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La lettera aperta della Rete Nazionale Scuola in Presenza

Riportiamo di seguito la lettera aperta della Rete Nazionale Scuola in Presenza a proposito del ritorno a scuola: “Il D.L. 6 agosto 2021 n. 111 disciplina diversi temi riguardanti il contenimento della pandemia da Sars Cov-2, come la ripresa della didattica in presenza a scuola e all’università ponendosi, sulla carta, l’obiettivo di tutelarla.

Purtroppo sono troppi e gravi gli indizi di segno contrario, che per l’ennesima volta destano nelle famiglie italiane viva preoccupazione, alle soglie del terzo anno scolastico compromesso dallo stato di eccezione legato alla pandemia.

L’autorizzazione implicita al facile ricorso alla DAD si intravede già tra le righe della norma quando concede ai sindaci la facoltà di chiudere le scuole in zona arancione o rossa. Non c’è angolo d’Italia che, nell’ultimo anno, non sia stato colpito da un’incoerente e disomogenea pioggia di provvedimenti di chiusura decisi in sede locale, arbitrari ed illegittimi perché fondati non già su dati epidemiologici allarmanti bensì su base preventiva e discrezionale degli stessi sindaci o presidenti di regione: un esempio per tutti, il comune di Avellino – zona campana meno toccata dal virus – dove le scuole superiori sono rimaste chiuse “per precauzione” per tutto l’anno scolastico da ottobre 2020 in poi. Discrezionalità imposta da molti decisori locali al fine dichiarato, ma non realmente perseguito, di “tutelare la salute pubblica” a discapito dei diritti di bambini e ragazzi (non solo il diritto all’istruzione, ma alla salute a tutto tondo, così come definita dall’OMS). Nulla ci fa sperare che, alle odierne condizioni, l’anno scolastico alle porte segnerà delle novità in positivo.

A niente inoltre sono valsi gli allarmi giunti dai medici dei reparti di neuropsichiatria per la moltiplicazione esponenziale di ricoveri dovuti a tentati suicidi, autolesionismo e disturbi psichiatrici che stanno colpendo i nostri bambini e giovani a causa della lunga privazione di relazioni e socialità che accadono nell’incontro tra pari e con gli insegnanti sui banchi di scuola.

Il D.L. 111 stabilisce ulteriormente il permanere in via generale dell’obbligo di mascherina al banco per tutti gli alunni, dai sei anni compiuti. È di questi giorni la sentenza del TAR Lazio (9/08/2021) che ha dichiarato illegittimo l’obbligo di mascherina fino ai 12 anni, sentenza che auspichiamo costituisca precedente e che comunque attesta che le preoccupazioni espresse dai comitati dei genitori per tutto l’anno scorso erano fondate, dimostrando come il legislatore abbia gravato sui piccoli studenti oneri non necessari se non dannosi in nome dell’emergenza sanitaria e senza tenere adeguatamente conto di un equilibrato bilanciamento dei diritti.

Oggi, nel D.L. 111, l’unica deroga ammessa all’obbligo di mascherina è per la fascia dai dodici anni in su, a condizione che tutti gli alunni di una classe siano vaccinati o guariti dal covid. Non è dato sapere come possano essere considerati guariti i minori che hanno contratto la malattia in modo asintomatico ma rilevato da test sierologico. Totale assenza di indicazioni sul protocollo che sarà adottato qualora un vaccinato risultasse positivo. Totale assenza, infine, di un protocollo di tracciamento adeguato alle condizioni epidemiologiche diverse rispetto allo scorso anno nonché all’avvenuta vaccinazione – già prima dell’emanazione del

D.L. 111 – della quasi totalità del personale scolastico e ATA. Oltre a porre evidenti problemi di riservatezza su dati personali sensibili, quali lo stato vaccinale e le condizioni di salute dei ragazzi, il provvedimento innesca rischi gravissimi di discriminazione e di stigmatizzazione sociale per gli studenti e per le loro famiglie che, per qualsiasi motivo (non fosse altro che per

decisione insindacabile dei genitori dei minori, cui spetta la responsabilità genitoriale), non fossero vaccinati, i quali si troverebbero ad essere additati, con implicito avallo giuridico, come causa dell’uso di misure di contenimento onerose per tutti: la mancanza di saggezza in questo provvedimento lascia smarriti. Il Governo deve essere di tutti e questa divisione di fatto, tra presunti buoni e presunti cattivi in base all’essersi o meno vaccinati, sta creando delle fratture di coesione sociale tra i cittadini e i ragazzi che una democrazia sana, in un momento così difficile per tutti, non può permettersi né fomentare.

La norma introduce inoltre lo screening per la popolazione scolastica finanziandolo con 100 milioni di euro: la nostra Rete ha promosso e offerto, ad esponenti parlamentari e governativi di tutti gli schieramenti, importanti occasioni di scambio di informazioni e riflessioni scientifiche sulle strategie di contenimento del contagio in ambito scolastico, dalle quali è emerso che lo strumento più adeguato ed efficace è quello del tracciamento e non degli screening a tappeto, inutilmente dispendiosi. Abbiamo inoltre consegnato al Ministero della Salute una proposta di tracciamento equilibrata e adeguata alla situazione attuale che, auspichiamo, verrà adottata in modo uniforme su tutto il territorio nazionale nel corso del prossimo anno scolastico.

Ancora una volta ci tocca segnalare come il Legislatore continui a reiterare e finanziare con cifre ingenti interventi inadeguati, mentre sono completamente carenti quelli strutturali per offrire una migliore didattica alla Scuola italiana.

Per quanto riguarda la vaccinazione richiesta ai minori dai 12 anni in su, è noto che ogni trattamento medico, prima di poter essere richiesto o addirittura implicitamente imposto, debba rispondere ai seguenti criteri: 1) il trattamento deve essere efficace; 2) il trattamento non deve nuocere al soggetto; 3) il soggetto deve averne bisogno. Il criterio 3) è stato completamente disatteso sin dall’inizio della pandemia (la mortalità nella fascia 0-19 anni è dello 0,0003%, e gli ospedalizzati di questa fascia di età, nel 2020, sono stati poco più di un centinaio); il criterio 1) è venuto meno laddove la scienza sta certificando che anche un soggetto vaccinato può contrarre infezione; il criterio 2) non è stato sufficientemente verificato, a fronte di numerosi casi di “effetti avversi” certificati dal CDC americano e da tutte le agenzie di farmacovigilanza del mondo. Ciononostante, la misura è già entrata in vigore per gli studenti dai 12 anni in su che intendono svolgere attività ricreative, atletiche e culturali al chiuso. Non solo: grave è l’estensione del Pass anche agli studenti universitari, penalizzati gravemente da due anni di didattica a distanza pur essendo poco suscettibili al rischio di Covid grave o severo. Inoltre, l’obbligo del certificato verde per il personale scolastico commina sanzioni draconiane in caso di inottemperanza: per quanto la Rete abbia come scopo primario la tutela degli studenti, resta il fatto che un’imposizione così inusitata va nel senso di una medicalizzazione e colpevolizzazione sempre più spinta della scuola, che, non ci stancheremo di ripeterlo, come luogo fisico di vita comunitaria non ha mai avuto un ruolo significativo nella diffusione del contagio.

Chiediamo: imporre il green pass per frequentare l’università, andare in biblioteca o fare attività sportiva al chiuso alla fascia d’età che nulla ha da temere dal Covid e che più ha necessità di socialità è una scelta di “tutela dei cittadini” o una misura coercitiva per estorcere la sottomissione a un trattamento di cui i giovani non hanno bisogno?

Una valutazione complessiva non può esimersi dal rilevare che la gestione della crisi sanitaria nelle scuole continua a prescindere – e, si direbbe, va in direzione contraria – dalle evidenze scientifiche ormai consolidate in un anno e mezzo di Covid. Evidenze che certificano che la scuola, tra tutti i luoghi di comunità, è il setting più sicuro, in cui il contagio tra gli studenti si diffonde molto raramente. La scuola invece continua a essere sottoposta a misure

sproporzionate, con due gravi conseguenze: 1) si continua ad alimentare la percezione alterata del rischio sulla pelle dei giovani e 2) si continua a fomentare l’allarme e il conflitto sociale, esponendo la Scuola italiana a chiusure dettate dall’emotività anziché dalle evidenze scientifiche. Sorprende poi come la diffusione sempre più ampia della vaccinazione e una conoscenza migliore della malattia da Sars Cov-2 sembrano non incidere in nulla sull’approccio alla gestione della crisi sanitaria, addirittura peggiorandolo rispetto allo scorso anno.

Infine anche l’introduzione dell’onere a carico delle scuole del Piano degli spostamenti entro il 31 agosto e della figura del mobility manager inducono a sospettare che si continui a gravare di responsabilità “altre” le comunità scolastiche a fronte di (non) assunzioni di responsabilità politica nei contesti istituzionali più appropriati (sistema sanitario, economico e politiche del lavoro in primis).

Forse la Grande Trasformazione sta erodendo il mondo della scuola per radicare un nuovo sistema di controllo capillare e illimitato degli individui nelle società occidentali?

La Rete nazionale Scuola in Presenza si fa carico, da quasi due anni, della gestione dei disagi delle famiglie, incoraggiandole a ragionare e partecipare a una gestione condivisa di una pandemia che ha travolto non soltanto loro ma anche e in prima battuta le Istituzioni. La Rete ha svolto, di fatto, un ruolo importante di ammortizzatore sociale, specialmente in alcune Regioni – non solo del Sud Italia – dove le spinte alla protesta si fanno sempre più impetuose e le intenzioni di ricorrere in giustizia sempre più frequenti. Per tale motivo, la Rete esorta le Istituzioni a convocare Tavoli territoriali permanenti (comunali per primaria e secondaria di primo grado, provinciali per secondarie di secondo grado) con adeguate rappresentanze genitoriali per condividere ogni decisione riguardi le vite in particolare dei minori prima dell’inizio ufficiale dell’anno scolastico.

Comunichiamo inoltre che la Rete ha appena inviato segnalazione per Procedura d’Infrazione contro l’Italia alla Commissione europea.

Non si possono adottare scelte così cruciali in maniera del tutto unilaterale, scaricando di fatto le responsabilità sui singoli, siano essi genitori o dirigenti scolastici, creando disagio e conflitti: scopo della legge dovrebbe essere di evitarli, non di fomentarli.

La democrazia ha bisogno di un confronto sereno tra i cittadini con opinioni differenti, senza stigmatizzazioni o prese di posizioni a priori e prive di dati misurabili e verificabili. Perché questo va a vantaggio di tutti. Soprattutto dei nostri bambini e ragazzi”.

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