro, ogni trasgressione di un provvedimento legalmente dato dall’Autorità̀, per ragioni di giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico o di igiene. 

Chiunque sia sorpreso a violare taluna delle predette misure (sia esso gestore di attività̀ commerciale, o privato cittadino) sarà̀ denunciato all’autorità̀ giudiziaria che aprirà̀ nei suoi confronti un fascicolo penale.  Va evidenziato come, trattandosi di contravvenzione, il comportamento sia punito sia a titolo doloso che colposo. 

Regime sanzionatorio per la falsa autodichiarazione . Per quanto concerne il rilascio agli organi di polizia di dichiarazioni false o non veritiere (anche nella forma dell’autocertificazione, ex artt. 46 e 47 del DPR n. 445/2000), le cose si complicano notevolmente, in quanto si entra nel campo dei delitti. 

La norma sanzionatoria, secondo una ricostruzione riferita dalle stesse Forze di Polizia che hanno predisposto anche la modulistica per la relativa verbalizzazione, va individuata nel combinato disposto dagli artt. 76 del medesimo DPR n. 445/2000 e dell’art. 495 del codice penale. 

La prima disposizione citata richiama l’applicazione delle pene previste dal codice penale per chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso, con due precisazioni: 

  • anche l’esibizione di un atto (es: l’autodichiarazione) contenente dati non rispondenti a verità equivale ad uso di atto falso; 
  • le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi dei precedenti articoli 46 e 47 sono considerate come fatte a pubblico ufficiale. 

Spostandoci sul codice penale, l’art. 495 punisce con la reclusione da uno a sei anni chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità̀, lo stato o altre qualità̀ della propria o dell’altrui persona.  Verosimilmente, trattasi di fattispecie che potranno essere accertate dagli organi di polizia in un secondo momento rispetto a quello in cui verbalizzano il controllo con l’acquisizione delle dichiarazioni del soggetto “fermato”. 

Ma tra i dati pubblicati in questi giorni sul sito del Ministero dell’Interno, emerge la rilevazione di denunce anche per l’ipotesi di cui all’art. 496 c.p., norma che punisce con la reclusione da 1 a 5 anni chi, fuori dei casi di cui al precedente articolo, interrogato sulla identità̀, sullo stato o su altre qualità̀ della propria o dell’altrui persona, fa mendaci dichiarazioni a un pubblico ufficiale o a persona incaricata di un pubblico servizio, nell’esercizio delle funzioni o del servizio. 

La norma da ultimo citata appare più̀ consona alle situazioni accertate dagli Organi di polizia, chiamati a far rispettare i provvedimenti restrittivi dell’Autorità̀ di Governo, per due ordini di elementi “specializzanti”: 

  • l’autodichiarazione sulle proprie qualità̀ viene rilasciata a seguito di “interrogazione” da parte di un pubblico ufficiale, che può̀ essere esposta anche oralmente; 
  • l’”interrogazione” viene effettuata dal pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni”. 

In ogni caso, tale disposizione troverebbe applicazione in via residuale rispetto alla precedente, atteso l’incipit della stessa (fuori dei casi indicati negli articoli precedenti).  Anche tale fattispecie è punita, sotto il profilo psicologico, a titolo di dolo generico, consistente nella volontà̀ di rendere dichiarazioni mendaci su qualità̀ personali. 

In ogni caso, il delitto di cui all’art. 495 o di cui all’art. 496, qualora attribuito al trasgressore per l’autodichiarazione rilasciata al pubblico ufficiale, sarà̀ contestato in aggiunta alla contravvenzione di cui all’art. 650 c.p. sopra commentato, secondo le norme sul concorso di cui all’art. 81 c.p. 

La nuova autocertificazione

La “nuova” autocertificazione – Con la richiamata circolare 555DOC/C/DIPSS/FUN/ CTR/1425/20 pubblicata dal Ministero dell’Interno, è stata diramata una versione aggiornata dell’autodichiarazione che deve essere rilasciata agli Organi di polizia, in caso di controlli sugli spostamenti. 

Il documento del Viminale evidenzia l’opportunità̀ di inserire nel modulo un’apposita voce, con la quale l’interessato “autodichiara” di non trovarsi nelle condizioni di cui all’art. 1, co. 1, lett. c) del D.P.C.M. 8 marzo 2020.  Tale condizione sussiste in capo a chi sia soggetto alla misura della quarantena ovvero sia risultato positivo al virus: in tali casi vige il divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora.  Il Ministero aggiunge che tale esplicitazione trova il proprio fondamento nell’art. 14, co. 1 del D.L. 9 marzo 2020, n. 4, il quale, per garantire la salute pubblica nella situazione di emergenza in atto, autorizza il trattamento e la comunicazione dei dati di natura sanitaria anche da parte dei soggetti deputati a garantire il monitoraggio e l’esecuzione delle misure di cui all’art. 3 del D.L. n. 6/2020, convertito dalla legge n. 13/2020, tra i quali rientrano le Forze di Polizia.  Viene altresì̀ precisato che l’autodichiarazione viene controfirmata dall’Operatore di polizia, il quale, in tal modo, attesta che essa viene resa in sua presenza e previa identificazione del dichiarante; tale procedura esonera il soggetto controllato dall’allegare copia del proprio documento di identità̀ all’autodichiarazione medesima . 

Epidemia colposa: cosa si rischia?

Epidemia colposa – Lo scenario potrebbe divenire particolarmente inquietante, qualora il comportamento irresponsabile della persona sia causa di epidemia (si pensi al caso del soggetto cui sia stata diagnosticata la positività̀ da COVID-19 con obbligo di quarantena, il quale, in spregio ai divieti imposti, frequenti ambienti più o meno affollati diffondendo l’infezione). 

Sotto il profilo giuridico, per epidemia s’intende una malattia infettiva e contagiosa, straordinariamente aggressiva, caratterizzata da un’elevata e incontrollabile capacità di diffusione (definizione in cui rientra appieno il COVID-19). 

La diffusione intenzionale di un’epidemia mediante diffusione di germi patogeni (compresi i virus) è punita con l’ergastolo, ai sensi dell’art. 439 del codice penale (ovviamente trattasi di ipotesi puramente di scuola per lo scenario in argomento).  Più̀ verosimilmente, il delitto potrà̀ essere punito a titolo di colpa (determinata da imprudenza, negligenza e inottemperanza delle disposizioni vigenti), ai sensi del successivo art. 452, n. 2) c.p. (fattispecie che potrà essere attribuita al diffusore dell’epidemia ex post, dopo che gli agenti di polizia abbiano completato i necessari riscontri presso l’Autorità̀ sanitaria); in tali casi è prevista la pena della reclusione da uno a cinque anni.  Anche il delitto in questione può̀ essere attribuito al trasgressore in aggiunta alla contravvenzione di cui all’art. 650 c.p., secondo le norme sul concorso di cui all’art. 81 c.p.