Basilica di San Vitale

Continua il tour nei punti di grande suggestione sparsi per la città che hanno caratterizzato la poetica e la vita del Sommo Poeta

Non si hanno conferme storiche, ma si è quasi certi che Dante, durante i suoi tre anni vissuti a Ravenna alla corte di Guido Novello Da Polenta, abbia visitato le meravigliose basiliche e gli splendidi monumenti della città, ammirandone i loro inestimabili tesori artistici. Se da un lato la città bizantina è famosa per essere stata l’ultima tappa dell’esilio del Sommo Poeta, dall’altro è famosa per ospitare mosaici che compongono un repertorio artistico che tutto il mondo invidia. Le tessere e gli accostamenti policromi rappresentavano un insieme di immagini evocative e simboliche, dalle quali era impossibile non rimanere suggestionati, soprattutto per gli uomini di allora. Per un personaggio della caratura di Dante, le antiche chiese bizantine, che possedevano (e tuttora possiedono) un patrimonio di inestimabile bellezza, divennero fonte di ispirazione per la stesura del Paradiso. Le basiliche e i battisteri di Ravenna, infatti, custodivano reperti iconografici e cromatici di livello altissimo, soprattutto dal punto di vista artistico e iconologico, che caratterizzarono il percorso esistenziale e poetico interiore dell’Alighieri. Questo binomio, con Dante e la “Divina Commedia” da una parte e coi mosaici dall’altra, divenne quindi fascinoso e curioso, al punto da indurre il poeta fiorentino a raccogliere, costruire e decantare quel senso immateriale di misticismo figurato della luce divina, ispirandosi direttamente ai colori; agli sfondi dorati e alle presenze ieratiche, custodite gelosamente nei monumenti ravennati. Il risultato è la stesura di terzine che hanno segnato la storia della letteratura italiana, accompagnando Dante prima verso la cima del Purgatorio, e poi nel Paradiso, in un viaggio che culminerà con l’apparizione della sua amata Beatrice.

L’imponente, elevata e maestosa basilica di san Vitale venne costruita nel sesto secolo, su un sacello più antico. Simbolo dell’arte paleocristiana, fu terminata nel 547, con una pianta ottagonale in stile bizantino che la diversifica dalle altre chiese. Otto pilastri la dividono poi in due parti: la zona centrale, coperta da una cupola; e il corridoio esterno, completamente percorribile.

L’interno del monumento, caratterizzato dalla cupola, affrescata in stile barocco, e dal labirinto della pavimentazione; è reso emozionante dai vari mosaici che decorano l’abside e che è possibile ammirare. Lo scopo della decorazione musiva di san Vitale è illuminare ed alleggerire una struttura architettonica già complessa e insolita di suo. Tra gli innumerevoli dettagli spicca la rappresentazione del corteo di Giustiniano, collocato nei pannelli dell’abside. Giustiniano, eletto imperatore dell’Impero romano d’Oriente nel 527, è considerato uno dei più grandi sovrani di età tardo-antica, oltre ad essere il committente della basilica e delle decorazioni musive.

Questo grande capolavoro dell’arte medievale, commissionato dal vescovo posto a destra di Giustiniano, è stato pensato e realizzato per celebrare la vittoria dell’Imperatore bizantino contro i Goti.

Il celebre mosaico, “colpevole” di stupire e di lasciare di stucco ogni visitatore, si riferisce al momento in cui, nel 547, la basilica fu consacrata ufficialmente, con Giustiniano che, durante uno sfarzoso corteo, offre pane e vino, simboli dell’Eucarestia, a Cristo “Cosmocreator”, posto al centro del catino absidale. Allo stesso tempo, l’opera musiva offre una testimonianza storica che narra come doveva essere Ravenna nel periodo in cui fu edificato il monumento.  

