Sì alla visita ai nonni, o al genero – E dal governo via libera ai fidanzati

«Congiunti». Ecco la parola magica che aprirà la porta di casa a milioni di italiani dal 4 maggio: l’articolo 1 del Dpcm 26 aprile 2020 consente nella fase 2 del coronavirus «gli spostamenti per incontrare congiunti» facendo immediatamente sorgere il dubbio su quale sia il “perimetro” dei soggetti che rientrano in questo ambito e che, pertanto, si potranno legittimamente «incontrare». Ma chi sono realmente i “congiunti”? Sicuramente tutti i “parenti”, ma andiamo con ordine.

Il termine “congiunti”, infatti, non fa parte del vocabolario giuridico. Il Codice civile conosce i “parenti” e gli “affini” mentre la legge 76/2016 ha introdotto la nozione di soggetti partecipi di una “unione civile” e la nozione di “conviventi di fatto”. La parola, quindi, se in grado di spezzare l’isolamento, resta “equivoca” per il diritto.

Vediamo allora di capire chi sono i congiunti e chi no.

I coniugi

I coniugi, senza ombra di dubbio, rientrano tra i “congiunti”, in quanto essi lo sono “per definizione”. Quindi, se un coniuge risiede a Milano, ove lavora, può serenamente recarsi a Sondrio dove risiede l’altro coniuge.

I parenti

Sono parenti le persone che discendono da un medesimo stipite (articolo 74 del Codice civile): nonno e nipote sono parenti perché entrambi discendono dal bisnonno, mentre due fratelli sono parenti perché entrambi discendono dal padre. Nonno e nipote si dicono parenti in linea retta di secondo grado in quanto discendono l’uno dall’altro e perché tra essi intercorrono due generazioni (articolo 75 e 76 del Codice civile). Due fratelli sono parenti in linea collaterale di secondo grado in quanto non discendono l’uno dall’altro e perché salendo da un fratello allo stipite comune (il padre) e ridiscendendo fino all’altro fratello si incontrano due generazioni. Quindi i parenti sono anche “congiunti” e sono tali  tutti coloro tra i quali intercorre un vincolo di parentela.

Gli affini

Alla stessa conclusione si deve giungere con riguardo agli “affini”: essi sono (articolo 78 del Codice civile) i parenti di un coniuge rispetto all’altro coniuge. Ad esempio: i suoceri (i genitori del proprio coniuge), la nuora (la moglie del proprio figlio), il genero (il marito della propria figlia), i cognati (i fratelli e le sorelle del proprio coniuge). Insomma, è ammesso che la nuora vada a trovare la suocera e che il marito vada a prendere un thè dalla propria cognata.

I soggetti partecipi di una unione civile

Le persone del medesimo sesso che hanno stipulato una unione civile sono parificate quasi del tutto alle persone che hanno contratto un matrimonio “tradizionale” (quindi gli uniti civili, tra loro, sono sicuramente da considerare come “congiunti”). Nell’ambito delle situazioni non parificate rientra però il rapporto di “affinità”. L’articolo 1, comma 20, legge 76/2016, in effetti, afferma che quando la legge parla di “coniuge”, il riferimento va inteso come comprendente anche il soggetto partecipe di una unione civile. Però, questa norma sancisce che la parificazione non si applica alle norme del Codice civile non richiamate espressamente nella legge 76/2016: ebbene, la normativa sull’affinità non è richiamata e, pertanto, tra un unito civile e i parenti dell’altro unito civile non si origina un rapporto di affinità. Si apre quindi il dilemma se essi, dunque, siano, o meno, “congiunti”: avendo il legislatore utilizzato un termine atecnico, a significare che si possono incontrare coloro che hanno strette relazioni personali, appare possibile concludere che anche su costoro non dovrebbe gravare il divieto di spostamento e di incontro. Altrimenti vi sarebbe l’assurdo che due cugini si possano tranquillamente incontrare mentre un unito civile (o un convivente di fatto) non potrebbe incontrarsi con i figli o i genitori dell’altro componente della coppia.

I conviventi di fatto

Si dice convivenza di fatto il rapporto tra due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. La convivenza di fatto non genera “affinità” tra uno dei conviventi e i parenti dell’altro. Quindi, nel caso della visita che un convivente desideri compiere al genitore dell’altro convivente, deve ripetersi ciò che si è argomentato sopra in ordine ai soggetti civilmente uniti.

I fidanzati e gli amici

Ammettendo, come ha fatto Palazzo Chig nel pomeriggio di oggi, di estendere il concetto di “congiunti” a qualsiasi relazione affettiva o amichevole, la norma in commento di fatto si svuota di contenuto, perché non vi sarebbe evidentemente più alcun limite al suo perimetro applicativo.