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L’uso “ricreativo” non è consentito: fumarla continua ad essere un illecito

La diffusione sempre più vasta della cannabis light sta interessando le cronache. E con il dibattito emergono posizioni diverse insieme, talvolta, ad equivoci.

Partiamo dalla definizione: per essere “light”, quindi coltivata e in libera vendita, la cannabis deve avere una concentrazione di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo, il principio attivo con effetti psicotropi) legata ad una certa percentuale, indicativamente lo 0,2 per cento, con un margine di tollerabilità.

Discorso diverso per un altro componente, il Cbd – cannabidiolo – sostanza chimica che si estrae dalla Cannabis Sativa: in questo caso gli effetti sono diversi e i valori possono essere più alti.

Ma attenzione: nelle confezioni che si trovano in vendita c’è la dicitura “uso tecnico”, e viene escluso l’ “uso umano”: significa che la “forbice” di utilizzo è circoscritta. Fumare le infiorescenze è quindi illegale.

Illegale non significa che chi la fuma commette tecnicamente un reato: come per la cannabis illegale, l’uso personale configura un illecito, che può comportare la segnalazione come assuntore alla Prefettura. Una fattispecie diversa dal punto di vista giuridico ma non priva di eventuali altre conseguenze. Tra l’altro, in caso di controlli è importante avere conservato la confezione e lo scontrino d’acquisto.

Alcuni esperti poi sostengono che anche un Thc basso potrebbe risultare nelle analisi: in caso di incidente alla guida per esempio, ad un problema se ne aggiungerebbe un altro. E si potrebbe continuare.

Dunque una cosa deve essere chiara: l’uso “ricreativo” in Italia attualmente non è ammesso.

Resta un tema complesso, non univoco in alcune sue parti: dal punto di vista legislativo e delle interpretazioni. Il confronto è tuttora aperto.