Le figure del mosaico, tipicamente bizantine, sono rigidamente frontali e paratattiche ma, nonostante la vicinanza, non comunicano né spazialmente e né psicologicamente. L’intera scena è sviluppata su una superficie rettangolare e orizzontale, anche se i soldati, leggermente voltati verso destra, offrono più dinamicità alla composizione della scena. I volti inespressivi; gli occhi sbarrati e le fisionomie approssimate sono circoscritti da pesanti linee scure che separano le forme. Infine, ogni tessera è leggermente inclinata e orientata, così da creare riflessi che animano la superficie.

In primo piano risaltano alcune figure maschili allineate in piedi di fronte all’osservatore. Al centro si trova l’imperatore Giustiniano, mentre tiene fra le mani un bacile d’oro contenente il pane eucaristico. Indossa una tunica color porpora decorata con ricami dorati; un diadema decorato con pietre preziose e perle; campagi e calze di color porpora e pendilia che scendono ai lati del volto. Inoltre, la luce intensa che circonda il suo capo (una sorta di aureola, nonostante non fosse un santo) non è altro che il nimbo, un attributo iconografico sacro, che ha lo scopo di divinizzare, più di quanto non lo fosse già, la sua figura.

A sinistra due uomini, un adulto e un giovane privo di barba. Quindi sei soldati armati di lancia schierati su due file, con le gambe coperte da un grande scudo verde copre le gambe dei militari. A destra quattro uomini: il vescovo Massimiano, indicato dall’epigrafe posta sopra il suo capo e con addosso una tunica bianca; due diaconi, aventi un evangeliario ed un turibolo; Belisario e il più giovane Anastasio, nipote di Teodora. Per concludere, intorno alla scena è costruita una cornice decorata con pietre preziose e perle, volta a enfatizzare l’effetto dell’oro luccicante, tema portante del mosaico.

La tecnica del mosaico in epoca bizantina, con la giustapposizione di tessere vitree policrome che riusciva a soddisfare tutte le esigenze di rappresentazione espressiva e artistica del momento, ebbe un’importanza fondamentale. Attraverso l’accostamento di toni diversi e sfumati (nonostante i colori caldi domino) prendono così forma le figure dei personaggi rappresentati. Il fondo oro, presente anche nel corteo di Giustiniano, rappresenta e diffonde la luce, portando tutte le figure in una dimensione astratta, mistica e irreale. L’effetto scaturito è quello di un immaginario quasi immateriale, che riduce la plasticità delle figure e le immobilizza, donando alla scena un fascino di tipo orientale.

L’opera ha una funzione di propaganda politica per due motivi: il primo è l’assenza dei sovrani alla consacrazione dei mosaici; e il secondo è la presenza del vescovo, volta a sancire l’autorità del religioso di fronte al popolo.

Nel sesto canto del Paradiso, nei versi che vanno dal 10 al 12, è presente un riferimento politico, rimanendo fedele a quella simmetria che contraddistingue le altre cantiche della Commedia. L’imperatore Giustiniano ha, infatti, avuto un ruolo di spicco all’interno del capolavoro dantesco, essendo a lui dedicato questo canto politico. Il Sommo Poeta, durante il suo viaggio, incontra il regnante bizantino, atto non nuovo per lui, avendo, sicuramente, già ammirato il ritratto musivo presente in quella basilica che il fiorentino avrà visitato più riprese durante il suo soggiorno a Ravenna. Nei mosaici della chiesa, l’Alighieri vedeva confermata ed esaltata la sua ideologia teologica e politica medievale, che qui affondava le sue radici. I protagonisti erano, infatti, Giustiniano, erede della romanità, e il Cristo “Cosmocrator” presente nella calotta absidale; essendo coloro che creavano un’indissolubile simbiosi fra la funzione temporale (rappresentata dall’imperatore) e la funzione spirituale (incarnata, invece, dal secondo). Di seguito i versi prima citati della terza cantica:

“Cesare fui e son Giustiniano

che, per voler del primo amor ch’i’ sento,

d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano”

Le tappe del viaggio dantesco

Un riepilogo delle tappe precedenti della rassegna “luoghi danteschi”, con lo scopo di rendere vita facile al lettore: